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L’eredità del dolore

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Chi è davvero Simone Moretti? Per tutti è un medico ospedaliero di successo, un uomo affascinante a cui affidare la propria vita.

In realtà, Simone è un agente dei servizi segreti italiani. Proteggere questo segreto, però, sta diventando impossibile. Un vortice di coincidenze pericolose lo spinge al centro di un complotto globale: un piano sovversivo per un colpo di Stato che intreccia le idee di un famoso filosofo a loschi criminali. Il cuore del mistero si nasconde tra le mura di una suggestiva città indipendente, situata sull’Appennino ligure, dove la verità ha un prezzo altissimo.

Prologo

L’unica cosa che sento è il ticchettio di quell’orologio. Scandisce il tempo, stuzzica i miei nervi. Ogni colpo mi ricorda quanto è dura stare qui, seduto su questa poltrona di pelle consunta, mentre un odore di carta vecchia e cuoio liso mi si attacca ai vestiti. Affondo le unghie nei braccioli, forse per ancorarmi alla realtà. La luce è fioca, le ombre sono lunghe, ma il buio vero ce l’ho dentro.

Lui è lì, dall’altra parte della scrivania. Sui settant’anni, impeccabile, con una freddezza che mi irrita. Quegli occhi penetranti mi scavano dentro, analizzando ogni mia microespressione come se fossi un campione da laboratorio. Tra le mani ha una penna in madreperla. Rimane in attesa e questo tempo sospeso è per me insopportabile. Mi sta valutando. Non è qui per guarirmi, è qui per capire se posso essere un agente affidabile.

Poi la sua voce si alza, fredda, tagliente.

«Raccontami di tuo padre.»

Basta una frase. Mi si chiude lo stomaco. È una ferita, e lui ci ha appena infilato il dito. Un istante fa stavo solo guardando il pavimento, ora vedo un abisso.

«Non ricordo molto…» Le parole mi escono raschiando la gola, quasi non riconosco il suono del mio stesso fiato. «Avevo solo sei anni quando…» Sento il volto contrarsi per il dolore, ma cerco di trattenere tutto. Non posso piangere. Non qui.

Lui non batte ciglio. Il suo sguardo è una lastra di ghiaccio.

«Devi parlare» dice, con una fermezza quasi brutale. «Il protocollo dell’accademia è chiaro: non puoi operare con il passato sepolto sotto la pelle. Se vuoi servire questo Stato, devi essere libero dal tormento.»

Quanto appena udito mi colpisce come una sferzata di aria gelida. Paura. Sofferenza. Ma anche, in un angolo remoto, una scintilla di speranza. Forse ha ragione. Devo affrontare questa cosa. Prendo un respiro profondo.

«Ero solo un bambino quando mio padre morì» inizio. La voce trema, le mani si contraggono. Sono aggrappato alla poltrona. «Era una sera d’estate… calda, soffocante. Eravamo fuori, tutti e tre: io, mio padre e mia madre.» Nominare mia madre mi provoca un piccolo brivido. «Avevamo passato il pomeriggio insieme… papà mi aveva comprato un gelato. Vaniglia. Mi è rimasto impresso.»

Una smorfia malinconica mi deforma il viso.

«Eravamo sul ponte sopra il fiume. Stringevo la mano di mia madre… avevo una fifa tremenda delle altezze. Guardare giù, vedere l’acqua scorrere… mi faceva girare la testa. Ma mio padre sorrideva. Mi ha messo una mano sulla testa e mi ha detto che non dovevo avere timore, che il ponte era solido, che il fiume era solo un fiume.»

Lo psicologo annota qualcosa sul taccuino senza guardarmi. «Dai rapporti d’archivio risulta che fosse un uomo capace di mantenere un equilibrio ferreo.»

«Sì» rispondo, con un sorriso che muore subito. «Era sempre calmo… sempre pronto a rassicurarmi. Ma quel giorno… quel giorno è crollato tutto.»

Esito. Devo restare lucido.

«Non ricordo tutti i dettagli. Solo il terrore.» Mi fermo per riprendere fiato. «Un uomo… Aveva un passamontagna. Cercò di afferrare la borsa di mia madre. Mio padre si mise in mezzo. Non voleva che le facesse del male.»

Gli occhi mi si riempiono di lacrime, ma non piango. Non posso. «Ci fu una lotta. Mio padre tentò di bloccarlo, di farlo ragionare, ma l’uomo impugnava un coltello. Io finii a terra, mia madre urlava… poi arrivò il colpo. Vidi mio padre cadere. Vidi il sangue.»

