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“…C’era odore di funghi secchi. Era molto penetrante se si girava dalla parte destra, mentre da sinistra arrivava un denso profumo di limoni. Niccolò prese a girare la testa ora a destra ora a sinistra, sempre più velocemente. Che cosa avrebbe resistito più a lungo nelle sue narici? I funghi o i limoni? Si sorprese […]

 

 

“…C’era odore di funghi secchi. Era molto penetrante se si girava dalla parte destra, mentre da sinistra arrivava un denso profumo di limoni. Niccolò prese a girare la testa ora a destra ora a sinistra, sempre più velocemente. Che cosa avrebbe resistito più a lungo nelle sue narici? I funghi o i limoni? Si sorprese a ridere come uno scemo per quel gioco. Alla fine sentì il corpo tentennare da una parte, come se il muro fosse diventato scivoloso. Interruppe il gioco ma la testa continuò a girare da sola. Per rimanere in piedi si aggrappò al pilastro dello scaffale. Ci fu un tremolio rumoroso, come un gruppo di bambini che batte i piedi in contemporanea. Barattoli, scatole, pacchi avevano ballato sui ripiani per una frazione di secondo. Ma non c’era stato nessun tonfo. Nessun barattolo disintegrato a terra. La mamma lo avrebbe mangiato vivo.


Niccolò si rimise con le spalle al muro. Gli sembrò di udire un cigolio. Forse era lo scaffale su cui era franato pochi istanti prima. Si era riassestato dopo la botta. Gli era parso che fosse più tenue, un rumore più distante. Poteva essere la porta di casa! Ester aveva fatto molto più veloce di quanto pensasse. Si acquattò. Tese l’orecchio e per ridurre al minimo i rumori di disturbo cominciò a trarre respiri più lenti e gonfi. Non sentiva niente ma era normale perché Ester era piccola e i suoi piedi si muovevano leggeri. Passarono altri secondi e niente. Poi gli s’insinuò un dubbio: e se fosse stata sua madre che era tornata a chiudere l’appartamento a chiave? Fu sul punto di schizzare fuori dal nascondiglio e correre alla porta, ma poi rifletté che c’era Ester che lo stava cercando e che la mamma le avrebbe chiesto dove si era ficcato. Prima di chiudere a chiave avrebbe perlomeno perlustrato la casa.
Immerso in quel buio, s’immaginò di essere Frodo, nascosto nel tentativo di sfuggire ai terribili Nazgul.


Infilò due dita nelle tasche. Toccò il portachiavi. Il cerchietto di ferro era identico all’anello di Frodo. Allungò un dito e lo fece passare attraverso. Doveva resistere, altrimenti l’Occhio lo avrebbe localizzato e i Nazgul sarebbero piombati su di lui. Un brivido avventuroso gli tagliò la schiena da sinistra verso destra.
Rimase immobile. I battiti del cuore accelerarono. E anche i respiri. Gli rintronavano nelle orecchie. Si sforzò di rallentarli. Il cuore proseguiva nella sua galoppata e anche i respiri erano diventati dei soffi potenti, anzi gli sembravano spessi, come se ai suoi si fossero sovrapposti quelli di qualcun altro.
Si concentrò quel poco che la fifa gli consentì. All’inizio continuò ad avvertire il volume pieno del susseguirsi dell’inspirazione e dell’espirazione, poi all’improvviso la colse. Si trattava di un’impercettibile disarmonia del respiro, quando l’aria era quasi tutta uscita, era come se si separasse in due suoni diversi. I suoni di respiri diversi. La sentì ancora e la risentì. Tre, quattro, cinque volte.
Non aveva il coraggio di muovere una mano, né un piede. Il sudore, che gli bagnava schiena e faccia, gli si stava ghiacciando addosso. Pregò che arrivassero rumori da fuori, che la porta si spalancasse ed entrasse la mamma. Solo silenzio invece e quel respiro che si era fatto più affannato.
Cominciò a tremare. Braccia e gambe furono trafitte da mille punture di aghi. La mandibola prese a muoversi senza controllo, facendo sbattere i denti in modo inconsulto.


Forse era il respiro del freddo. Stava sentendo il respiro del freddo. Se ci fosse stata la luce avrebbe visto anche il fumo, come succede d’inverno. Avvertì un senso di stordimento improvviso. Una sensazione quasi piacevole che lo stava distaccando dalla realtà, come quando si percepisce per una frazione di secondo che ci si sta per addormentare.
O erano i Nazgul che lo avevano trovato.
«Respira» si ripeté.


Il respiro, l’altro respiro, cambiò tono. Divenne un sibilo, un leggero fischio che arrivava sottotraccia. A prestare attenzione non era solo un sibilo. Quel respiro sembrava parlare. QUI.
Era sospeso in uno stato d’incoscienza sonnolenta. Il sibilo tornò ed era sempre più simile a una voce camuffata dietro ad uno sbuffo. D’un tratto le spalle e la schiena scivolarono lungo il muro facendolo sbattere sullo scaffale di destra.
Sgranò gli occhi nel buio. Ansimò, gli venne da piangere, strinse le braccia attorno alle gambe e sentì il portachiavi che premeva sulle cosce. Gli venne in mente che il portachiavi era una piccola torcia.
Infilò due dita nella fessura stretta della tasca. Lo arpionò e lo tirò fuori. Accese il lumicino, così flebile che non riusciva a vedersi nemmeno i piedi. Lo girò a destra e a sinistra, sperduto. Proiettava un cerchio minuscolo che formava un alone sulle cose che illuminava. Non c’era niente, non vedeva niente se non barattoli, pacchi e provviste.
Il sibilo era scomparso”


Niccolò sta giocando a nascondino con sua sorella. Un gioco ormai superato per la sua età se non fosse per la magica, misteriosa attrazione che la villa esercita su di lui. Spazi enormi, deserti e bui che fanno nascere paure affascinanti.


Ho pescato nei miei ricordi di bambino e sono affiorate subito le sensazioni di quando giocavo in campagna e c’era da nascondersi o entrare in qualche villa abbandonata. Adrenalina che ti spinge ad andare avanti quando la testa ti strattona la maglietta per portarti indietro.
In fondo non smettiamo mai di vivere questi conflitti, nemmeno da grandi. Siamo emozione e ragione, c’è poco da fare.

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