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Lettere dal deserto che eravamo

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Consegna prevista Gennaio 2027
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A volte l’amore non finisce: si trasforma, si incrina, resta dentro come una domanda senza risposta.
Maja e Luca si ritrovano a scriversi quando tutto è già accaduto. Le loro lettere diventano un luogo sospeso in cui dare voce a ciò che è stato: un incontro inatteso, un legame nato tra imperfezioni, silenzi e complicità, cresciuto fino a diventare indispensabile. Si sono amati cercando nell’altro un rifugio, un posto da chiamare casa.
Ma l’amore, quando incontra la paura, cambia forma. Luca si aggrappa, Maja resiste. Lui teme di perdere, lei di perdersi. E così, senza accorgersene, ciò che li univa inizia a stringere, fino a togliere spazio, fino a non lasciare più respiro.
“Lettere dal deserto che eravamo” è il racconto di un amore intenso e fragile, che cura e consuma. Una storia sincera sull’equilibrio difficile tra restare e salvarsi, tra amare qualcuno e non smarrire se stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per dare voce a una sofferenza che non riusciva più a restare in silenzio, ma chiedeva spazio, parole e comprensione. Sentivo l’urgenza di raccontare quanto l’amore possa trasformarsi in dipendenza e quanto sia sottile il confine tra bisogno e sentimento. Attraverso questa storia ho voluto aprire una riflessione autentica sulla dipendenza affettiva, sulle sue dinamiche e sul coraggio necessario per riconoscerla, attraversarla e scegliere, infine, di non perdersi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A chi saprà capire.
A chi c’è stato, anche se le parole non sono arrivate in tempo,
e a cui avrei voluto dire tutto ciò che il cuore conservava.
A chi era lì, anche se non ho avuto modo di salutarlo,
a cui affido queste parole come ultimo gesto,
come un filo invisibile che attraversa il tempo e lo spazio.

A chi è rimasto nelle cose non dette,
nei silenzi che ancora fanno compagnia,
negli sguardi mai incontrati e nelle risate sospese.
A chi ha cambiato la mia vita senza saperlo,
e continua a farlo, anche adesso,
come un vento gentile che scuote le foglie,
o una luce che filtra tra le fessure delle tende, inattesa.

A chi è stato mare,
anche quando non c’era più una riva a cui tornare,
quando le onde sembravano portare via ogni certezza.
A chi è stato rifugio e tempesta insieme,
a chi è stato importante,
anche nel lasciarmi andare,
anche nel mostrarmi quanto fosse necessario imparare a salutare,
anche senza un addio.

A chi mi ha accolto con la sua dolcezza,
come un abbraccio che non avevo mai avuto,
come una carezza silenziosa capace di cullare l’anima,
anche se non era casa.

A Carmine

Passiamo la vita a cercare la felicità senza comprendere che non si trova tutta compattata in un’unica grande fonte ma è fatta di attimi scomposti, parcellizzati nel tempo.

Tu sei come una foresta per me 

ma io son solo un albero 

vicino a te 

una frittata, una meraviglia 

ma io son solo un albero 

vicino a te.

Ex-Otago

Data: qualche frammento di ricordo invecchiato

Cara Maja,

Ho provato a scrivere qualcosa che non suonasse banale, ma non sono sicuro che il mio tentativo sia riuscito. Probabilmente ti aspetteresti parole piene di dolcezza, ma sai che il miele non mi è mai piaciuto. Ti scrivo soprattutto per dirti che, da quando sei andata via, anche io ho iniziato a sentire la mia presenza dissolversi.

A volte penso che sarebbe stato meglio non averti mai conosciuta, e poi capisco che è un pensiero da codardo: desiderare di cancellare il tuo passaggio significa riconoscere quanto profondamente tu abbia cambiato l’ordine di ogni mia convinzione.

Non sono mai stato bravo in anatomia e il cuore è sempre rimasto un mistero per me, ma una cosa la so con certezza: se fossimo parti di uno stesso organo, tu saresti la valvola che riempie di vita il mio atrio.

Da quando immaginarti è diventato l’unico modo che ho per vederti, sei diventata il miraggio a cui desidero assuefarmi più di ogni altra cosa.