Adesso tutto tace, in modo opprimente. Il terapeuta solleva il volto, professionale e privo di empatia. «È un trauma profondo, ma è la chiave per comprendere la tua reazione agli ordini oggi» mi incalza.

Annuisco lentamente. Gli occhi sono di nuovo persi. «Papà… mi sorrise un’ultima volta. Disse che mi amava.» Scuoto la testa. Sono esausto, non riesco ad andare avanti.

L’uomo si alza, chiude il taccuino. Cammina verso la finestra. La sua sagoma si allunga sul pavimento. Si volta verso di me.

«Sei più forte di quanto credi» afferma. «Hai affrontato l’oscurità, ma ora devi imparare a convivere con essa.»

Non rispondo. Ma sento che qualcosa è cambiato. Forse, per la prima volta, la via d’uscita è un po’ meno lontana.

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Capitolo primo

L’auto era parcheggiata lungo una stradina silenziosa, lontana dal brusio cittadino. Era come una sentinella che attendeva il proprio turno.

L’aria fresca della notte filtrava attraverso i finestrini leggermente abbassati: una brezza delicata che contrastava con la tensione palpabile nel veicolo.

La conversazione tra i due uomini seduti nell’abitacolo era leggera. Simone, al volante, e Sebastiano, accanto a lui, chiacchieravano tranquillamente, come due vecchi amici in un angolo segreto del mondo, mentre la luce lunare disegnava ombre sui sedili in pelle.

Simone, avvolto in una giacca nera che si fondeva con l’oscurità, non aveva nulla dell’austero medico che era di giorno. I suoi capelli brizzolati e il sorriso accattivante suggerivano che sapesse godersi la vita, lontano dagli ambienti formali degli ospedali. Era l’analista, il pensatore. Sebastiano, con il suo abbigliamento casual e il sorriso complice, era il partner perfetto. Era l’uomo di campo, il cauto.

Una busta di pistacchi era la principale distrazione di Simone, il suo snack preferito.

L’agenzia di intelligence si lamentava spesso delle condizioni poco decorose in cui l’auto veniva lasciata alla fine di ogni missione, ma Simone non riusciva a preferire uno spuntino meno “invasivo”.

«Davvero non sei in grado di resistere a quei pistacchi, eh?» chiese Sebastiano, osservando con un misto di divertimento e preoccupazione l’attività incessante del suo amico.

Simone ne sgusciò un altro coi denti. «Sono irresistibili, Seba. È una delle mie poche debolezze. Meglio questo che fumare, no?»

Sebastiano alzò un sopracciglio con un’espressione giocosa. «D’accordo, ma potresti almeno evitare di lanciare i gusci sui sedili posteriori.»

Simone fece una smorfia pensierosa mentre guardava il caos che aveva creato intorno a sé, quindi alzò le spalle. «Sì, potrei…»

L’autoradio trasmetteva una melodia leggera, offrendo un contrasto ironico tra la serietà del momento e la tranquillità della notte.

Tra una risata e l’altra, i due agenti scrutavano con attenzione l’edificio di fronte a loro.

«Scommetto venti euro che uscirà con quel cappotto. Lo tira fuori solo quando è in paranoia totale» propose Simone, gettandosi alle spalle un guscio.

Sebastiano sorrise. «Accetto. Per me non è ancora così ansioso da sfidare il caldo con quella vecchia pellaccia. Piuttosto, hai un piano B se non si muove stanotte?»

Simone si accigliò per un momento, poi scosse la testa.

«Be’, allora speriamo che si decida presto» considerò Sebastiano.

Simone annuì, gli occhi fissi sulla strada buia.

All’improvviso, il portone principale dell’edificio si aprì. Ne uscì un uomo sulla cinquantina, con i capelli brizzolati, avvolto in un lungo cappotto grigio. La sciarpa scura stretta attorno al collo aggiungeva un tocco di mistero alla sua figura. Simone si girò verso Sebastiano con un accenno di sorriso: aveva vinto la scommessa.

L’uomo salì su una piccola utilitaria e partì lentamente verso la periferia della città. I due avviarono l’auto e, con discrezione, si posizionarono dietro di lui. La periferia si svelava lentamente di fronte a loro.

Sebastiano non staccava gli occhi dai fanali della berlina che li precedeva. Annotava mentalmente ogni minima variazione di velocità, ogni esitazione agli incroci, cercando di capire se l’uomo avesse una meta precisa o stesse solo prendendo tempo.

