Il ramo penzolava ancora nella testa di Jack. Ma adesso il vento era molto più tagliente.
Si piegò sulle ginocchia senza rendersene conto, come risucchiato da una buca invisibile e fredda.
“Ha avuto un incidente… io… non so come dirtelo, Jack. Stava andando in ospedale… era in macchina…”
“Sì ma… come sta adesso?” la interruppe, con la voce rotta come quella della madre. Un tentativo istintivo di aggrapparsi a qualcosa, qualsiasi cosa.
“Dov’è ora?” aggiunse, incalzante, senza attendere risposta.
Un sasso nello stomaco gli provocò un conato.
Dall’altra parte del telefono, un singhiozzo trattenuto vibrò come un vetro che sta per incrinarsi.
Poi, le parole arrivarono.
Poche.
Definitive.
Maledette.
“Non ce l’ha fatta.”
Disse propri così. Senza enfasi. Senza giri di parole.
Solo la verità, nuda e cruda.
Il ramo nella testa del figlio si staccò. E cadde per terra.
Jack chiuse gli occhi. Trattenne il fiato, come se potesse fermare il tempo. Il cuore sembrava bruciargli il petto.
“Ma… com’è possibile?” balbettò, cercando aria dove non ce n’era. La voce gli usciva strozzata, il pensiero annebbiato. “Non è che si è sentito male? Un infarto, un calo di pressione, qualcosa… altrimenti non ha senso. Non può essere…”
Si interruppe.
Le parole si spezzarono da sole, perché oltre quel punto non riusciva ad andare.
Cercava spiegazioni. Ne aveva terribilmente bisogno, come dell’ossigeno.
“Lo pensano anche i medici” rispose lei, con un filo di voce. “Ma non c’è ancora nulla di certo. Dobbiamo aspettare l’autopsia. Ci vorrà del tempo…”
Fece una pausa. Poi il dolore esplose tra le parole: “Non ci credo, Jack. Non riesco a spiegarmelo. Papà stava benissimo. Era forte, in forma, sempre attento. Com’è possibile? Dio… com’è possibile?”
Silenzio.
Nessuno dei due riusciva a parlare.
Ogni parola sembrava superflua, troppo fragile per reggere quel peso.
Jack e sua madre, ognuno con il proprio cellulare stretto tra le mani, uniti da un filo invisibile, indistruttibile, fatto dell’amore puro per la stessa persona.
Un uomo uscito di strada in un maledetto giorno qualunque, mentre andava al lavoro.
Un giorno come tanti.
Che però aveva spezzato tutto.
Perché non sarebbe mai più tornato.
Jack e sua madre.
Due cuori frantumati, schiacciati dallo stesso vuoto.
Perché quell’uomo, marito, padre, medico, lucido, stimato, rispettato e amato dai pazienti e non solo, se n’era andato.
Per sempre.
Il professor Ugo Carlo Maria Conte.
Il padre di Jack.
***
Il professor Conte era un uomo che sapeva muoversi bene nel mondo. Con il suo passo deciso, la voce calda, lo sguardo limpido, i concetti chiari, riusciva a gestire sempre qualsiasi situazione, anche la più complessa, con una sorprendente semplicità. Senza mai abbassare la testa. Jack a volte aveva l’impressione di vederlo, mentre attraversava con naturale autorità i corridoi del suo reparto: il camice sempre perfettamente stirato, il cartellino di riconoscimento appuntato sulla tasca, con la sua foto e quel nome lunghissimo, e quella presenza rassicurante che bastava da sola a portare ordine.
Il professor Conte era quello che si prendeva sempre un turno a Natale. “Qualcuno deve pur esserci, in ospedale”, diceva ogni anno, senza mai un filo di polemica. Era anche quello che sorrideva raramente, ma quando lo faceva trasmetteva un senso di benessere profondo, autentico e contagioso.
Di quelli che solo le persone oneste sanno donare.
Era anche lo stesso uomo che, quando Jack era bambino, lo prendeva in braccio per portarlo a letto dopo che si era addormentato sul divano, davanti alla televisione. Lo faceva con una delicatezza tale da non svegliarlo mai. Con un amore silenzioso, ma forte e totale.
Un personaggio eclettico, dai modi gentili, sempre misurato.
Con parole giuste, al momento giusto.
Insomma… una persona speciale, semplice e concreta.
