«Sono arrivati. Vieni», disse Enrico a Maurizio, invitandolo ad avvicinarsi alla finestra dello studio dove si erano appartati.
«Sono stati puntuali… quali sono?» chiese Maurizio, scrutando la scena con interesse.
«Sono sempre stati abbastanza puntuali, una delle caratteristiche che ho amato di più in loro. Affidabili, niente perditempo, rispettosi», rispose Enrico, con tono pieno di apprezzamento, come chi custodisce un tesoro raro.
Maurizio annuì lentamente. «Direi che è un ottimo inizio. La donna è lei?» chiese indicando una signora in tubino nero che scendeva da una Volvo.
«Esatto», confermò Enrico. «È Carolina. Lascia che ti racconti qualcosa di loro.»
«Carolina è una donna molto bella, come puoi vedere. Non appariscente, ma dotata di un fascino discreto, che ti conquista piano piano, come un libro che ti cattura pagina dopo pagina. È un’insegnante elementare molto dedita al suo lavoro. È sposata e ha due figli in età scolare. Il marito ha un negozio di oggettistica per la casa, con alcuni pezzi di vera arte.»
«Interessante, ma non vedo cosa c’entri con te», osservò Maurizio, sorseggiando lentamente un whisky.
«Niente, probabilmente» rispose Enrico. «Un giorno sono entrato in quel negozio per fare un regalo. Il marito era impegnato e a servirmi fu lei. Abbiamo fatto amicizia e scoperto molti interessi in comune. Poi, a pelle, mi è piaciuta, e così abbiamo iniziato a vederci. Si è creata una bella amicizia.»
«Col beneplacito del marito, suppongo…» insinuò Maurizio.
«Marco è un uomo intelligente. Ho fatto amicizia anche con lui. Sa che ci lega solo un profondo affetto e lo rispetta», spiegò Enrico con calma, come chi conosce le sfumature delicate di un equilibrio difficile da mantenere.
«Quello dietro di lei, che sembra sempre andare di fretta, è Federico.
Lo conobbi otto anni fa, in banca. Stavo chiedendo dei documenti per un investimento e mi imbattei in lui. Fu subito sintonia, come se due vecchi amici si ritrovassero dopo anni. Serio, professionale, concreto, controllato, ma anche molto simpatico ed empatico. Mi piacque fin da subito. Da lì nacque un’amicizia profonda. Fui anche testimone alle sue nozze con Eleonora.»
Enrico spostò poi l’attenzione sull’invitato più vistoso:
«Quello con la giacca rossa, invece, è Pietro, il mio amico di più lunga data, dopo di te. Ci siamo conosciuti all’università.»
«Ah sì, certo, Pietro! Di lui mi hai parlato… il medico.»
«Sì, è medico, bravissimo, ma qualche tempo fa ha attraversato un periodo oscuro di dipendenza dalle droghe che lo ha trasformato in un’ombra di sé stesso, anche se ora sembra essere uscito da quell’incubo.»
«Quello che invece lo sta abbracciando è Daniele, il più giovane dei cinque.»
«Infatti» chiese l’altro incuriosito «cos’ha in comune con te?»
«È un personal trainer, e cinque anni fa, dopo un intervento al ginocchio, avevo bisogno di rimettermi in sesto. Pietro mi indicò lui. È un amico di Alessandro, il povero figlio di Pietro, morto prematuramente. Daniele è un ragazzo sveglio, altruista, generoso e con sani principi. Mi piace la sua indole e la ventata di giovinezza che porta ogni tanto nel gruppo.»
«Infine, quello è Giulio, il più ambizioso dei cinque. È un imprenditore edile che cerca di sfondare. Ha ottime idee, spesso innovative, ma pochi fondi. Con la sua società, insieme al socio Walter, sta per stipulare un contratto con una nota azienda svedese per ridisegnare e progettare il restyling dei loro punti vendita in tutto il mondo. Se riuscisse, sarebbe finalmente arrivato.»
«Lo conobbi dieci anni fa, quando mi chiese una sponsorizzazione per un evento che organizzava proprio per farsi notare. Mi ci ritrovai subito, come quando guardi il riflesso di te stesso alle prime armi. Da lì nacque una vera amicizia.»
«Vera? Non interessata?»
«No. Avrebbe potuto chiedermi mille cose, ma non lo fece mai, perché è anche molto orgoglioso.»
Enrico concluse, invitando Maurizio: «Ecco, Maurizio, questi sono i miei amici più stretti. Ora che sai qualcosa di loro, andiamo di là che te li presento, perché nei prossimi mesi saranno le persone che vedrai e sentirai di più.»
Maurizio esclamò con una punta di esitazione: «Quindi si va avanti? Ne sei sicuro?»
«Io sì, assolutamente, ma se tu dovessi avere qualche riserva, me lo devi dire adesso, perché indietro non si torna.»
«No, no, nessuna riserva. Sono pronto. Spero solo di essere all’altezza delle tue aspettative.»
«Lo sarai, e sono tranquillo a lasciar gestire la cosa a te. L’etica di Carolina, la fragilità di Pietro, il rigore di Federico, l’ambizione di Giulio e l’altruismo di Daniele sono i valori e i limiti dei miei amici, e voglio che tu cerchi di controllarli.»
«Farò quel che potrò, ma la vita è loro.»
«Ah, certamente. Ora andiamo, che si comincia.»
