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Coltiva te stesso – Note (personali) a margine 2 – RESPIRARE Il primo capitolo del libro è dedicato alla Respirazione e a quella che viene chiamata “Interocezione”, ovvero la nostra capacità di percepire, di accorgerci, del flusso di informazioni psico-fisiche ed emotive che il sistema corpo-cuore-mente genera ed elabora senza sosta: sensazioni, stati d’animo, pensieri. […]

Coltiva te stesso – Note (personali) a margine

2 – RESPIRARE

Il primo capitolo del libro è dedicato alla Respirazione e a quella che viene chiamata “Interocezione”, ovvero la nostra capacità di percepire, di accorgerci, del flusso di informazioni psico-fisiche ed emotive che il sistema corpo-cuore-mente genera ed elabora senza sosta: sensazioni, stati d’animo, pensieri. Su questi tre ‘ingredienti dell’esperienza’ ritornerò nelle prossime Note, ora vorrei soffermarmi sul respiro. Ritengo davvero sia il punto di partenza e di arrivo di qualunque azione o pratica volta alla cura di sé. Se in questo esatto momento ci fermassimo un attimo e ci domandassimo “Come sto? Come mi sento?” la prima cosa che probabilmente sperimenteremmo (pur senza un’effettiva volontà) è un respiro profondo, o comunque un po’ più ampio e consapevole di quelli precedenti. La respirazione è il processo che sta alla base della nostra vita, è la pulsazione che sostiene l’organismo: espansione/riempimento-contrazione/svuotamento, proprio come il cuore. Questa oscillazione dinamica, spontanea e impersonale alimenta (letteralmente) le cellule di cui siamo composti, istante dopo istante. Per quanto mi riguarda, è un “parametro vitale” con il quale ho dovuto fare i conti molto presto: l’asma allergica che mi ha accompagnato fin dalla primissima infanzia (ed in maniera piuttosto invadente fino ai 20 anni) ha spesso reso questo semplice atto molto difficoltoso. Quel senso di soffocamento che a volte durava intere giornate (e nottate!) è radicato nella mia memoria, così come l’impressione di dover fare uno sforzo volontario per immettere aria nei polmoni. Ricordo però altrettanto bene lo stupore che mi si dipinse in volto quando, intorno agli 8-10 anni, il mio pediatra, il dott. Annoni, mi spiegò che in realtà, durante un attacco d’asma, non c’è una reale carenza di ossigeno, che quella era solo una sensazione illusoria, una maschera. Anzi in quei casi, sforzandosi di respirare, spesso si finisce per prenderne fin troppa di aria (creando squilibri con la concentrazione di anidride carbonica nell’organismo, come capii più tardi)! Mi suggerì di fidarmi dell’intelligenza del mio corpo e di provare a stare delicatamente in contatto con il respiro, senza spingere, consentendo piano piano all’infiammazione di ridursi, come di certo sarebbe accaduto. Non avvennero miracoli o improvvise guarigioni, ma quel modo nuovo di “vivere l’asma” rese i miei attacchi meno spaventosi e in alcuni casi veramente più brevi. Credo sia per via di queste esperienze precoci che molti anni dopo, quando scoprii e sperimentai la Mindfulness, ebbi come una sensazione di deja vu…

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