Capitolo primo
L’auto era parcheggiata lungo una stradina silenziosa, lontana dal brusio cittadino. Era come una sentinella che attendeva il proprio turno.
L’aria fresca della notte filtrava attraverso i finestrini leggermente abbassati: una brezza delicata che contrastava con la tensione palpabile nel veicolo.
La conversazione tra i due uomini seduti nell’abitacolo era leggera. Simone, al volante, e Sebastiano, accanto a lui, chiacchieravano tranquillamente, come due vecchi amici in un angolo segreto del mondo, mentre la luce lunare disegnava ombre sui sedili in pelle.
Simone, avvolto in una giacca nera che si fondeva con l’oscurità, non aveva nulla dell’austero medico che era di giorno. I suoi capelli brizzolati e il sorriso accattivante suggerivano che sapesse godersi la vita, lontano dagli ambienti formali degli ospedali. Era l’analista, il pensatore. Sebastiano, con il suo abbigliamento casual e il sorriso complice, era il partner perfetto. Era l’uomo di campo, il cauto.
Una busta di pistacchi era la principale distrazione di Simone, il suo snack preferito.
L’agenzia di intelligence si lamentava spesso delle condizioni poco decorose in cui l’auto veniva lasciata alla fine di ogni missione, ma Simone non riusciva a preferire uno spuntino meno “invasivo”.
«Davvero non sei in grado di resistere a quei pistacchi, eh?» chiese Sebastiano, osservando con un misto di divertimento e preoccupazione l’attività incessante del suo amico.
Simone ne sgusciò un altro coi denti. «Sono irresistibili, Seba. È una delle mie poche debolezze. Meglio questo che fumare, no?»
Sebastiano alzò un sopracciglio con un’espressione giocosa. «D’accordo, ma potresti almeno evitare di lanciare i gusci sui sedili posteriori.»
Simone fece una smorfia pensierosa mentre guardava il caos che aveva creato intorno a sé, quindi alzò le spalle. «Sì, potrei…»
L’autoradio trasmetteva una melodia leggera, offrendo un contrasto ironico tra la serietà del momento e la tranquillità della notte.
Tra una risata e l’altra, i due agenti scrutavano con attenzione l’edificio di fronte a loro.
«Scommetto venti euro che uscirà con quel cappotto. Lo tira fuori solo quando è in paranoia totale» propose Simone, gettandosi alle spalle un guscio.
Sebastiano sorrise. «Accetto. Per me non è ancora così ansioso da sfidare il caldo con quella vecchia pellaccia. Piuttosto, hai un piano B se non si muove stanotte?»
Simone si accigliò per un momento, poi scosse la testa.
«Be’, allora speriamo che si decida presto» considerò Sebastiano.
Simone annuì, gli occhi fissi sulla strada buia.
All’improvviso, il portone principale dell’edificio si aprì. Ne uscì un uomo sulla cinquantina, con i capelli brizzolati, avvolto in un lungo cappotto grigio. La sciarpa scura stretta attorno al collo aggiungeva un tocco di mistero alla sua figura. Simone si girò verso Sebastiano con un accenno di sorriso: aveva vinto la scommessa.
L’uomo salì su una piccola utilitaria e partì lentamente verso la periferia della città. I due avviarono l’auto e, con discrezione, si posizionarono dietro di lui. La periferia si svelava lentamente di fronte a loro.
Sebastiano non staccava gli occhi dai fanali della berlina che li precedeva. Annotava mentalmente ogni minima variazione di velocità, ogni esitazione agli incroci, cercando di capire se l’uomo avesse una meta precisa o stesse solo prendendo tempo.
«Lo vedi anche tu?» chiese all’amico. «C’è qualcosa che non torna nel modo in cui tiene la strada.»
Simone strinse le mani sul volante, socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco la sagoma oltre il lunotto della berlina.
