Atalanta è una dea, Ethel una distinta madre di famiglia, Matilde è un’insegnante scrupolosa e riservata, Maria una brava figliola, Mara è una segretaria speciale e Jacopo un poliziotto un po’ ingenuo.
Con ciascuna di loro la violenza di genere indossa una maschera diversa, ma non per questo meno pericolosa.
Sei racconti, differenti anche per la voce con cui ci parlano, per narrare non tanto i fatti che finiscono in cronaca, quanto piuttosto quelli che restano coperti dalla cenere dell’indifferenza, dell’ipocrisia, del quieto vivere.
Ma le protagoniste (e il protagonista) di questi racconti non ci stanno: sanno trovare strade personali per non piegare il capo, inattese, talvolta originali, forse non condivisibili da tutti. Di certo non daranno un silenzioso consenso a chi vuole strappare loro dignità, vita, libertà.
Perché ho scritto questo libro?
Da sempre scrivo per “chiarirmi le idee”, per capire più a fondo gli eventi che mi colpiscono.
Scrivo per comunicare le mie opinioni e trovare punti d’incontro e soluzioni.
Scrivo per ricordare, perché ho paura che i fatti, anche importanti, scorrano come brezza tra i capelli.
Davanti alla violenza, più o meno palese, verso le persone più deboli, in particolare quella verso le donne, non posso restare alla finestra limitandomi a scuotere la testa.
Scrivere è uno dei miei modi di combattere.
ANTEPRIMA NON EDITATA
PUTTANA EVA
o Del peccato originale
Cominciamo bene
Che venerdì di merda, proprio a me doveva toccare quella lì: Puttana Eva. «Buongiorno… signora?»
«Buongiorno.» Mi scruta con sguardo ostile; parto già in salita!
Cerco un’espressione professionale: aggiusto la giacca della divisa, faccio un mezzo sorriso, spiano la fronte e controllo il respiro; ma le mani hanno un leggero tremito che potrebbe non sfuggire alla donna, così appoggio i palmi sudati sul fascicolo davanti a me.
Il tamburellare delle sue unghie sul tavolo suona come un rimprovero.
«Ecco, volevo dire… mi confermi le sue generalità: lei è la signora?»
«Violante Eva Laura, anni quarantasette, nata a Lecco e residente a Pavia.»
«Nubile, risulta dal verbale. Vive con qualcuno?»
«Abito da sola.»
«Qui risulta che da qualche tempo frequenta un uomo: ieri sera era con lei?»
«Come ho già detto, vivo sola.»
«E ha una figlia…»
«Si è trasferita a Pisa, alcuni mesi fa.»
«Perché se n’è andata da casa?»
«Per frequentare l’università. Perché mi avete convocata in commissariato?»
«Lei è qui in seguito alla segnalazione dei suoi vicini. Cosa mi può dire in merito?»
«Vuole arrestarmi per schiamazzi notturni?»
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Capisco che devo cambiare tono; sorrido conciliante: «Mi riferisco al suo presunto incidente, signora Violante. Sono stati i signori Lamperti ad allertare la polizia ieri notte dicendo di sentire dei colpi e delle grida. Come certo saprà, numerose persone sono vittime di violenze domestiche… e dovete sapere di poter contare sulla giustizia!» Mi sporgo verso la donna appoggiandomi sulla scrivania.
«Che belle parole…» fa lei ironica. Poi scosta una ciocca di capelli dagli occhi e la porta dietro alle orecchie, incrocia le braccia e si appoggia allo schienale della sedia.
«Leggo sul rapporto che i colleghi, intervenuti in seguito alla segnalazione, l’hanno accompagnata al pronto soccorso: conferma?»
«Non si fida di quel che dice la polizia?»
Decido di non ribattere: «Le sono state riscontrate una ferita al sopracciglio destro e numerosi lividi sulle braccia. Scusi ma è la prassi: chiediamo a tutte se hanno subito violenza.»
Silenzio.
«Allora, signora Violante, cosa mi risponde?»
«Non mi ha fatto alcuna domanda, vice-ispettore.» E calca il tono sulla parola vice.
«Ma è ovvio: le sto chiedendo se è stata picchiata o maltrattata!» Provo con le cattive: «Sarò più esplicito: chi le ha provocato queste ferite?»
«Sono caduta dalla sedia mentre pulivo la cucina.»
«Alle tre di notte?»
«Di giorno lavoro.»
«E perché ha gridato?»
«Ho visto il sangue e mi sono spaventata.»
Le risposte sono porte che si chiudono sbattendo.
«Non è che, invece, l’ha spinta il suo fidanzato?» troppo inquisitorio, cerco di rimediare: «Magari anche senza volere…»
Il questore Letizia Violante si alza sventolando il modulo per l’Esame delle Violenze Agite davanti alla mia faccia: «Pessimo test, vice-ispettore Reggiani. Non ci siamo, non ci siamo proprio,» mi fa, «non mostra empatia con la vittima…».
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