Antefatto.
La tecnica di Oblion
Certe storie hanno distanze talmente lontane da noi da confondersi con la leggenda. Sono torbide, piene di perché e di come che restano sospesi in quel sussurro che afferma tra sé e sé: Impossibile.
La vicenda di Uno tra Tanti è precisamente una di queste, né più né meno. Eppure esiste per il solo fatto di essere stata raccontata. In questo mondo si sono compiuti i gesti che l’hanno trascritta, si sono udite le parole che l’hanno tramandata e si susseguiranno tanti occhi che la leggeranno.
Uno tra Tanti ha lasciato su carta tutto ciò che serve a rendere i suoi discendenti consapevoli dell’eredità di famiglia. Il suo nome era Oblion: così è giunto fino a loro, come lontano antenato.
Avevo circa trent’anni quando cominciai a rimuginare senza tregua.
Ogni secondo che passa, il bagaglio dell’umanità si fa più greve. È come una rete da pesca che sradica e raccoglie tutto ciò che incontra, caricandosi, sempre più, di macerie, man mano che striscia. Macerie di cultura; frammentarie, confuse e a volte mendaci.
Siamo di natura curiosi e vanitosi al punto giusto da volere, con avidità, comprendere la nostra esistenza e collocarla in qualche punto dell’universo, spesso peccando di antropocentrismo.
Il fatto è che il tempo non basta, e nel vano tentativo di completare l’opera, ne consumiamo sempre più.
Cominciamo cercando nel passato della nostra famiglia, per trovare tracce di noi, tracce di orgoglio, di appartenenza, nella speranza di comprendere poi il significato più ampio di ogni cosa, quindi, appunto, la sua esistenza. Ma questo sfugge, è inafferrabile.
Spesso pensavo: “Vorrei ripartire da zero. Non solo io: tutti…”.
Ciascuno senza saper nulla, con un passato vuoto, come se lo avessero cancellato. Per ricominciare da lì, ricominciare da zero.
Per non fare più previsioni sulla base di conoscenze pregresse, per volare liberi e ingenui. Per scoprire le cose guardandole con occhi che non sanno, con occhi che non hanno mai visto e forse, perché no, dare un nuovo significato a tutto, diverso da quello che conosciamo oggi.
Immaginavo che nuove speranze potessero nutrirci. Sognavo una realtà illusoria in cui il futuro sarebbe stato diverso, consapevole, in cuor mio, che alla fine si sarebbe scritto lo stesso passato. Ma questa illusione ci avrebbe fatto vivere di più. Ci avrebbe ridato quel gusto, ormai perso, di sbagliare.
Oggi già sai, qualcuno ha già sbagliato per te.
Desideravo, dunque, non aver bagagli, se non il peso della leggerezza.
La mente è come una scatola dentro cui son raccolti tutti i nostri ricordi, sovrapposti uno sull’altro, alcuni accartocciati e più nascosti. Ma sono tutti lì, anche quelli destinati al nostro inconscio perché, forse, troppo dolorosi o troppo lontani. Quando ce ne serve uno, sappiamo di poter attingere da questo infinito contenitore.
Dunque, presi una decisione insolita: spostai in una scatola tutto ciò che fino ad allora avevo imparato. Ci vollero giorni per completare l’opera, a stento mangiavo e mordicchiavo qua e là delle mele; quindi tolsi dalla mia mente, uno dopo l’altro, i ricordi, le mie competenze. Mantenni solo il linguaggio per poter formulare ancora dei pensieri. Preparai altre scatole che riempii con la memoria degli altri, a ciascuno la sua.
Quando completai il lavoro, ognuno rimase nudo, ma tutti ci sentimmo improvvisamente giovani. Guardavamo le cose con rinnovata meraviglia. Occhi al cielo, sorrisi, stupore. Socializzavamo, ci sentivamo uniti. L’umanità cominciò da capo, fu bellissimo. In un primo momento non esistevano l’invidia, la vergogna, non vi era rancore ma solo un profondo senso di solidarietà.
Stavamo vivendo per davvero, secondo impulsi nuovi, non domati. Quell’ignoranza ci rese creativi. Associare idee senza limiti diede vita a un’esplosione artistica. Ciascun individuo era una creatura curiosa, osservata con interesse per la sua unicità. Più si era unici, più ci si sentiva speciali.
Da lì nacquero le prime distanze perché gli speciali si contrapponevano a quelli simili. La parola “speciale” divenne un insulto, perché ognuno in realtà avrebbe voluto essere speciale…
Pian piano crebbe la nostalgia di un’assenza.
Chi siamo? Da dove veniamo? Perché siamo qua, per quanto ci staremo? Perché si muore? Chi ci ha creato?
Fu inevitabile la nascita di una religione. Poi due, poi tre e così via finché esse si scontrarono, e lenti ma forti l’odio, la rabbia, la violenza arrivarono a popolare questo mondo.
Divenni, ormai, Uno tra Tanti, ed ero stufo di quella vita. Se lo avessi ricordato, probabilmente avrei voluto riprendermi ciò che avevo nascosto, ma non sapevo di avere un deposito di ricordi, altrimenti non avrei veramente potuto dimenticare, perché è così la mente, lo dicevamo all’inizio, accedi al ricordo quando ne hai bisogno perché sai che è lì.
Ma ebbi fortuna perché mi dimenticai di dimenticare il sapore delle mele. Bastò un morso perché riaffiorassero una serie di immagini, suoni, persone e anche il ricordo della scatola che immediatamente andai a cercare. Mi sentii pervaso da nuova meraviglia all’idea di scoprire quale fosse la mia vita prima di questa.
Mi resi conto, mio malgrado, di non aver messo i nomi alle scatole e così, per ritrovare la mia, dovetti frugarle tutte.
Passarono decenni senza che la trovassi o riconoscessi.
Persa per sempre.
Io, Uno tra Tanti, avevo scelto di rinascere. Ero appunto ripartito da zero e, nonostante ciò, avevo ugualmente condotto un’esistenza scavando, cercando, desideroso di conoscere qualcosa di me, ma ormai era troppo tardi per ritrovare chi fossi.
Tutta l’umanità subì il medesimo destino.
Da quel momento, ogni bambino nasce avendo già perso la sua scatola, e la cercherà per tutta la vita.
Crescendo, prenderà un po’ dalla madre, un po’ dal padre, qualcosa dalla sorella e qualcos’altro dal fratello. In lui ci sarà molto degli altri, ma nulla di suo… Ma ci sarà negli altri qualcosa di lui.
Io, Uno tra Tanti, persi dentro di me gli altri impedendo a Tanti di avere qualcosa di Uno.
Scelsi allora di essere quel bambino e ricominciare una terza volta.
E così decisi per tutti, dovendo rimediare al danno creato.
Oggi si vive ignari di quel che fu, ma voi, miei discendenti, di Uno tra Tanti, grazie a questo libro vivrete con la consapevolezza di essere voi stessi la scatola che il vostro bambino ha perso.
Con un colpo secco, Baronessa aveva chiuso il ridicolo testo che le era capitato tra le mani. Ma non passò troppo tempo prima che questo venisse riaperto per leggerne tutto il contenuto. O quasi, poiché le ultime pagine erano state strappate. Ma quel che prima sembrava ridicolo sarebbe diventato in seguito rivelatore…
Questo avveniva circa diciotto anni prima dei fatti che qui racconteremo. Ora occorre spostarci avanti nel tempo: quattordici anni dopo.
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