Mentre girava per la bottega dove tutto era rimasto intatto come se suo padre fosse uscito per incontrare qualche committente e fosse sul punto di tornare, da lontano le arrivò il suono delle campane del vespro che ruppe quell’immane silenzio, ora unico abitante della bottega vuota. Un silenzio al quale, a quel tempo, non era abituata; un silenzio cupo, pesante, pieno di dolore.
Aveva iniziato a toccare tutto come se le cose potessero parlarle e spiegarle il perché. Si ricordò che mentre cercava la tela che don Antonio reclamava nella lettera, quell’odore che, comunque, avrebbe impregnato tutta la sua vita le era sembrato un’esalazione di veleno.
Aveva cercato a lungo la “mezza figura di santa Rosalia” che era descritta nella lettera e che don Antonio aveva già saldato ma non trovò niente. Così, per onorare la memoria dell’amatissimo padre ricominciò a dipingere.
Di getto prese a montare una tela su un telaio. Le lacrime le scendevano sulle guance ma non tentava nemmeno di fermarle. Nei due giorni seguenti, come presa da una febbre, iniziò e completò la sua “mezza figura di santa Rosalia”, a memoria appose la firma di Pietro Novelli e aspettò che fosse completamente asciutta prima di scrivere a don Antonio di avere trovato il dipinto e di aspettare solo un suo incaricato per consegnarlo. Si era seduta davanti al tavolo che usavano per l’imprimitura delle tele e che anche lei aveva usato per il dipinto che aveva appena falsificato. Con i gomiti sul tavolo si coprì il viso con le mani, si sentiva stanca e prostrata come chi ha commesso peccato senza averne l’intenzione. Non voleva violare le leggi umane e divine, l’aveva fatto solo per l’amore grande che portava al padre, per proteggere la sua parola data.
A distanza di tanti anni, ripensando a quel peccato commesso, si era resa conto che per tutto quel tempo non era riuscita a confessarlo a nessuno anche se, a ben guardare, non era stata una grave trasgressione di cui pentirsi, oggi ne era consapevole.
Ma in quel momento, anche se era cosciente che al cospetto del Signore poteva dire di avere sempre rispettato le leggi divine, le leggi dei padri e il suo destino, non c’era niente che la potesse davvero assolvere per il gesto compiuto, né consolare per le sue perdite e per la sorte che si era presa tutto: il padre, il marito che non aveva amato e nemmeno scelto, il fratello che era rimasto il suo unico sostegno. Ingiustizie, febbri maligne, epidemie le erano passate accanto portandosi via ogni cosa.
Tutto nella sua vita era cambiato per sempre quel giorno della fine di agosto del 1647.
Aveva gridato, imprecato, si era strappata dalle spalle pure lo scialle di ermesino che suo padre le aveva regalato e al quale teneva tanto, lo aveva buttato in faccia al medico che le spiegava che non potevano costringerlo e che senza l’amputazione del braccio sarebbe morto di sicuro. Aveva maledetto il mondo intero quando suo padre aveva deciso di lasciarsi morire.
Tutto aveva tentato per convincerlo.
«Padre, nostro Signore non può volere questo! Io posso dipingere come se il mio braccio fosse il vostro.»
Lo aveva supplicato, ma lui era lì, muto, senza forze e tuttavia incrollabile nella sua scelta. Aveva voluto solo fare testamento prima di sentire lo scampanellio che annunciava l’arrivo del sacerdote per il viatico al moribondo.
Così era stato, e dopo pochi giorni la cancrena se l’era portato via nella penombra della sala degli infermi dell’ospedale Grande di palazzo Sclafani.
La ferita dentro Rosalia non si era mai rimarginata del tutto ma ora, a distanza di tutti quegli anni, insieme a tanto altro, aveva capito che il padre non sarebbe mai riuscito a vivere senza il suo braccio: non c’era vita per lui senza la pittura e senza il suo onore e mai avrebbe sopportato di dover dipendere dalle mani di sua figlia né da quelle di nessun altro.
Gli anni precedenti a quel disgraziato 1647 erano stati anni tumultuosi ma non per Rosalia che non sapeva niente di quello che accadeva a Palermo e in tutto il regno di Sicilia.
Era l’ultima di una famiglia di artisti, viveva sotto la protezione paterna, quella del “Monrealese”, che tra gli artisti dell’epoca era quello all’apice della notorietà. Aveva studiato Rosalia, al contrario della madre che non sapeva né leggere né scrivere, anche perché era destinata a un futuro altolocato. Il padre, infatti, fin dalla nascita aveva in testa che l’avrebbe maritata a qualcuno di rango e aveva cominciato scegliendo i padrini del battesimo, cercati con fiuto sapiente nella cerchia della chiesa e delle personalità più autorevoli della città.
Rosalia cresceva, non era bella come la madre ma come lei era alta più della media, un corpo rotondo e proporzionato con un bel seno generoso e, soprattutto, un viso dai tratti dolci incorniciati da una chioma ondulata e ribelle, con grandi occhi scuri e un sorriso amichevole ed espansivo; le faceva formare delle fossette sulle guance che non le avevano mai fatto perdere quell’aria infantile, nemmeno in età matura.
