Questo libro indaga la frattura tra la nostra biologia antica e un mondo moderno rapido e iperstimolante. Lontano dal rigore di un manuale accademico, il testo è accessibile e narrativo, alla portata di tutti. Vi porterò a capire come il nostro corpo sia un “archivio” di programmi scritti in milioni di anni per gestire scarsità e lentezza. Oggi i nostri geni non hanno il tempo di adattarsi all’ambiente digitale e alimentare: stress, fame e stanchezza non sono debolezze, ma risposte di un organismo antico in un mondo nuovo. Affronteremo con sensibilità anche il legame tra cancro e stile di vita, evitando colpevolizzazioni e inserendo la malattia in una cornice biologica più ampia. Tra aneddoti storici e riflessioni molecolari, scoprirete che il cibo non è nemico né cura, ma parte di un sistema complesso. Un viaggio per riscoprire chi siamo, oltre le notifiche e i ritmi frenetici.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “Nati per un altro tempo” perché siamo immersi in informazioni spesso troppo semplificate o, al contrario, scientificamente complesse da decifrare. Il nostro corpo non è un nemico, ma un’eredità antica che parla una lingua diversa dalla modernità. Dai laboratori ai paradossi della storia del cibo, ho voluto svelare la biologia che spiega il nostro smarrimento tra smartphone e scaffali. Un racconto per capire chi siamo stati e decidere, con consapevolezza, chi diventare oggi.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Ecco già il fatto che tu stia leggendo un libro ti differenzia dall’essere umano moderno che avrebbe preferito, senza ombra di dubbio, scrollare con il dito indice su uno schermo. Un gesto ormai meccanico, ripetitivo, entrato nella nostra quotidianità a gamba tesa…ma avete mai subito un fallo a gamba tesa? Sapete quanto sia doloroso?
Ora non sono qui di certo a dire che scrollare la schermata home sia pericoloso per la salute, ma qualsiasi cosa che entra nella nostra vita ed improvvisamente la stravolge porta “caos”. Il concetto di caos è, in questo caso, abbastanza complesso. Nella Teogonia di Esiodo il caos è “il nulla informe da cui nasce tutto, il vuoto generativo” non rappresenta dunque il disordine ma la potenzialità pura nel creare qualcosa di nuovo (caos originario). Allo stesso tempo Shakespeare nella tragedia “Troilo e Cressida” definisce il caos come armonia che si spezza, non più come forza creativa (caos moderno).
Perché ho citato questi due esempi facendovi perdere il senso del libro? Semplice, perché la biologia evolutiva è un po’ così: il caos originario è il luogo da cui l’evoluzione trae ordine mentre il caos moderno è il luogo in cui l’evoluzione non riesce più a tenere il passo.
Ora vi sembrerà tutto così complesso ma vedrete che nel corso della lettura si farà sempre più chiaro.
Il mondo è cambiato troppo in fretta per esserne consapevoli, e noi, ci siamo semplicemente abituati senza comprenderlo.
Come? Vi faccio un esempio raccontandovi una storia. Il 17 dicembre 1903 a Kitty Hawk nel North Carolina (USA) una mattina come tante, fredda e ventosa, i due fratelli Orville e Wilbur Wright hanno appena finito di montare quello che loro chiamano “Flyer”, un fragile insieme di legno e tela con l’aggiunta di un motore artigianale. Non c’erano scienziati illustri né tantomeno telecamere, soltanto qualche amico, una macchina fotografica ed il vento gelido dell’Atlantico. Orville si stende su quell’insieme di pezzi, accende il motore, prende le leve in mano ed accelera. Il mezzo acquisisce velocità lungo una rotaia di legno traballante, sembra esitare e poi…si solleva. Per 12 secondi vola, percorre 36 metri sospeso nell’aria. Un battito di ciglia, un istante così breve da aprire una nuova era.
