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Recensione Covid ergo sum

Riportiamo qui la recensione del professor Sandro Spinsanti, autore e massimo esperto di medicina narrativa:   PARAMEDICI? NO: ORGOGLIOSAMENTE INFERMIERI Sul nastro di scorrimento dei prodotti dell’editoria continuano ad arrivare libri sulla pandemia da coronavirus. Sembra, stando al gossip della rete, che ci siano altri libri che, invece di pervenire nelle mani dei lettori, sono […]

Riportiamo qui la recensione del professor Sandro Spinsanti, autore e massimo esperto di medicina narrativa:

 

PARAMEDICI? NO: ORGOGLIOSAMENTE INFERMIERI

Sul nastro di scorrimento dei prodotti dell’editoria continuano ad arrivare libri sulla pandemia da coronavirus. Sembra, stando al gossip della rete, che ci siano altri libri che, invece di pervenire nelle mani dei lettori, sono andati a finire direttamente al macero. È quanto si racconta di un libro, prodotto da un alto vertice della sanità nazionale, che l’editore, in imbarazzo per il contenuto, avrebbe deciso di distruggere invece di metterlo in commercio. Niente di simile è auspicabile per il volume che porta la firma di Laura Binello e Cinzia Botter: Covid dunque sono (ed. bookabook). Anzi, è più che appropriato accoglierlo con un caloroso benvenuto.

Collocarlo in un genere letterario è piuttosto semplice: fa parte di quelle pubblicazioni chiamate in inglese Misery report, che possiamo tradurre in italiano con l’espressione “Racconti del dolore”. Chi è transitato nel territorio della cura – o come curante o come destinatario delle cure – prende volentieri la penna (oggi è più appropriato riferirsi alla tastiera del computer) e racconta il suo vissuto. Sono narrazioni utili a chi le fa; possono esserlo anche per chi le condivide. Oltretutto ci sentiamo in dovere nei confronti di coloro che la pandemia l’hanno vissuta dolorosamente sulla propria pelle. I contagiati e le vittime non possono essere solo contati: devono essere raccontati. Solo così possiamo render conto adeguatamente di ciò che è avvenuto. In questo caso il libro porta la narrazione nel vissuto di infermiere che hanno affrontato la prima fase della pandemia in diversi contesti geografici – Asti, Vicenza e località bergamasche come Nembro e Osio – e in vari contesti professionali: cure ospedaliere, servizi domiciliari, strutture di day hospital.

Il loro racconto è spiazzante, perché non vuol essere l’ennesima descrizione degli effetti sanitari della pandemia. Il punto di vista è rovesciato, in quanto si pretende che sia la pandemia a “raccontare gli infermieri”, come mette in evidenza il sottotitolo. Attraverso il racconto delle sfide che gli infermieri hanno dovuto affrontare – scarsità di presìdi protettivi, insufficienza di personale sanitario, indicazioni contraddittorie delle autorità, decisioni da dover prendere anche in dissonanza dai comportamenti prescritti – emerge un ritratto a tutto tondo della professionalità stessa degli infermieri. Gli insight che ne derivano possono essere molto istruttivi per i cittadini, facendoli uscire da stereotipi culturali riduttivi.

Anzitutto: gli infermieri ci sono. È questa la prima lettura del titolo provocatorio “Covid dunque sono”. La pandemia fa esistere gli infermieri, nel senso che porta il loro lavoro alla consapevolezza dei cittadini. Nella normalità questi tendono a dare per scontato il contributo che questi portano alla cura. Una vicenda esemplare che il libro riporta può dare concretezza a un’affermazione che tende a far parte delle ovvietà. La chiusura di un centro diurno per persone con disabilità obbliga un figlio a prendere a casa sua la madre, affetta da Alzheimer, che abitualmente veniva durante il giorno assistita nella struttura. Dopo qualche giorno l’infermiera riceve la telefonata dal figlio: prendersi cura della madre lo ha ridotto all’esasperazione, tanto che minaccia di abbandonarla. Solo le parole appropriate dell’infermiera, basate su un rapporto continuativo di cura, riconducono la signora a una condizione di tranquillità. Nella quotidianità, dunque, l’infermiera c’era, anche se il suo lavoro veniva dato per irrilevante; l’emergenza del Covid-19 l’ha fatto “emergere”, letteralmente.