«Lo vedi anche tu?» chiese all’amico. «C’è qualcosa che non torna nel modo in cui tiene la strada.»

Simone strinse le mani sul volante, socchiudendo gli occhi per mettere a fuoco la sagoma oltre il lunotto della berlina.

«È agitato» rispose Simone, la voce ridotta a un sussurro pensieroso. «Più del solito. Guarda come scarta a ogni incrocio, sembra che stia cercando un’ombra che non c’è.»

«Pensi che ci abbia visti?»

«Potrebbe essere solo paranoia, Sebastiano. Ma non abbassiamo la guardia» lo ammonì Simone, lanciandogli un’occhiata rapida. «Se ha mangiato la foglia, la situazione diventerà seria in un attimo.»

L’uomo alla guida dell’utilitaria prese una strada laterale, portandoli in un quartiere meno frequentato. Le case si facevano più rare e l’oscurità della notte avvolgeva ogni angolo.

Sebastiano si sporse in avanti, quasi a voler accorciare la distanza fisica dalla macchina di fronte. «Continua a seguirlo, Simone, ma non stargli troppo addosso» mormorò, senza staccare gli occhi dal bersaglio.

Simone scalò la marcia con un movimento secco, lasciando che un’altra auto si interponesse tra loro e l’uomo.

«Resta a distanza di sicurezza» insistette Sebastiano. «Non dobbiamo dargli alcun motivo per guardare lo specchietto retrovisore.»

Il quartiere si faceva sempre più deserto, mentre l’utilitaria rallentava, fino a fermarsi davanti a un anonimo bar. L’uomo uscì, guardandosi intorno con sospetto, e si avviò verso l’ingresso. Simone e Sebastiano si scambiarono uno sguardo, scesero dall’auto e si diressero verso l’entrata.

La campanella sopra la porta del bar tintinnò delicatamente. L’aria all’interno era densa e stantia, satura dell’odore di birra e chiuso. Gruppi di persone chiacchieravano sottovoce, creando un sottofondo sommesso che strideva con la gravità della missione dei due agenti. L’uomo che stavano pedinando si era già seduto al bancone, ordinando qualcosa al barista.

Simone e Sebastiano trovarono un tavolo in un angolo appartato con una buona visuale sulla sala.

«Manteniamo la calma e aspettiamo. Cerchiamo di capire cosa sta succedendo prima di agire» sussurrò Simone al collega.

L’uomo dava l’impressione di stare attendendo qualcuno. Controllava nervosamente l’orologio, sorseggiando un whisky con ghiaccio.

Improvvisamente, la porta del locale si aprì. Entrò una donna dal portamento elegante, vestita con un abito nero. I capelli castani scendevano morbidi sulle spalle. La donna si avvicinò al bancone dove era seduto l’uomo, che si alzò per accoglierla.

«Rebecca» sussurrarono quasi all’unisono i due agenti. Si scambiarono un’occhiata rapida, poi i loro sguardi tornarono a convergere sul bancone, come lenti d’ingrandimento su un vetrino.

«Guarda le mani di lui» sussurrò Sebastiano, portandosi la tazzina di caffè alle labbra per mascherare il movimento della bocca. «Non smette di tormentare il sottobicchiere.»

Simone annuì quasi impercettibilmente, inclinando appena il capo. «Lei invece è troppo ferma. Troppo composta» osservò. «Vedi come gli si è seduta vicino? Gli sta parlando all’orecchio, ma lui non la guarda negli occhi. Cerca di leggere il labiale se si girano di profilo.»

Sebastiano strinse le palpebre, concentrandosi sul riflesso dei due nello specchio dietro le bottiglie del bar.

«Niente da fare, lui la copre con la spalla. Ma vedi come Pericoli ha sussultato quando lei gli ha sfiorato il braccio? Non è un appuntamento galante. Quello è puro terrore.»

«Bene, bene… La situazione si sta facendo più interessante» considerò Simone.

Sebastiano si protese in avanti, socchiudendo gli occhi. «Rebecca… Una delle figure chiave dell’organizzazione di Lauria. Come sospettavamo, la malavita è coinvolta.» Il suo tono, sempre misurato, era ora un misto di curiosità e preoccupazione.

L’atmosfera nel bar era cambiata. Tra i due correvano battute brevi e le espressioni dei loro volti rivelavano che la conversazione era seria.

Sebastiano suggerì di avvicinarsi per scoprire cosa stessero pianificando.

