prepotenza, un nuovo impegno si era aggiunto alla lista scalando in vetta alle priorità: non poteva assolutamente aspettare.
La Collina della Nobiltà era un quartiere esclusivo, appannaggio delle famiglie più ricche per titolo o mestiere: vi erano infatti le case di commercianti, impresari o proprietari di grosse imbarcazioni per il trasporto delle merci. Una leggera altura da cui si poteva osservare l’intero paese fino al porto. Una torre vedetta. Tuttavia nel suo imporsi come quartiere ambito e stimato, coi suoi giardini curati senza un filo d’erba fuori posto, con la patina lucida che avevano le abitazioni, risultava un luogo isolato e noioso, troppo rigoroso e maniacalmente attento a quisquilie. Questo dettaglio era noto solo ai ragazzi, la cui età li rendeva insofferenti alle regole e alle etichette passate di moda.
Baronessa non si era mai avvicinata. Non vi era ragione di andare in un quartiere giovane che assurgeva, senza diritto, a distretto governativo della città. Lei viveva in una casa delle più antiche dopotutto, nel quartiere fondatore di Frangimare.
Sebbene dentro di sé avrebbe tanto desiderato vivere nella Collina della Nobiltà o avere anche solo un minimo pretesto per entrarci, l’unica persona che avrebbe potuto invitarla era proprio colei che l’aveva respinta insieme a tutta la sua famiglia.
Una sbarra bloccava l’accesso ai non residenti e una guardiola presidiata impediva ai passanti di intrufolarsi.
“Buongiorno sono la Baronessa De Bosa, devo incontrarmi col Baron Padre ” disse lei con voce ferma.
“Ha per caso un’invito firmato? Qui non risultano visite o appuntamenti in programma ” chiese la guardia.
“Le risulta invece la proprietà di questo bastone? Dovrei restituirlo immediatamente, mi faccia passare ” rispose Baronessa con l’urgenza e la freddezza che avrebbero addomesticato il cane più feroce.
“Ma certo, proceda dritto, l’ultima casa a destra in cima alla scalinata ” la indirizzò la guardia alla cui vista del bastone non
potè che lasciarla passare.
La sera era più fresca del giorno, e il buio prima dell’alba ancora di più. Questo avrebbe potuto evitare di giunger su sudata se non fosse stata agitata. Per fortuna la scalinata poteva giustificare tutte quelle goccioline sul viso.
La porta venne aperta da un domestico che non ebbe la possibilità di parlare: Baronessa lo spostò col bastone.
“Levati di mezzo ” disse entrando in casa e cercando di capire dove indirizzarsi.
“Dov’è lui?! ” chiese furente al domestico.
“Non è in casa! ” rispose, tutto ricurvo sulle spalle per paura di beccarsi una bastonata.
“Non raccontarmi frottole! La guardia non mi avrebbe fatto entrare, e poi quel vecchio dove altro potrebbe essere senza il suo bastone? ” chiese senza chiedere avviandosi verso le scale.
(…)
Non Identità
Aveva dimenticato. Giorno dopo giorno i suoi ricordi erano svaniti. Nessun diario, nessuna foto da cui strappare una
memoria; nessuno scritto, nessun oggetto del passato parlava di lei. Non vi era nulla. Quel poco a cui riusciva ad aggrapparsi, negli instancabili esercizi della mente, la rendeva profondamente malinconica. Ma per darsi pace si raccontava che la malinconia era pur sempre felicità, non quella attuale, forse, ma quella vissuta: tanto più il dolore era pungente, tanto più intensa era stata la gioia. I rimpianti si erano trasformati nella sua totale esistenza. Sapeva che non l’avrebbero mai abbandonata.
Imparò a conviverci, mescolandosi con essi, divenendo prima due cose per poi amalgamarsi in una e infine nessuna. Finché giunse quel giorno, quel primo giorno in cui non fu più in grado di destinare i suoi ricordi a qualcosa o qualcuno e di lei non si seppe più nulla poiché lei nulla sapeva.
