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Aggiornamento

L’insostenibile importanza del making of Insomma dicono che è importante raccontare la storia dell’autore e com’è stata la realizzazione del suo libro. Si dice making of e siccome non mastico così bene l’inglese mi sono rivolto a Wikipedia che riporta la seguente definizione: “Making of, nel gergo cinematografico, è un documentario che narra la produzione […]

L’insostenibile importanza del making of

Insomma dicono che è importante raccontare la storia dell’autore e com’è stata la realizzazione del suo libro.

Si dice making of e siccome non mastico così bene l’inglese mi sono rivolto a Wikipedia che riporta la seguente definizione: “Making of, nel gergo cinematografico, è un documentario che narra la produzione e i retroscena della fase realizzativa di un film”.

Pare che ai lettori oltre al libro interessi quando uno scrittore lo ha scritto, (in che periodo, se di giorno o di notte), come si organizza, se nella stanza dove scrive ci sono degli spifferi e prende freddo o se invece il locale è caldo e confortevole, se prende prima un caffè e se fuma (perché si sa chi scrive deve fumare perlomeno un pacchetto di sigarette al giorno, di quelle forti). Tutte queste cose. Se poi sono successe delle cose strane durante la scrittura tanto meglio; e se invece non è successo proprio niente, qualcosa di stravagante si può sempre inventare.

Per me è un mondo nuovo e quindi non so se hanno ragione gli esperti di marketing, ma mi adeguo. E allora vi dico come faccio io.

Di solito, ora che non lavoro (perché prima era un po’ diverso), scrivo all’alba, quando è ancora notte. Mi faccio prima un caffè e faccio uscire il gatto, che il mio è un gatto mattiniero, soprattutto d’inverno, perché invece d’estate esce e passa tutta la notte fuori (chissà dove va!) , e allora in quel caso devo invece farlo entrare. Mi faccio una sigarettina col tabacco e scrivo per un paio d’ore. Poi correggo per un altro po’ di tempo, se non ho nulla da fare. La correzione è la fase più lunga e noiosa, perché, perlomeno per me, se due ore di scrittura producono per esempio due pagine, per correggerle mi ci vuole tre volte tanto.

Quando è freddo mi metto un accappatoio caldo, quello nuovo, perché il vecchio, quello blu e celeste preso con i punti della COOP era messo proprio male, se invece è caldo di solito scrivo in mutande.

Quando poi penso di aver finito, lo rileggo e lo cambio tutto, di solito. E ricomincio da capo. Siccome mi hanno detto tutti che il testo andrebbe letto ad alta voce per vedere se funziona, io c’ho provato qualche volta, ma, forse perché non leggo bene come gli attori o i doppiatori che quando li ascolti resti incantato, ho smesso di farlo e di solito lo rileggo sempre tra me e me.

E poi?

E poi se c’è qualcuno che te lo legge, com’è stato nel mio caso, tanto meglio. Fiammetta (ma Fiammetta chi? La Palpati no), La Fiammetta, dopo averlo letto attentamente mi ha dato tanti utili suggerimenti.

E quando hai finito, non resta che provare a farlo vedere a qualche editore. A me di solito non risponde nessuno (o se rispondono mi dicono che sono spiacenti, ma quello che scrivo io non rientra tra le loro priorità). Stavolta invece mi hanno risposto e tra 100 giorni (ma ormai ne mancano 70)… si vedrà.

No, non mi è successo niente di speciale nel periodo in cui ho scritto L’arsenale. L’unica cosa speciale, ma quella è capitata tutti, ma proprio tutti, quando avevo appena iniziato a riscriverlo è arrivato il covid. Niente di speciale quindi che se invece avevo vinto al totocalcio, oppure visitato le Azzorre e visto le balene che migrano verso chissà dove, quello si che era una cosa da raccontare nel making of.

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