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Aggiornamento

“La forma narrativa è decisamente efficace, con periodi molto brevi ed incisivi, tutta legata ai fatti ed alle cose, senza concedere mai spazio, se non l’indispensabile, a commenti “fuori campo”. Non è difficile notare che chi scrive è più abituato ad esprimersi con la macchina da presa che non con la penna. Il ritmo della […]

“La forma narrativa è decisamente efficace, con periodi molto brevi ed incisivi, tutta legata ai fatti ed alle cose, senza concedere mai spazio, se non l’indispensabile, a commenti “fuori campo”. Non è difficile notare che chi scrive è più abituato ad esprimersi con la macchina da presa che non con la penna.
Il ritmo della narrazione è intenso e stringente; procede rapido verso la conclusione, senza dare assolutamente spazio a vicende parallele o secondarie.
Il contesto culturale di riferimento è immediatamente riconoscibile, perfettamente strutturato nella sua semplicità: il narratore è un giovane che vive negli anni post ’68 ed ha fatto pienamente suo il pensiero giovanile dominante del tempo, nei suoi aspetti più romantici e idealizzati.
In realtà le 13 vicende sono tutte perfettamente sovrapponibili: al centro della scena un sistema socio-politico plumbeo ed onnipresente, che detta le regole di una società dominata da ipocrisia, violenza e corruzione; in primo piano veleggiano liberi ed incontaminati pochi esseri alternativi – idealisti e/o libertari – che senza fatica riescono a mantenere incontaminata la propria natura di “radicalmente diversi”; sullo sfondo il “popolino inconsapevole”. Una realtà umana assolutamente polarizzata e priva di ogni canale di comunicazione fra diversi.
I singoli protagonisti non hanno spessore individuale e non si trovano ad assumere scelte personali; parlano ed agiscono all’interno di un sistema di valori dotato di consistenza autonoma e indiscutibile.
Infatti i racconti hanno la forma propria di un apologo, più precisamente di un unico apologo che si ripete tredici volte uguale a se stesso.

Il grande valore artistico del lavoro consiste nell’aver saputo esprimere una personalità narrativa compiuta, frutto di esperienza autentica e consapevole, che l’autore ha maturato lungo la vita.
Il limite, tutto da discutere ma – per la mia sensibilità – piuttosto pesante, è uno sguardo rigorosamente manicheo sugli uomini: tanti cattivi da una parte e pochissimi buoni dall’altra.”

Franco Viganò

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