Incedeva in avanti e all’indietro senza criterio. Teneva i capelli in un caschetto liscio che copriva nuca e volto, rendendo illeggibili i tratti. Vestiva sempre di nero con abiti tanto semplici da passare spesso inosservata: così non doveva pensare ad abbinamenti che le avrebbero portato via tempo e rubato pensieri. Le abitudini erano una sicurezza per la quale nulla avrebbe rischiato. Seppur l’esistenza non era viva, teneva il privilegio dell’equilibrio, nel cui solo concetto trovava uno spiraglio di pace.
Ogni giorno era perfettamente programmato; ogni cosa da fare ripetuta ossessivamente nella mente per non dimenticarla. E ogni volta che depennava un compito provava un sollievo effimero perchè subito si dedicava al successivo non vedendo che l’impegno era la vita stessa. Così corsero gli anni.
L’insoddisfazione era accettata, nessun’altra strada perseguibile.
Condivideva la casa con Rachele, sua figlia.
La amava perchè i figli si devono amare. Tutti in città avevano figli e tutti – o quasi – parevano amarli. Quindi lei avrebbe fatto altrettanto. Era uno dei suoi impegni.
(…)
Antefatto – La tecnica di Oblion
(…) La mente è come una scatola dentro cui son raccolti tutti i nostri ricordi, sovrapposti uno sull’altro, alcuni accartocciati e più nascosti. Ma sono tutti lì, anche quelli destinati al nostro inconscio perchè, forse, troppo dolorosi o troppo lontani.
Quando ce ne serve uno sappiamo di poter attingere da questo infinito contenitore.
Dunque, presi una decisione insolita: spostai in una scatola tutto ciò che fino ad allora avevo imparato. Ci vollero giorni per completare l’opera, a stento mangiavo e mordicchiavo qua e là delle mele; quindi tolsi dalla mia mente, uno dopo l’altro, i ricordi, le mie competenze. Mantenni solo il linguaggio per poter formulare ancora dei pensieri. Preparai altre scatole che riempii con la memoria degli altri, a ciascuno la sua.
Quando completai il lavoro, ognuno rimase nudo, ma tutti ci sentimmo improvvisamente giovani. Guardavamo le cose con rinnovata meraviglia. Occhi al cielo, sorrisi, stupore.
Socializzavamo, ci sentivamo uniti. L’umanità cominciò da capo, fu bellissimo. In un primo momento non esistevano l’invidia, la vergogna, non vi era rancore ma solo un profondo senso di solidarietà.
Stavamo vivendo per davvero, secondo impulsi nuovi, non domati. Quell’ignoranza ci rese creativi. Associare idee senza
limiti diede vita ad un’esplosione artistica. Ciascun individuo era una creatura curiosa, osservata con interesse per la sua unicità.
Più si era unici, più ci si sentiva speciali.
Da lì nacquero le prime distanze perchè gli speciali si contrapponevano a quelli simili. La parola “speciale” divenne un insulto, perchè ognuno in realtà avrebbe voluto essere speciale…
Pian piano crebbe la nostalgia di un’assenza.
Chi siamo? Da dove veniamo? Perchè siamo qua, per quanto ci staremo? Perchè si muore? Chi mi ha creato?
Fu inevitabile la nascita di una religione. Poi due, poi tre e cosi via finché esse si scontrarono, e lenti ma forti arrivarono a popolare questo mondo l’odio, la rabbia, la violenza.
Divenni, ormai, Uno tra Tanti, ed ero stufo di questa vita. Se lo avessi ricordato, probabilmente avrei voluto riprendermi ciò che avevo nascosto, ma non sapevo di avere un deposito di ricordi, altrimenti non avrei veramente potuto dimenticare, perchè è come la mente, lo dicevamo all’inizio, accedi al ricordo quando ne hai bisogno perchè sai che è lì.
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