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Aggiornamento

Il secondo racconto di Centogiorni e una notte, cucinato sulla brace qui su bookabook e pronto per voi, mentre indosso i veli di Sherazade. Sì, sì, solo un momento. Eccomi. Il racconto si intitola: Il caffè del mattino presto. e via, oppete giù d’un rigo e andiamo a cominciare. Con gli stivali del gatto fatato, […]

Il secondo racconto di Centogiorni e una notte, cucinato sulla brace qui su bookabook e pronto per voi, mentre indosso i veli di Sherazade. Sì, sì, solo un momento. Eccomi. Il racconto si intitola: Il caffè del mattino presto. e via, oppete giù d’un rigo e andiamo a cominciare.
Con gli stivali del gatto fatato, in sogno forse, eccomi nella casa romana dove sono nata molti anni fa. Ho forse sedici anni. e sono, a giudicar dal sole già maturo nel suo arancio, forse le cinque e mezzo. E’ un sabato pomeriggio come se ne contano tanti in un anno e sono nella mia stanza, forse, non so, a studiare. Verso le tre di pomeriggio, al salutar lo stanco dopopranzo, nel sole acceso di un mite inverno come tanti, comincia a trillare il campanello. Rispondo e, come so, sono gli amici di Marco, che vengono a tirare due calci di pallone nel campetto che è all’ingresso del giardino dei miei genitori. Apro. “Aperto?”, chiedo e la risposta è un rombo di vespone che è, tradotto in lingua italiana, un sì grande come una casa.
Suona di nuovo e ancora e io, sbuffando mi chiedo perché non si rispondono tra loro, visto che sono già in calzoncini a correre qui e lì per il riscaldamento. Niente da fare, continua il rumor di campanello che ferisce il silenzio. Poi, dabbasso inizio a udire qualche grido, si chiamano tra loro. Poi esplode un “gol!” e come un tripudio invisibile nell’aria e anche i passerotti e i merli sembrano batter l’ali per l’allegrezza della squadra vincitrice. Continuo a studiare, o almeno ci provo perché so che presto arriveranno anche le spettatrici, e alcune sono mie amiche, per pescar con gli occhi il beniamino. Anche io ne ho uno tutto mio che neppure oso guardare da tanta altezza mi par guardarmi lui, come in grattacielo…

E quando scendo c’è anche lui, ma neppure mi vede. Le ombre della sera già mangiano erbe, fronde, rami, alberi, visi e tutto quanto. Le motorette sciamano via, alcune portandosi via anche qualche spettatrice e il mio beniamino. Noialtri, i rimasti, il gruppo antico, siamo lì a chiederci che cosa fare. Forse un filmino all’Alba, una pizza, un gelato in centro? Intanto fischiano sulla testa, in volo rado, i pipistrelli…
Poi d’un tratto è giorno, mi sveglio, e mio marito mi chiama per bere insieme a me il caffè del mattino presto.

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