Il professor Conte era anche quello che ripeteva spesso a Jack frasi che sembravano piccole, talvolta perfino banali, ma che col tempo sapevano scavare in profondità. “Meno parli, più le tue parole contano”, era tra le sue preferite. Così Jack, da ragazzo, finiva per ripetersela per ore, quasi fosse un mantra.
Da adulto, poi, imparò davvero a scegliere con attenzione ogni parola.
E Jack avrebbe ricordato tutto questo per sempre.
Ogni dettaglio.
Perfino l’espressione che aveva mentre parlava.
Aveva appena cinquantacinque anni quando suo padre morì.
Col mondo che aveva ancora un enorme bisogno di persone come lui.
E Jack, insieme al resto del mondo.
***
Dove si trova adesso?» chiese Jack, con la voce incrinata. Le parole gli si spezzavano in gola, come se ogni sillaba fosse troppo pesante da pronunciare.
“Siamo ancora al pronto soccorso. All’ospedale…”
Una pausa.
“Nel suo ospedale,” aggiunse sua madre, con un tono che conteneva tutto: incredulità, dolore, e un’invisibile frattura nel cuore.
Jack si passò lentamente le mani tra i capelli. Tutto attorno a lui sembrava diventato sfocato. La strada, le auto in lontananza, il rumore del vento… persino il battito del suo cuore gli pareva estraneo. Come se venisse da un altro corpo. Come se, in qualche modo inspiegabile, la sua anima si fosse staccata da sé, andandosene altrove.
“Sto arrivando,” sussurrò.
“Ti aspetto,” rispose sua madre, con un filo di voce.
Poi la linea si spense.
Fu come chiudere una porta su un mondo che non sarebbe mai più stato lo stesso. In due luoghi diversi, ma legati da uno stesso dolore, Jack e sua madre piansero insieme.
A distanza, soffocati dai singhiozzi, uniti dalla stessa assenza.
Jack rimase seduto in macchina ancora per qualche istante dopo aver chiuso la conversazione. Avrebbe voluto urlare, colpire qualcosa, far esplodere quel dolore che cominciava a salire da dentro come un’onda inarrestabile.
Ma non ci riuscì.
Rimase immobile, con le mani sul volante e lo sguardo perso nel vuoto. Sentiva solo un male devastante. Un vuoto che nessun gesto, nessuna parola, nessun rumore avrebbe potuto colmare. Aveva sempre immaginato che un evento del genere sarebbe arrivato lentamente. Dopo una lunga malattia, con il tempo necessario per prepararsi, per trovare le parole giuste, per restare accanto, per abbracciarlo ancora una volta con la testa appoggiata a quella sua spalla solida, immerso in quel suo inconfondibile profumo di dopobarba a cui era rimasto fedele da sempre. E che non avrebbe mai dimenticato.
Invece no.
Suo padre se n’era andato così.
Senza un avviso.
Senza un saluto.
Senza rumore.
Da solo, nella sua auto, lungo un rettilineo largo e familiare.
Sotto un cielo qualsiasi.
E sull’asfalto più grigio del mondo.
***
Rapito da quei pensieri, Jack accese l’auto. Il motore si avviò con un ronzio sordo, ma non partì subito. Rimase fermo, con lo sguardo fisso davanti a sé, mentre una consapevolezza nuova, terribile, prendeva progressivamente forma dentro di lui.
Fu in quell’esatto momento che capì.
Una verità amara, semplice e definitiva.
Quella che ogni figlio, prima o poi, è costretto ad affrontare: che esiste un prima e un dopo.
Perché perdere un genitore è un doloroso spartiacque.
Un punto di non ritorno.
Tutto ciò che aveva vissuto fino a quel momento, la maturità, il primo bacio, l’università, la storia con Florinda, la gravidanza, l’aborto, la laurea, ogni evento, ogni ricordo, ogni frammento del suo passato, adesso era parte di un tempo passato. In cui suo padre c’era ancora.
Ma da lì in poi, tutto sarebbe cambiato.
Ogni cosa avrebbe avuto un’ombra diversa. Un’eco diversa.
Una mancanza costante.
Perché quell’uomo fantastico e meraviglioso non ci sarebbe stato mai più.
E, dentro di sé, sapeva già che da quel momento in poi, non sarebbe stato più lo stesso Jack.
Perché quando perdi un genitore… qualcosa in te si riscrive.
Silenziosamente e per sempre.
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