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Aggiornamento

Qualcuno si chiederà come sia nato questo libro e cosa mi abbia spinto a scriverlo. Non c’è una ragione precisa. Da sempre sono affascinata dalla scrittura e amo raccontare storie in cui emerge l’aspetto psicologico dei personaggi. Mi piace scavare e fare emergere le infinite sfaccettature dell’animo umano. La donna ha un ruolo privilegiato, le […]

Qualcuno si chiederà come sia nato questo libro e cosa mi abbia spinto a scriverlo.
Non c’è una ragione precisa. Da sempre sono affascinata dalla scrittura e amo raccontare storie in cui emerge l’aspetto psicologico dei personaggi. Mi piace scavare e fare emergere le infinite sfaccettature dell’animo umano. La donna ha un ruolo privilegiato, le mie sono storie di donne che riescono a trovare il modo per riscattarsi in un mondo spesso ostile.
Il titolo del libro è emblematico, così come la copertina, un cielo infuocato in una notte invernale.
“Il cielo non era mai stato rosso come quella sera”, è una frase chiave del libro che si attaglia perfettamente ai protagonisti perché ciascuno di loro vive il proprio inferno personale.
Era da tempo che pensavo a una storia che parlasse di tradimento, inteso come trasformazione, e il pensiero di Eraclito “Noi siamo in continuo divenire” è diventato lo spunto per parlare di sentimenti e dinamiche relazionali. I miei personaggi entrano nel flusso della vita come un fiume che scorre, sperimentando il cambiamento che influirà sulle loro vite trasformandole per sempre.
Un passo del libro:
Stavo leggendo quando cominciai a sentire un tremito attorno. Prestai attenzione per cercare di capire se si trattasse della bora. Nonostante vivessi a Trieste da sempre e avessi imparato a conviverci, quando arrivava, la mente registrava sempre un’informazione di rifiuto. I nervi erano messi a dura prova per lo sforzo fisico e mentale di adeguarsi a quello stravolgimento di abitudini e ritmi dovuto alla sua forza impetuosa e violenta. Il fatto poi che potesse durare anche più giorni costituiva un ulteriore motivo di disagio e irrequietezza. I forti sibili penetravano all’interno delle stanze sempre più rabbiosi e si sentivano cigolare le antenne sui tetti. Pensavo a Leonardo e a come non si fosse ancora svegliato per lo sconquasso. Facevo fatica a concentrarmi ma m’imposi di non farmi condizionare da quelle forti raffiche che facevano vibrare ogni fibra del mio corpo. Cercai di recuperare la calma, mi avvolsi in un caldo plaid e ripresi la lettura del libro. Ogni tanto allungavo l’orecchio per cogliere tutte le variazioni di un concerto assordante dai suoni cacofonici che sembrava preludere all’imminente capitolazione tra me e Leonardo. Il sonno non arrivava, ero preda di visioni apocalittiche fino a quando la stanchezza del giorno mi prese per sfinimento. Mi svegliai all’improvviso per l’aumentata forza del vento che schiaffeggiava i vetri delle finestre facendole tremare. Era giorno. Il cielo limpido e cristallino appariva oscurato da un’ombra.
Leonardo era in piedi davanti a me e mi osservava.

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