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Aggiornamento

Ho letto che il caro amico Giampaolo Pepe, per il quale scrivo a volte sul suo bel blog “Storie di territori”, alla domanda: “Ma chi è Benedetta de Vito”, ha raccontato quel che sono in poche parole, cioè giornalista professionista e via così, ma qui di seguito, apro la pista al passato perché io sono […]

Ho letto che il caro amico Giampaolo Pepe, per il quale scrivo a volte sul suo bel blog “Storie di territori”, alla domanda: “Ma chi è Benedetta de Vito”, ha raccontato quel che sono in poche parole, cioè giornalista professionista e via così, ma qui di seguito, apro la pista al passato perché io sono anche, in parte, quel che furono quelli che vennero prima (come direbbe Maria Borgese) e qui potete leggere un poco di loro che dormono in pace, ma da me indimenticati…
Buona lettura, mentre il vascellino Cuoresardo, impavido tra i marosi della rete, cerca ancora il Porto Duecento. Coraggio piccolo naviglio!

Dal Brasile, dove ha costruito casa, famiglia e felicità, mio fratello Marco ha anche ricostruito, in fantasmagoria certosina, le mirabilia di famiglia, negli avi nostri che, chi per un verso, e chi nell’altro si è ritagliato un posticino nella piccola storia tricolore. E le pesca tutte quante lui, spulciando su siti e biblioteche, in quel vasto mare che spaura e smaga per la vastità illimitata senza forma. Ma Marco, a zii e bisnonni, dà forma e sostanza nelle imprese loro e scova ciò che era sepolto, perduto, dimenticato. Riportandolo alla luce della nostra memoria famigliare: grazie!
Scopro, così, che il bisnonno paterno, il Capitano Ludovico, morto ad Adua, giovanissimo, già padre di molti figli (tra i quali mio nonno) con baffi all’insù, oltre ad aver scritto la prima grammatica di tigrino, ha anche raccontato la geografia eritrea, tra amba e aradam e in più volumi.
Scopro che il prozio Piero, ex ministro di Grazia e Giustizia a Salò, aveva un’idea tutta sua, raccontata su Oggi, sul perché Galeazzo Ciano non venne graziato. E non mi meraviglia: lo zio Piero, da me amatissimo, di segreti ne conservava tanti.
Ma soprattutto, vengo a sapere (e cado dalle nuvole davvero!) che il bisnonno materno, Gustavo, ai suoi tempi, elegantissimo in nero stiffelius, con bisturi di precisione, operò niente meno che… una leonessa come racconta, in una copertina, la Domenica del Corriere, dove il felino appare color ocra e grande come due uomini messi insieme. L’immagine è carina e rende l’idea del tipo d’uomo che era Gustavo e di cui si è perduto lo stampo. Carina, per carità, ma molto meglio il racconto, corredato da gesto descrittivo, di nostra madre che qui riporto così come la vedo per come me l’ha descritta Marco: “Mio nonno impugnò il bisturi e zic zac zac, come Zorro, la curò”.

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