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Il romanzo senza cellulari (più o meno) Qualche mese fa, quando non avevo ancora deciso di mandare le Rondini (io lo chiamo così, perché i titoli alla Lina Wertmuller possono anche essere divertenti, a volte poetici, ma alla terza volta che devi scriverli ti viene male ai polpastrelli e ti stufi) a bookabook, passavo a […]

 

 

Il romanzo senza cellulari (più o meno)


Qualche mese fa, quando non avevo ancora deciso di mandare le Rondini (io lo chiamo così, perché i titoli alla Lina Wertmuller possono anche essere divertenti, a volte poetici, ma alla terza volta che devi scriverli ti viene male ai polpastrelli e ti stufi) a bookabook, passavo a Bookpride, la fiera dei piccoli editori milanese, e facevo un giro di ricognizione per cercare libri di piccoli editori da leggere.


Sono passata pure allo stand di bookabook come faccio ormai ogni volta che capito a una fiera, e credo Roberta ha cercato di spiegarmi come funziona la casa editrice.


L’ho fermata e le ho spiegato io che li conoscevo da anni e che avevo anche partecipato a un crowdfunding l’anno prima. Stavo semplicemente cercando, più del coraggio, la voglia di riprendere in mano le Rondini per inviarlo.
Mi ha chiesto alcune cose e io le ho detto, con una malcelata punta di orgoglio, che nel mio romanzo non c’erano cellulari.


La ragione è molto semplice. La prima stesura è del 1997, e pure se i cellulari si usavano, all’epoca, erano talmente poco diffusi nel mondo che frequentavo da non influenzarlo minimamente. L’unico cellulare che avevo visto fino a quel momento era il citofono di Don Piero, il prete della mia parrocchia di periferia. Il citofono aveva una scatola enorme che il Don si portava dietro a mo’ di borsetta. E insomma, lo chiamavamo citofono per una buona ragione.
Questo fatto che nel mio romanzo non ci fossero cellulari per me era basilare. Una certezza granitica. Un punto di forza.


Senonché.


Quando ho deciso di rileggerlo per capire se valesse ancora la pena investirci emotivamente per mandarlo a una casa editrice mi sono resa conto che nell’ultima revisione, di ornai 5 anni fa, avevamo aggiunto un cellulare.
Uno solo. Usato dall’architetto Deodati, il padre di Claudia, che nel romanzo sarà chiamato solo papà o architetto.
Ma uno era già troppo perché diventasse un romanzo con cellulari.
Così ho pensato che il cellulare dell’architetto poteva diventare irrilevante. Per esempio, per i figli poteva servire solo mentre si trovavano in vacanza con il padre, al lago, dove irrimediabilmente non prendeva. E quindi era come non averlo affatto.


Alla fine il romanzo con un cellulare è rimasto lo stesso un romanzo senza cellulari, perché pure se il cellulare c’è non serve a nessuno.


(del perché i genitori di Claudia non abbiano un nome di battesimo ma siano semplicemente ‘papà’ o ‘architetto’ e ‘mamma’ e basta ragionerò in un altro momento)

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