«È agitato» rispose Simone, la voce ridotta a un sussurro pensieroso. «Più del solito. Guarda come scarta a ogni incrocio, sembra che stia cercando un’ombra che non c’è.»
«Pensi che ci abbia visti?»
«Potrebbe essere solo paranoia, Sebastiano. Ma non abbassiamo la guardia» lo ammonì Simone, lanciandogli un’occhiata rapida. «Se ha mangiato la foglia, la situazione diventerà seria in un attimo.»
L’uomo alla guida dell’utilitaria prese una strada laterale, portandoli in un quartiere meno frequentato. Le case si facevano più rare e l’oscurità della notte avvolgeva ogni angolo.
Sebastiano si sporse in avanti, quasi a voler accorciare la distanza fisica dalla macchina di fronte. «Continua a seguirlo, Simone, ma non stargli troppo addosso» mormorò, senza staccare gli occhi dal bersaglio.
Simone scalò la marcia con un movimento secco, lasciando che un’altra auto si interponesse tra loro e l’uomo.
«Resta a distanza di sicurezza» insistette Sebastiano. «Non dobbiamo dargli alcun motivo per guardare lo specchietto retrovisore.»
Il quartiere si faceva sempre più deserto, mentre l’utilitaria rallentava, fino a fermarsi davanti a un anonimo bar. L’uomo uscì, guardandosi intorno con sospetto, e si avviò verso l’ingresso. Simone e Sebastiano si scambiarono uno sguardo, scesero dall’auto e si diressero verso l’entrata.
La campanella sopra la porta del bar tintinnò delicatamente. L’aria all’interno era densa e stantia, satura dell’odore di birra e chiuso. Gruppi di persone chiacchieravano sottovoce, creando un sottofondo sommesso che strideva con la gravità della missione dei due agenti. L’uomo che stavano pedinando si era già seduto al bancone, ordinando qualcosa al barista.
Simone e Sebastiano trovarono un tavolo in un angolo appartato con una buona visuale sulla sala.
«Manteniamo la calma e aspettiamo. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo prima di agire» sussurrò Simone al collega.
L’uomo dava l’impressione di stare attendendo qualcuno. Controllava nervosamente l’orologio, sorseggiando un whisky con ghiaccio.
Improvvisamente, la porta del locale si aprì. Entrò una donna dal portamento elegante, vestita con un abito nero. I capelli castani scendevano morbidi sulle spalle. La donna si avvicinò al bancone dove era seduto l’uomo, che si alzò per accoglierla.
«Rebecca» sussurrarono quasi all’unisono i due agenti. Si scambiarono un’occhiata rapida, poi i loro sguardi tornarono a convergere sul bancone, come lenti d’ingrandimento su un vetrino.
«Guarda le mani di lui» sussurrò Sebastiano, portandosi la tazzina di caffè alle labbra per mascherare il movimento della bocca. «Non smette di tormentare il sottobicchiere.»
Simone annuì quasi impercettibilmente, inclinando appena il capo. «Lei invece è troppo ferma. Troppo composta» osservò. «Vedi come gli si è seduta vicino? Gli sta parlando all’orecchio, ma lui non la guarda negli occhi. Cerca di leggere il labiale se si girano di profilo.»
Sebastiano strinse le palpebre, concentrandosi sul riflesso dei due nello specchio dietro le bottiglie del bar.
«Niente da fare, lui la copre con la spalla. Ma vedi come Pericoli ha sussultato quando lei gli ha sfiorato il braccio? Non è un appuntamento galante. Quello è puro terrore.»
«Bene, bene… La situazione si sta facendo più interessante» considerò Simone.
Sebastiano si protese in avanti, socchiudendo gli occhi. «Rebecca… Una delle figure chiave dell’organizzazione di Lauria. Come sospettavamo, la malavita è coinvolta.» Il suo tono, sempre misurato, era ora un misto di curiosità e preoccupazione.
L’atmosfera nel bar era cambiata. Tra i due correvano battute brevi e le espressioni dei loro volti rivelavano che la conversazione era seria.