È Il 20 luglio 1969, sono passati 65 anni 7 mesi e 3 giorni da quel primo volo. Milioni di persone hanno acceso la televisione, molte addirittura per la prima volta. Le strade sono vuote, i bar pieni di silenzio, tutti immobili davanti ad uno schermo in bianco e nero. A 384.400 Km dalla terra il modulo lunare Eagle sta per tentare l’impossibile. Dentro ci sono due persone, due esseri umani identici in tutto e per tutto ai fratelli Wright, respirano con difficoltà non per mancanza di ossigeno, ma per consapevolezza di ciò che stanno per fare. Sono Neil Armstrong e Buzz Aldrin. L’Eagle scende, vibra, traballa ad un certo punto un allarme lampeggia: “1202, computer overload”. Il mondo trattiene il fiato, ma la NASA replica: “Procedete”. Il silenzio. Poi le parole (le metto già tradotte ma, naturalmente, erano in inglese): “Huston, qui base della tranquillità, l’Aquila è atterrata”. Il mondo applaude, quei silenzi che poco fa riempivano l’aria si trasformano in urla di gioia. Nuovamente cala il silenzio. Armstrong scende lentamente dal modulo, percorre la scaletta metallica, si ferma e pronuncia la famosa frase eterna: “Questo è un piccolo passo per l’uomo, ma un balzo gigantesco per l’umanità”.
Quel giorno l’uomo, un primate evolutosi per arrampicarsi sugli alberi e correre nella savana, cammina sulla luna. In 23.957 giorni siamo passati da sollevare un corpo in aria per 12 secondi a farlo atterrare sul nostro satellite naturale. Vi sembrano tanti? Se prendiamo come esempio la storia dell’umanità e fingiamo che si tratti di un film dalla durata complessiva di 2 ore allora 23.957 giorni sarebbero 0,3 secondi. Un nulla, impercettibili. Nel tempo in cui un essere umano nasce, cresce ed invecchia abbiamo imparato a volare e ad uscire dal pianeta.
È qui dove nasce il problema che questo libro vuole affrontare: l’uomo corre ad una velocità che la biologia non può seguire. In questo divario, in questo “scarto di tempo”, si sviluppano le contraddizioni più profonde della modernità: dall’alimentazione al comportamento, fino allo stress. L’essere umano non è troppo lento, è il mondo che all’improvviso si è messo a correre.
Sapevate che a inizio Novecento un adulto medio consumava zucchero lavorato più o meno 5 o 6 volte all’anno? Sapete che ora l’uomo medio consuma dai 25 ai 45 kg di zucchero all’anno? (ah, sto parlando di zuccheri aggiunti, prima che qualcuno storca il naso dicendo “la frutta contiene zucchero” se per questo anche le patate contengono “zucchero” ma è tutto un altro discorso che affronteremo più avanti, tranquilli). Per millenni l’essere umano ha mangiato più o meno sempre le stesse cose: cereali, legumi, frutta, verdura, qualche radice, carne quando era disponibile, latte in alcune culture e pesce dove c’era acqua. Gli ingredienti che componevano un’intera vita alimentare erano una ventina, non di più. Erano stagionali, locali, riconoscibili. Si sapeva bene da dove provenivano, perché erano letteralmente sotto i nostri occhi. Poi nel giro di poche generazioni la tavola umana è esplosa. Provate a chiedere ad un vostro genitore, un vostro nonno (se avete la fortuna di averlo ancora) o comunque a qualcuno nato nella prima metà del Novecento quante volte è andato al supermercato ed ha riempito il carrello da piccolo. Lo so, sembra una cosa banale, ma non parliamo del medioevo, qui parliamo di 70, 80 massimo 90 anni fa. Oggi un supermercato medio contiene tra i 15.000 ed i 20.000 prodotti differenti, molti dei quali non esistevano in nessuna forma naturale prima dell’industria alimentare, sono costruzioni moderne pensate per essere irresistibili. Siamo passati in meno di un secolo da una dieta basata su ciò che il terreno offriva ad una basata su ciò che l’industria è in grado di progettare. Il nostro metabolismo invece non si è spostato di un millimetro, gli ormoni che regolano la fame e la sazietà, le vie energetiche, il microbiota, è ancora tutto fortemente radicato al mondo delle venti cose, non delle ventimila. E così la distanza aumenta: una biologia lenta e antica in un ambiente alimentare sempre più rapido e artificiale.
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