Muovendosi con cautela, gli agenti si posizionarono a qualche metro di distanza dai due per ascoltare frammenti di conversazione senza dare nell’occhio. Le parole della donna erano appena udibili, ma Simone riuscì a percepire alcuni termini come “scambio” e “informazioni riservate”. Sebastiano incrociò lo sguardo del collega, indicando che le cose stavano diventando più complesse.

A un certo punto, l’uomo, con un certo disagio, passò una piccola chiave USB alla donna.

Simone serrò la mascella. La compostezza che lo contraddistingueva svanì, rimpiazzata da una tensione rigida. «Ci siamo. Dati sensibili. Pericoli sta facendo il doppio gioco per conto di Lauria.»

Il collega annuì, condividendo l’idea che l’impiegato amministrativo fosse corrotto. La situazione si stava rivelando ancora più intricata.

Sebastiano, dalla sua postazione, continuò a monitorare, attento a ogni dettaglio. Simone si preparò ad avvicinare la donna per estorcere informazioni. Era il momento del gioco e della messinscena.

Con un sorriso fiducioso, raggiunse il bancone, ordinò una bevanda e si piazzò in modo da poter partecipare alla conversazione tra Rebecca e Pericoli senza destare sospetti.

«È un locale interessante, vero?» buttò lì, cercando di iniziare un dialogo.

Rebecca lo squadrò con occhi penetranti e un sorriso enigmatico, valutando la sua presenza. «Sì, lo è. Luoghi come questi nascondono spesso dei segreti.»

Simone annuì, fingendo un atteggiamento rilassato. «Mi chiamo Leonardo. Vi vedo molto presi dalla vostra chiacchierata. Spero di non disturbare.»

«Siamo solo amici che discutono di affari» replicò Rebecca, con modi affabili.

«Affari, eh? Ho sempre avuto un buon fiuto per le trattative che contano. A volte un punto di vista esterno è proprio quello che serve per chiudere il cerchio.»

Rebecca lo osservò con curiosità. «E cosa hai da offrire?»

Pericoli seguì l’interazione con sguardo torvo. Quando parlò, la sua voce era un sussurro gelido che non ammetteva repliche: «Mi dispiace interrompere, ma la nostra è una conversazione privata».

Simone si voltò verso di lui, con un sorriso malizioso. «Tranquillo, cercavo solo di vivacizzare questa serata.»

Pericoli lo guardò intensamente. «Ti consiglio di andare a vivacizzare la serata di qualcun altro.»

L’agente alzò un sopracciglio in segno di sfida, ma prima che potesse rispondere, Sebastiano si unì a loro. Sollevò le mani in un amichevole gesto di resa, mantenendo un tono di voce basso e rassicurante. «Ehi, fermi tutti. Siamo qui solo per una bevuta in pace, non abbiamo intenzione di rovinare la serata a nessuno.»

Rebecca, divertita dall’accaduto, continuò a mantenere la sua riservatezza. «Mi spiace, Leonardo, ma non credo che possa esserci alcuna collaborazione per stasera.»

Simone, senza perdere la calma, replicò: «Va bene, sono qui se cambiate idea. Nel frattempo, continuate pure la vostra discussione. Non voglio disturbare oltre».

Si ritirò con un sorriso disinvolto.

Lo sguardo di Rebecca scivolò su di lui, velato da una studiata noncuranza che non riusciva a nascondere una punta di malizia. Era chiaro che l’improvvisa comparsa di quell’intruso aveva risvegliato in lei una curiosità che faticava a reprimere.

Mentre Simone tornava al tavolo, il pensiero di quell’interazione danzava nella sua mente. Dietro la freddezza di Rebecca, c’era qualcosa di più, qualcosa che prometteva di rivelare segreti oscuri.

2025-12-13

Spyit.it

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Omar Giglio
Omar Giglio, nato a Pavia nel 1977 e ormai comasco per scelta, è un infettivologo che vive in equilibrio tra corsie d’ospedale e curiosità del mondo. Con la sua pagina Instagram @infettivologosocial rende la medicina accessibile, mescolando ironia e verità scomode. Ama i romanzi gialli, le serie che non ti fanno dormire, la cucina che profuma di spezie e la cultura araba, da cui prende ispirazione per guardare le persone oltre la superficie. Sempre alle prese con mille idee, trasforma ciò che osserva in storie dove la realtà clinica si intreccia con ciò che non si può misurare: emozioni, segreti, fragilità. Il suo primo romanzo nasce proprio qui, in quella zona d’ombra in cui medicina e mistero smettono di essere opposti e diventano una sola, irresistibile trama.
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