Riscoperti nel loro prezioso lavoro dalla comunità sociale, gli infermieri fanno volentieri a meno del manto retorico con cui li si è voluti ricoprire. Soprattutto durante la prima emergenza, sono stati spesso celebrati come angeli o eroi. “Se sono un’eroina, sono stata tagliata male”: è la sarcastica risposta di Laura Binello. Parla di sé, ma dando voce a tante altre infermiere che preferiscono una considerazione priva di enfasi, ma solidamente fondata sulla loro professionalità.

Troviamo qui un elemento fondamentale: la gestione della pandemia ci fa scoprire non solo la resilienza di quegli infermieri che si sono impegnoati fino al limite delle loro energie, ma anche la loro creatività nel trovare soluzioni in un tessuto socio-sanitario dove affiorano in bella vista incompetenze e improvvisazioni.

In questo contesto cade la proposta delle autrici di assegnare il “Nobel per la fantasia” ai responsabili delle procedure sanitarie territoriali; più appropriato sarebbe magari il satirico Ignobel… Ripercorrendo in modo analitico il percorso delle indicazioni ufficiali durante la prima fase della pandemia, i giornalisti Fabio Tonacci e Marco Mensurati hanno ritenuto appropriato intitolare il loro libro Scimmie al volante (BUR 2020). Questa era l’impressione che suscitavano coloro dai quali venivano direttive e prescrizioni. Rispetto a tante approssimazioni che venivano dalle autorità ufficiali contrastano alcune decisioni prese in autonomia dalle infermiere che hanno contribuito al volume, come la chiusura di un centro diurno per proteggere gli ospiti, anche in assenza di una comunicazione delle autorità competenti. Fanno emergere un lodevole senso di responsabilità. Ci riferiamo alla responsabilità in senso proattivo (cioè: “Mi sento responsabile per la tua salute e agisco nel tuo migliore interesse”), piuttosto che in senso difensivo (che si esprime con il famigerato: “Io non mi prendo la responsabilità!”…).

Dalle macerie della pandemia attraverso i vissuti raccontati emerge una realtà molto gratificante per ciò che riguarda gli infermieri: la loro professionalità è cresciuta. L’irritazione che mostrano quando vengono interpellati come “paramedici” è pienamente giustificata: non sono una professione subalterna – “para” rispetto a quella dei medici – ma professionisti a tutto tondo, ovviamente con i limiti e le integrazioni richiesta dal lavoro in sanità. Non tutti si sono accorti del cambiamento che ha avuto luogo. Un piccolo aneddoto ci aiuta a dare forma alla transizione avvenuta, sul piano interpersonale prima ancora che professionale. Ce lo fornisce il racconto autobiografico di Pierdante Piccioni, il medico che a seguito di un trauma ha perduto la memoria di dodici anni della sua vita. Nel libro Meno dodici. Perdere la memoria e riconquistarla: la mia lotta per ricostruire gli anni e la vita che ho dimenticato (Mondadori, 2016) descrive la situazione in cui si è venuto a trovare, riprendendo il lavoro di primario in pronto soccorso, ma con un buco nella memoria che ha cancellato gli anni dal 2001 al 2013. Ebbene, un giorno, in presenza dell’infermiera di reparto, pone a un paziente una domanda volutamente errata come test per saggiare la sua memoria. L’infermiera interviene correggendolo e il medico la mette bruscamente a tacere in modo autoritario. Successivamente l’infermiera si presenta al primario e gli chiede, in modo risoluto, di non permettersi più di trattarla come aveva fatto: era un modo che lei non tollerava neppure da parte di suo marito! Ci sentiamo autorizzati a dire che nel buio dei dodici anni perduti da parte del medico ci sia anche la transizione verso un nuovo modello di rapporto che non autorizza più il medico a dar mostra di un potere arbitrario sull’infermiere. Purtroppo sulla scena della medicina molti, anche senza i postumi del coma, sembrano non essersi accorti del cambiamento. Ben venga, dunque, quanto la pandemia ha portato alla luce nel mondo infermieristico: “Covid dunque sono… orgogliosamente infermiere”.

La pandemia da Covid-19 è una sciagura inestimabile: d’accordo. Ma può portare con sé benefici secondari inattesi. Tra questi Covid dunque sono ci aiuta a individuale quelli che riguardano la professione di infermiere: possiamo renderci conto che gli infermieri ci sono; che fanno un lavoro di cura prezioso; che la loro professionalità ha assunto un profilo impensabile in passato. Sono la risorsa che ci sentiamo più vicina nel recuperare e mantenere la salute. In tempo di pandemia e in tempo di normalità.

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