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Via della Spiga – Bianca e Maria

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Consegna prevista Novembre 2026
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Due amiche cresciute in Puglia, due vite agli antipodi: Bianca conquista l’alta moda e il successo, Maria lotta contro un matrimonio violento e un destino soffocante. A Milano il loro legame si trasforma in un amore autentico e proibito, sfidando convenzioni, tradimenti e rivalità. Attraverso decenni di storia, dal primo Novecento agli anni ’90, il romanzo esplora emancipazione femminile, violenza psicologica, povertà, Resistenza e amore oltre le regole, fino a un sorprendente finale che intreccia vita e narrazione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto “Via della Spiga – Bianca e Maria” per raccontare vite segnate da convenzioni, violenza e ingiustizie, ma anche da amicizia, amore e resilienza. Volevo esplorare temi sociali e storici (emancipazione femminile, povertà, tabù ancora attuali) mostrando come il coraggio e la determinazione possano trasformare il destino e dare voce a storie che meritano di essere raccontate.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Rosina vestiva sempre di nero, da quando Angelo scomparve nella nebbia. Portava in grembo la sua quarta creatura, a cui avrebbe affidato il nome della Madonna. Le promise che non avrebbe mai conosciuto il gelo dei campi all’alba, né il dolore della schiena alla sera. Le avrebbe donato i rudimenti dell’istruzione e l’arte della stoffa. Quando Maria lasciò il convitto del Preziosissimo Sangue di Torre a Mare per far ritorno a casa, sapeva già firmare e confezionare un vestito. Fu don Pietro a riportarla alla madre, proprio quel don Pietro che pagava le giornate di lavoro a Rosina e alla sua prole. L’appellativo don addolciva quello di padrone, ma non ne mutava la referenzialità. Padrone di decidere chi dovesse fare cosa e quando, un’autorità capace di stabilire chi dovesse piegarsi e in che modo. Un titolo profano che sfregiava il volto del Sacro. La FIAT 1100 avorio arrivò a Torre a Mare in una domenica settembrina, alla guida don Pietro e, di fianco, la moglie Elisa, custode dell’integrità della missione. Trovare la strada giusta verso la struttura richiese tutta la sua abilità nel leggere la cartina e qualche prezioso consiglio dei paesani, attenti a indicare scorciatoie con gesti ogni volta che il dialetto si rendeva straniero. La ragazzina attendeva nel cortile, mentre la tramontana le rubava il calore e la suora madre le impartiva l’ultima lezione di vita. Superata la fase dei convenevoli, l’auto partì e, nonostante il tentativo degli adulti di avviare una conversazione, Maria rimase in silenzio, osservando dal lunotto prima la polvere sollevata dai pneumatici e poi gli alberi che scorrevano in direzione opposta. Era l’addio a quel luogo che aveva odiato e poi imparato ad amare, un addio al suo essere bambina. Non ci furono abbracci ad accoglierla, ma solo sorrisi accennati e frasi fuori luogo, come pioggia leggera in un giorno assolato. Malgrado tutto, a Maria bastarono per rallegrarsi. Le nuove giornate distavano qualche sidereo da quelle trascorse in convitto. La corda aveva smesso di oscillare e il gesso non tracciava più i quadranti per la campana, eppure quel tentativo di restare in equilibrio su una gamba sola continuava a insinuarsi nella memoria. Era scomparso anche il tintinnio delle posate nel silenzio austero della mensa, così come le preghiere al risveglio e prima di dormire. Di Bianca le restava il ricordo di un libro e del verso emulato della civetta notturna, il loro passatempo preferito. Doveva occuparsi dell’enorme stanzone suddiviso da tende leggere e dello svuotamento del kandriós, custode di feci e urine, poiché la sorella era costretta al riposo. Terminate le faccende, poteva recarsi dalla comare Teresina per rammendare giacche, camicie e calzoni. In cambio imparava a trasformare in cibo ciò che la terra e l’occasione offrivano. Prestava attenzione alle sequenze e, in breve, fece propri i ritmi e i segreti di una cucina essenziale, ma sapiente. Le volte che la comare preparava l’impasto per il pane, Maria restava incantata dal contrasto fra la forza con cui veniva lavorato e la delicatezza con cui le forme venivano adagiate nella padella. Finito, si recavano al forno più vicino e attendevano che il pane cuocesse, osservando e spettegolando sulla signora ben vestita e curata dell’alta società. Il profumo di pane si mescolava al suo e sapeva di vita, sapeva di libertà. Libertà di agire, di pensare e non solo di ubbidire o di mantenere un’aria riservata durante la messa o la passeggiata domenicale con sua madre e sua sorella. Il tempo sembrava giocare più con i lenti momenti di sconforto che con i rapidi attimi di felicità. Le parve un’eternità quando sua sorella la colpì ripetutamente con la stiglia di legno per aver mangiato il tozzo di pane nascosto nella credenza. La testa pulsava più del cuore, mentre i timpani faticavano a sopportare i rimproveri e gli insulti dei fratelli affamati. Rosina non ebbe il coraggio di fermare quella violenza. Intimorita o vigliacca? Forse entrambe. Opporsi a chi l’aveva aiutata nei campi sarebbe stato rischioso, e quel pensiero la inchiodò alla sedia dello spavento più delle urla della rea confessa. I giorni seguenti si tinsero di un silenzio punitivo, concentrato e freddo come l’azoto liquido. Nessuno le rivolse la parola. La comare le chiese più volte cosa non andasse, ma lei continuava a rifugiarsi nel silenzio. Fu così fino al martedì successivo, quando Teresina le chiese di accompagnarla al