Sebastiano suggerì di avvicinarsi per scoprire cosa stessero pianificando.
Muovendosi con cautela, gli agenti si posizionarono a qualche metro di distanza dai due per ascoltare frammenti di conversazione senza dare nell’occhio. Le parole della donna erano appena udibili, ma Simone riuscì a percepire alcuni termini come “scambio” e “informazioni riservate”. Sebastiano incrociò lo sguardo del collega, indicando che le cose stavano diventando più complesse.
A un certo punto, l’uomo, con un certo disagio, passò una piccola chiave USB alla donna.
Simone serrò la mascella. La compostezza che lo contraddistingueva svanì, rimpiazzata da una tensione rigida. «Ci siamo. Dati sensibili. Pericoli sta facendo il doppio gioco per conto di Lauria.»
Il collega annuì, condividendo l’idea che l’impiegato amministrativo fosse corrotto. La situazione si stava rivelando ancora più intricata.
Sebastiano, dalla sua postazione, continuò a monitorare, attento a ogni dettaglio. Simone si preparò ad avvicinare la donna per estorcere informazioni. Era il momento del gioco e della messinscena.
Con un sorriso fiducioso, raggiunse il bancone, ordinò una bevanda e si piazzò in modo da poter partecipare alla conversazione tra Rebecca e Pericoli senza destare sospetti.
«È un locale interessante, vero?» buttò lì, cercando di iniziare un dialogo.
Rebecca lo squadrò con occhi penetranti e un sorriso enigmatico, valutando la sua presenza. «Sì, lo è. Luoghi come questi nascondono spesso dei segreti.»
Simone annuì, fingendo un atteggiamento rilassato. «Mi chiamo Leonardo. Vi vedo molto presi dalla vostra chiacchierata. Spero di non disturbare.»
«Siamo solo amici che discutono di affari» replicò Rebecca, con modi affabili.
«Affari, eh? Ho sempre avuto un buon fiuto per le trattative che contano. A volte un punto di vista esterno è proprio quello che serve per chiudere il cerchio.»
Rebecca lo osservò con curiosità. «E cosa hai da offrire?»
Pericoli seguì l’interazione con sguardo torvo. Quando parlò, la sua voce era un sussurro gelido che non ammetteva repliche: «Mi dispiace interrompere, ma la nostra è una conversazione privata».
Simone si voltò verso di lui, con un sorriso malizioso. «Tranquillo, cercavo solo di vivacizzare questa serata.»
Pericoli lo guardò intensamente. «Ti consiglio di andare a vivacizzare la serata di qualcun altro.»
L’agente alzò un sopracciglio in segno di sfida, ma prima che potesse rispondere, Sebastiano si unì a loro. Sollevò le mani in un amichevole gesto di resa, mantenendo un tono di voce basso e rassicurante. «Ehi, fermi tutti. Siamo qui solo per una bevuta in pace, non abbiamo intenzione di rovinare la serata a nessuno.»
Rebecca, divertita dall’accaduto, continuò a mantenere la sua riservatezza. «Mi spiace, Leonardo, ma non credo che possa esserci alcuna collaborazione per stasera.»
Simone, senza perdere la calma, replicò: «Va bene, sono qui se cambiate idea. Nel frattempo, continuate pure la vostra discussione. Non voglio disturbare oltre».
Si ritirò con un sorriso disinvolto.
Lo sguardo di Rebecca scivolò su di lui, velato da una studiata noncuranza che non riusciva a nascondere una punta di malizia. Era chiaro che l’improvvisa comparsa di quell’intruso aveva risvegliato in lei una curiosità che faticava a reprimere.
Mentre Simone tornava al tavolo, il pensiero di quell’interazione danzava nella sua mente. Dietro la freddezza di Rebecca, c’era qualcosa di più, qualcosa che prometteva di rivelare segreti oscuri.
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