I due amici uscirono dallo studio della sontuosa casa Maltesi, dove, come da tradizione, si sarebbe svolta la cena di Natale.
Il salone era addobbato, come sempre, con grande stile e cura.
Enrico Maltesi era un imprenditore molto facoltoso, che aveva costruito il suo impero nel settore dei trasporti. Per anni non c’era stato un angolo d’Italia dove i suoi mezzi non fossero arrivati a consegnare merci, filo dopo filo tessendo una rete di successo.
Aveva investito anche in partecipazioni societarie, in aziende farmaceutiche, siti di e-commerce e start-up, creando un patrimonio stimato intorno ai 200 milioni di euro.
La cena delle feste natalizie era un evento annuale che amava organizzare con i suoi amici più cari.
Nessuna moglie, nessuna amante, figli legittimi o naturali: era solo, a godersi la ricchezza che, però, con discrezione amava condividere con chi gli era più vicino.
Era una persona temprata dalle difficoltà iniziali e dalle delusioni della vita, come un metallo fuso e forgiato a fuoco lento; eppure, proprio grazie a quella tempra, aveva imparato a gestire situazioni, emozioni, avversità e a fare del fato il suo più fedele alleato.
«Eccovi qui, cari miei», disse entrando nel salone, la voce ferma e accogliente come un porto sicuro.
«Ciao Enrico, sempre bellissima l’atmosfera di questa cena», lo abbracciò Carolina con calore.
«Sai che ci tengo molto», rispose lui, baciandola sulla guancia con un sorriso sincero.
«Enrico, ti trovo bene!» esclamò Pietro, calice in mano, con un tono allegro.
«Sei già ubriaco?» lo prese in giro Giulio, sorridendo.
«Ciao Enrico, è sempre un piacere venire alle tue cene, dove si mangia da dio e si beve meglio», aggiunse con un sorriso complice.
«Felice di averti qui anche quest’anno, Giulio», rispose Enrico con piacere.
«Nessuno di noi può mancare», intervenne Federico, avvicinandosi all’uomo insieme a Daniele, come a sancire un legame solido.
«Visto che siamo tutti, vi presento un mio amico che quest’anno si unirà a noi: Maurizio Cottone.»
«Buonasera a tutti, è un piacere conoscervi di persona. Enrico mi ha parlato molto di voi e finalmente posso associare un volto a un nome», rispose Maurizio, baciando la mano di Carolina con cortesia.
«È un vero piacere, Maurizio. Enrico non ci ha mai parlato di lei, almeno non con me», osservò la donna.
Gli altri confermarono con un cenno del capo.
«Sono un amico di vecchia data… sapete, quegli amici che stanno lì, magari silenti, ma che non si perdono mai. E ora sono qui.»
«Di cosa si occupa?» chiese Giulio, curioso.
«Io sono un notaio.»
«Bel mestiere, il notaio. Mi sarebbe piaciuto diventarlo, ma è troppa fatica», commentò Federico con un sorriso ironico.
«Beh sì, è faticoso, ma le cose belle si guadagnano, no?» intervenne Enrico, invitandoli a prendere posto a tavola, con voce calda come un invito a casa.
La cena proseguì come al solito: un menu tradizionale di tortellini in brodo e lasagna, tacchino al forno con patate, gelato al pistacchio e amari a chiudere.
La conversazione era piacevole, fluida come un fiume che scorre calmo. I cinque, pur con età diverse e mestieri differenti, erano molto affiatati, uniti da anni di amicizia profonda.
C’era un’affinità tra loro che li rendeva complici, confidenti, quasi come una famiglia scelta, un legame saldo come una quercia che resiste al vento e al tempo, attraversando le difficoltà senza spezzarsi.
Il fulcro di quel gruppo era Enrico, al quale ciascuno aveva confidato gioie, dolori, dubbi e angosce nel corso degli anni, come si confida solo a chi si sa davvero vicino.
Enrico sapeva ascoltare: mai un giudizio, mai uno sgarbo, soltanto tanta comprensione e affetto, come un faro che illumina anche nelle notti più buie.
Il Dom Pérignon arrivò freddo, a chiudere quell’amabile serata con un tocco di eleganza e leggerezza.
Enrico alzò il calice, la voce ferma ma carica di emozione:
«In alto i bicchieri, amici miei. Visto che potrebbe essere l’ultimo Natale che passo con voi, voglio ringraziarvi di tutto.»
Il clima si fece subito teso, come una corda che si tende al limite. Enrico era malato da tempo, un tumore non più curabile, ma che gli aveva concesso ancora un po’ di tempo per accomiatarsi dalla vita, anche in modo dignitoso.
«Carolina, non guardarmi così. Lo sappiamo tutti che può capitare da un momento all’altro. Io sono sereno, felice, perché me ne andrò in pace e contento di avervi avuto al mio fianco. Ricordate i momenti belli e amate la vostra vita, perché non ne avrete un’altra.»
I calici si sollevarono, e fu l’amore a impedire alla tristezza di avere la meglio quella sera.
Con serenità, brindavano tutti a quelle parole, piene di un amaro ma sincero incoraggiamento, come una carezza dolce che consola l’anima.
sabrine birouche (proprietario verificato)
Oltre qualsiasi immaginazione, un libro che ti prende avvolge e lo divori subito, intrigante da morire! La ricetta di questo libro prevede: giallo, suspense, thriller psicologico.. pazzesco