mercato rionale, con la scusa di comprare della stoffa per confezionare un vestito per una nipote immaginaria. Il venditore ambulante, accorgendosi del disagio della ragazza, le consigliò una stoffa a fiori, facile da modellare. Teresina la osservò con cura, fingendo che il fisico della nipote, pur avendo qualche anno in più, fosse praticamente identico a quello della figlioccia. Maria assaporò quel momento di gioia e lo manifestò con un sorriso, poi disse che se ci fosse stata Bianca con lei, il cartamodello sarebbe stato perfetto. <>. Il Natale era alle porte. Rosina ruppe finalmente il silenzio, invitando anche gli altri a parlare. L’unica a non farlo fu Agata, ormai prossima a lasciare quella casa. Nessuno riusciva a spiegarsi come fosse riuscita a ritrovarsi alla guida della squadra di lavoro del podere di don Pietro nella zona di Patemisco. I vicoli e le scalinate erano decorate con rami di ulivo, e qualche candela qua e là illuminava i davanzali delle finestre e le nicchie dedicate alla madonna e ai santi del quartiere. In ogni angolo delle case c’era un presepe, a testimoniare la nascita del Signore e a riempire l’aria di intensa spiritualità. Nella piazzetta antistante la chiesa, il parroco e i chierichetti intonavano Tu scendi dalle stelle, mentre le donne offrivano vassoi di cartellate e purcieddi ai più bisognosi, come se loro stesse non lo fossero. Maria regalò ai suoi fratelli una confezione di fichi secchi, mentre alla madre e a sua sorella donò un fazzoletto bianco su cui erano ricamate le iniziali dei loro nomi. In cambio, non ricevette nulla. La nostalgia del Natale si rinchiuse nei ricordi e negli scatoli, pronta per essere rispolverata l’anno successivo. Gli occhi furono travolti dall’esplosione della primavera, che colorava le campagne e diffondeva profumi in tutto il circondario. Maria aveva finalmente terminato di cucire il vestito. Teresina le disse di indossarlo e aggiunse: <>. Maria rispose che il vestito non era per lei, ma la donna, sorridendo, replicò che non esisteva alcuna nipote. La ragazza abbracciò la comare, incapace di trattenere le lacrime. Stava vivendo un momento di pura felicità e restò a lungo abbracciata a quella donna che aveva l’odore di mamma, temendo che quella sensazione di protezione potesse svanire troppo presto. Gli anni scorrevano, i volti dei giovani cambiavano, ma l’alone di miseria restava lo stesso. Chi possedeva tanto continuava ad avere, e chi non possedeva nulla continuava a nutrirsi di speranza. Subito dopo Agata, i figli maschi di casa si sposarono uno dopo l’altro, rispettando rigorosamente l’ordine di età, orgogliosi del duro lavoro svolto nel podere di don Pietro, tra il grano assolato del Tara. Lasciarono la casa, ma non il quartiere in cui erano nati e cresciuti, scegliendo di prendere in affitto abitazioni a pochi passi dalla casa materna. Nei dintorni si aggirava un ragazzo dallo sguardo smarrito, il cui italiano approssimativo tradiva un accento forestiero. <>, diceva, e le sue parole portavano con sé l’odore della terra rossa e quello dei pizzaruni. Il primo incontro fu con Rosina, che stava curando l’albero di limone, mansione un tempo affidata ai figli. Ma questi, una volta sposati, erano diventati estranei, privati sia delle chiavi della casa natale sia di ogni diritto sulle sue faccende. <>, disse Didimo. Rosina accettò, ma lo avrebbe ricompensato con un paio di guanti confezionati da Maria. Poi pensò che quel ragazzo, che viveva solo in un casolare di campagna, potesse in qualche modo rendere felice sua figlia, o perlomeno garantirle da vivere. Era il custode di un podere e, allo stesso tempo, lavorava la terra in mezzadria, e ogni poro della sua pelle trasudava onestà. Maria non sapeva cosa fosse l’innamoramento o l’attrazione fisica. Per lei, fidanzarsi per poi sposarsi era qualcosa di naturale, come mangiare, dormire, camminare, respirare, e che semplicemente si doveva fare. Probabilmente avrebbe imparato ad amare anche Didimo, che le diceva “ogi” al posto di “oggi”, non avendo avuto altri pretendenti. Le visite del giovane a casa di Rosina, a bordo della Morini Corsaro, si fecero sempre più frequenti. Le scuse che inventava erano sempre le più bizzarre: qualche volta aveva smarrito il portafogli, altre volte arrivava con peperoni o melanzane in abbondanza, frutti invenduti che sarebbe stato un peccato buttare. E ogni volta Rosina non poteva fare a meno di sorridere. La vedova osservava il corteggiamento latente che si svolgeva sotto i suoi occhi, senza mai fare pressione sulla figlia. Ogni scelta doveva nascere da Maria stessa, libera di ascoltare il proprio cuore e la propria volontà, senza fretta né costrizioni. <> diceva a riguardo. Maria dovette sopportare le ingerenze dei fratelli, sempre più ansiosi di vederla accasata quanto prima. Agata, al contrario, mostrava una tale indifferenza e un distacco così profondo che, a confronto, la deriva dei continenti appariva un’inezia. Quando Didimo spaccò l’anguria con una ginocchiata per dividerla con lei, Maria non poté che sorridere. Appezzò il gesto bizzarro e spontaneo, e con leggerezza, rispose sì alla fatidica domanda: <>.

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Marco Semeraro
Mi chiamo Marco Semeraro e sono ingegnere.
La lettura e la scrittura rappresentano da sempre una componente essenziale del mio percorso personale.
Sul piano professionale sono docente di Elettrotecnica presso l’IISS Majorana di Martina Franca (TA) e gestisco uno studio di progettazione. Sposato e padre di due splendidi ragazzi, cerco di conciliare lavoro, famiglia e passione per la scrittura.
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