Roma. Ottobre inoltrato. L’aria frizzante della notte si infilava sotto il casco, gelida e pungente. Le mani, intorpidite, si serravano sui manubri della sua Vespa luccicante, nera come l’asfalto bagnato. Le luci arancioni dei lampioni tingevano di calore le strade fredde, mentre il motore sotto il sellino ronzava basso e monotono, tra i sampietrini che saltellavano sotto le ruote.
Il dottor Giacomo Conte stava tornando a casa, con la testa rimasta in ospedale, immersa nell’odore asettico dei disinfettanti, nel suono ritmico dei battiti cardiaci di creature non ancora nate e nelle luci neutre delle scialitiche della sala parto. Dopo dodici ore di guardia, in quel folle delirio senza tregua, il silenzio delle stradine romane gli sembrava quasi una benedizione.
La sua fidanzata di allora, Florinda, rimase incinta. Fu una gioia improvvisa, ma più fragile del previsto. Perché persero presto la bambina, senza spiegazioni, nessuna colpa e nessuna possibilità di rimediare. Una scossa tanto profonda che li lasciò spiazzati e distanti.
Di fatto, non si ripresero più. Qualcosa si ruppe dentro di loro e, di riflesso, nel loro rapporto. Ma fu proprio in quelle sensazioni, in quelle dinamiche, in quella ossessiva ricerca di spiegazioni che nacque la sua passione per la ginecologia e la sala parto: una specie di bisogno di ridare alla vita ciò che la vita stessa gli aveva tolto.
Almeno questo fu ciò che si raccontò Jack, anche se probabilmente, nel profondo, non fu mai totalmente convinto di questa spiegazione. Fatto sta che quell’evento, malgrado i suoi tentativi di rielaborarlo e superarlo, rimase impresso nella sua memoria come l’immagine sfuocata di una foto sviluppata troppo in fretta.
Jack era seduto nella minuscola sala d’attesa, con le mani intrecciate tra le ginocchia, i pugni stretti e le unghie piantate nei palmi.
Il neon sul soffitto pulsava con un ronzio ipnotico e ogni tanto, dalla stanza accanto, si sentiva il fruscio secco della carta stropicciata.
Di fronte a lui, Florinda continuava a sistemarsi il bordo del maglione sopra la pancia, un gonfiore appena accennato al di sopra del pube.
Era alla tredicesima settimana di gravidanza e non sapevano ancora che quella giornata avrebbe spaccato in due le loro vite.
C’erano stati momenti in cui Jack si era ritrovato a sorridere da solo, senza rendersene conto. Come mentre guidava, studiava, lavava i piatti, oppure mentre ascoltava la musica con gli auricolari.
Bastava un pensiero – un’immagine – e la realtà si colorava per qualche secondo.
Succedeva quando pensava alla bambina che stavano aspettando: immaginava il suo viso, i lineamenti incerti tra lui e Florinda, la vocina che avrebbe potuto avere, le manine paffutelle e lo sguardo innocente.
Avevano perfino scelto il nome, con un accordo quasi immediato: la volevano chiamare Luisa.
Dicevano che suonava bene, che era semplice, corto, simmetrico, deciso e senza troppi fronzoli. Legava anche bene col cognome e l’avevano anche comunicato ai loro genitori e futuri nonni.
Quella bimba, quel nome, quell’idea sembrava avere già preso un posto nelle loro vite.
Ma quella mattina, dalla ginecologa in attesa del controllo, qualcosa stava per andare storto e Jack aveva una sensazione negativa, quasi impercettibile, ma presente.
Poi, finalmente, la dottoressa li chiamò.
Florinda si alzò di scatto, in un silenzio carico di tensione.
Entrarono nello studio preoccupati, salutarono la dottoressa e Jack vide Florinda accarezzarsi la pancia con un gesto spontaneo, ma che a lui apparve un po’ troppo infantile.
Jack non sapeva dove guardare, inquieto e con la testa altrove, perché una parte di lui temeva esattamente quello che stava per accadere.
Allora prese la mano di Florinda, un po’ imbarazzato.
Avvertì subito che le sue dita erano fredde e umide.
Giacomo Conte si era laureato in medicina qualche mese prima e in quei giorni stava studiando per l’esame di Stato. Aveva la testa divisa tra scadenze incombenti, dubbi esistenziali sul suo futuro e nozioni mediche accatastate senza avere ancora la necessaria esperienza per saperle gestire.
Chirurgia generale come suo padre?
Oppure quella ginecologia e ostetricia che gli stava riscaldando così tanto il cuore in quel momento particolare della sua vita?
Quella gravidanza, inaspettata e improvvisa, aveva scompigliato le sue poche certezze. Lo aveva obbligato a guardare a quella disciplina con occhi diversi. Non più solo bisturi e sangue, ma anche un qualcosa di affascinante e misterioso: la vita nella vita, una creatura che cresce dentro un’altra, la natura che ricrea se stessa.
Tutto ciò lo affascinava tantissimo e l’idea di fare il ginecologo gli piaceva un sacco e lo faceva sentire un supereroe, un po’ come vedeva suo padre quando era bambino.
Lui sì che era bravo, tutto d’un pezzo, invincibile, sempre capace di sistemare le cose con soluzioni semplici ed efficaci.
Ma in quel momento, mentre stringeva la mano gelida di Florinda, si sentiva tutto fuorché un supereroe.
La ginecologa era quella che Florida aveva da quando era ragazzina, la stessa di sua madre e della maggior parte delle donne della famiglia. Li accolse con un sorriso appena accennato, dolce e professionale. Dopo qualche domanda di rito, invitò Florinda a sdraiarsi sul lettino e le spalmò il gel sulla pancia.
Quando la dottoressa cominciò a muovere la sonda ecografica sullo schermo prese forma un’immagine granulosa, in bianco e nero.
Jack fissava quel mosaico tremolante, cercando il cuoricino pulsante che avevano visto due settimane prima, quando quel battito andava così veloce che sembrava aver fretta di nascere.
Ma questa volta non riuscirono a vedere nulla di diverso dal silenzio e dall’immobilità.
La tensione si tagliava con il coltello e non parlava nessuno.
La dottoressa strinse la bocca, si fece seria, tornava indietro, spostava la sonda, zoomava, toccava comandi incomprensibili. I suoi gesti si fecero sempre più scattanti e nervosi, fino a diventare isterici.
Alla fine si fermò improvvisamente.
Il silenzio, a quel punto, divenne ancora più pesante, come una valanga rovinata loro addosso senza nessun preavviso. Florinda si voltò verso Jack, le labbra appena socchiuse, sul punto di parlare, di dire qualcosa.
Voleva capire ma… non fece in tempo.
«Mi dispiace, ragazzi, ma non c’è più il battito» disse la dottoressa, anticipandola.
Il silenzio, a quel punto, diventò assordante.
Jack sentì un gelo risalire dal petto alle tempie, con la sensazione che il tempo si fosse inceppato e il loro futuro avesse smesso di esistere. Guardò lo schermo, aggrappandosi all’illusione che qualche piccolo puntino, da qualche parte, potesse rivitalizzarsi: una pulsazione, un sussulto, qualsiasi cosa.
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