Capiva che avrebbe potuto scegliere qualcuno da sposare senza difficoltà, vedeva come gli uomini la guardavano quando usciva con la madre, ma sapeva che avrebbe dovuto seguire il suo destino, senza farsi domande. Era destinata a sottomettersi alla dura legge paterna, che l’avrebbe voluta merce di scambio in un matrimonio sicuramente indesiderato, ma allora ancora non le importava. Il padre era la sua forza, la sua torre incrollabile ed era certa che lui avrebbe scelto per lei solo il meglio. Si era fatta giurare che chiunque avesse scelto come suo sposo avrebbe dovuto acconsentire a farle continuare la sua arte. Questo le bastava.
La sua vita, fino a quel malefico giorno di agosto, era stata quasi totalmente impegnata a ottenerne l’approvazione come figlia e come artista.
Perché non si può crescere in una bottega d’arte senza amare l’odore della vernice e della colla, dell’olio di lino che serviva a unire i pigmenti. I suoi giochi di bambina erano stati pennelli, telai, barattoli pieni di polveri colorate, drappi che suo padre usava per vestire di sante le modelle.
Cominciò per gioco ma subito le fu chiaro che dipingere era la sola cosa che contasse, che, come per il padre, non c’era vita senza la pittura.
A lui toccò di perdere la vita per non perdere la pittura ma Rosalia, per molto tempo, perse tutto il resto.
Andò sposa tre volte: la prima fu per decisione del padre, le altre perché doveva salvaguardare il patrimonio e soprattutto per non perdere il privilegio di trasmettere la nomina di segretario e referendario regio a chi l’avesse presa in moglie. Il suo primo suocero, don Giovanni Paolo Durante, dopo la morte del suo unico figlio e prima di rendere l’anima a Dio, anche lui a causa dell’epidemia di febbre maligna, l’aveva nominata erede universale e titolare del privilegio di trasmissione della nomina al marito che avrebbe scelto.
Tuttavia, dovette subire in silenzio le ricerche, da parte di altri, dello sposo più adatto e ogni volta bisognava fare in fretta, i tempi erano strettissimi, a nulla valeva il rispetto del lutto che le avrebbe concesso un po’ di riposo. Subì contratti matrimoniali e dotali in cui si quantificava in denaro ogni cosa che la riguardasse ma almeno l’indennizzo pro virginitate in caso di morte del marito non fu scritto più.
Non una sola volta provò vero piacere quando uno di quelli che aveva sposato veniva nella sua stanza, a sera, per reclamare il diritto di letto al quale sapeva di non potersi sottrarre. E anzi, in realtà, per quegli esercizi dentro il proprio corpo provava una certa avversione: con il viso girato verso il guanciale attendeva solo che il respiro di lui si facesse più forte e il movimento dentro di lei più incessante perché questo era il segno che a breve sarebbe stata libera.
Niente di quello che aveva conosciuto nella sua vita di sposa somigliava ai versi che suo padre declamava rivolto verso la madre: «Amor è un disio che ven da core per abbondanza di gran piacimento e li occhi inprima generan l’amore e lo core li dà nutricamento».
Non poteva dimenticare quei versi, né la voce calda e profonda del padre, né il suo sorriso mentre la madre, chissà perché, come presa dalla vergogna abbassava lo sguardo.
Ma in quel periodo di tumulti, carestie e risse di popolo, di cui si accorse solo dopo quel giorno fatale, Rosalia capì presto che il suo disgusto verso l’uomo era il meno.
Il passato non dovrebbe avere tregua. Se solo si potesse sovrapporre e saldare costantemente al presente non dimenticheremmo quello che è stato e saremmo più accorti nell’affrontare il futuro.
Negli anni precedenti le grandi rivolte popolari del 1647, Palermo sembrava a Rosalia la città più felice del regno. Fin da piccola i racconti del padre su come la città cambiava li ascoltava e li viveva come se fossero state storie straordinarie e soprannaturali.
Gli arditi sventramenti, le demolizioni, le edificazioni di nuovi palazzi, di chiese, delle imponenti porte della città le sembravano l’opera di fate e maghe incantatrici che avevano eletto Palermo la capitale della bellezza e per questo la premiavano con opere grandiose degne della più importante città del mondo conosciuto.
Quando la sera, dopo avere chiuso la bottega, Pietro Novelli tornava a casa, ancora con la cammisa da lavoro fatta di vernice, di colla e di calce, si sedeva subito con i figli e iniziava a raccontare. Con gli occhi infuocati e appassionati descriveva a Rosalia e a suo fratello, Pietro Antonio, le convulse e mirabili opere che avevano già trasformato e continuavano a trasformare Palermo e i suoi antichi e disordinati quartieri, le tortuose vanelle, la scompostezza degli antichi spazi. Nel mentre, Costanza, davanti al fuoco, sorrideva silenziosa e pensava alla cena della famiglia.
Erano stati anni di grandiose mutazioni urbanistiche, quelli in cui il fiorire del Barocco e la sua potente ridondanza avrebbero schiacciato e trasformato la struttura medievale della città. Uno stile che si accordava perfettamente anche con gli sconvolgimenti religiosi che la Chiesa aveva vissuto e superato dopo la secessione protestante. Sicché, nella politica della controriforma, la Chiesa non poteva che approfittare della magniloquenza e del linguaggio del Barocco per manifestare un rinvigorito orgoglio e un nuovo annuncio della solennità della dottrina religiosa. I fedeli dovevano dimenticare le sofferenze del mondo e innalzarsi verso la bellezza salvifica offerta solo a chi professava l’unica vera fede.
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