Ti chiedo scusa per essere stato un perfetto idiota quella sera. Ti ho vista spogliata di ogni risolutezza, fragile al punto che la tua voce sembrava spezzarsi sulle tue labbra, e non sono riuscito a darti la sicurezza che meritavi e che, dentro di me, desideravo offrirti davvero. Se potessi riportare indietro le lancette del nostro tempo insieme, ti amerei per davvero questa volta: senza la paura costante di non essere abbastanza per te. E ti assicuro che non ti lascerei più scappare sbattendo le porte dei tuoi occhi devastati dal dolore.

Continua a leggere

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Non mi ero reso conto di quanto il mio silenzio fosse stato veleno puro per le tue parole timide e sincere. Non mi perdonerò mai per averti fatto credere di non essere abbastanza.

Adesso sei lontana, partita per un viaggio che ti ha cambiata per sempre, e che non ti permetterà più di essere la stessa. Ora sei una donna diversa, che non si accontenta delle parole sussurrate ma pretende gesti concreti. Sei così distante che non ti raggiungerei nemmeno circumnavigando le mura del tuo orgoglio, sorvegliate da guardie che, in fondo, sono stato io stesso ad addestrare.

Sento che vorresti dirmi molte cose, ma hai paura di mostrarti fragile ancora una volta. Probabilmente, quasi certamente, sei troppo ferita per concedermi un’altra briciola della tua fiducia. Ti sento scivolare via “a tratti”: ci sono momenti in cui ti percepisco così vicina da sfiorare il calore del tuo tocco, e altri in cui ti allontani al punto che il mio GPS non riesce più a trovarti.

Maja, vorrei darti tutta la mia luce, come il Sole alla Luna, e non mi importa se questo significa rimanere al buio. Nulla mi tiene vivo quanto la luce del tuo sorriso, lo stesso che mi ha fatto impazzire per te.

Non posso prometterti che ci sarò sempre: questo dipende anche da te, da quanto mi permetterai di restare. Ma posso prometterti che sarai la cicatrice più profonda impressa nella mia anima.

Dopo di te, tutto mi sembrerà più banale, più inconsistente, più sbiadito. Perché quando incontri qualcuno che nei suoi occhi ti mostra l’alba della felicità, quella luce non la dimentichi più.

Luca

La musica che è per te di solitudine 

Mi faceva impazzire 

E chi se la scorda più 

A me mi fa ancora male

Ma lei mi fa ancora male 

Completamente.

Thegiornalisti

 

Data: qualche notte passata a guardare la luna

Caro Luca,

Vorrei che mi scrivessi, anche solo per dirmi che la noia ti opprime e che la routine ti ha talmente stravolto da non riuscire più a comunicare in modo comprensibile.

Sento il tuo silenzio come un macigno sui miei sentimenti, e non capisco perché i tuoi occhi continuino a mentirmi, a illudermi che, in fondo, questo straziante mutismo sia soltanto la conferma che il tuo cuore si ferma quando mi guardi.

I giorni qui scorrono così in fretta che sembra di non scendere mai da una metropolitana lanciata verso una destinazione infinitamente lontana. Io stessa non so a quale fermata scenderò, e aspetto solo di capirlo.

Tutto qui è frenetico e vuoto allo stesso tempo: nessuno sembra più capace di guardare davvero il volto degli altri; è più facile restare incollati ai propri schermi, pieni di inganni.

Vorrei poterti dire che adesso sono una donna forte, che non ho bisogno dell’amore per sentirmi viva, che sono diventata bravissima a restare anonima e che non ti penso più.
Ma la verità è che tutta questa presunta autonomia non mi ha resa più libera, e la frenesia dei miei impegni non mi ha impedito né di pensarti né di amarti meno.

Ti rivedo nei miei ricordi e, a volte, sei così nitido che credo di poterti sfiorare. Poi, quando finalmente trovo il coraggio di farlo, svanisci come il fumo di una Marlboro tra le dita.

Non capisco perché continui a scriverti senza trovare il coraggio di inviarti nemmeno una delle parole che sputo su questo foglio bianco.

Mi hai devastata, al punto da rendermi ancora più insicura di quanto non fossi già. Eppure non cancellerei nessuna delle ferite che mi hai inflitto: sono l’unico modo che ho per non dimenticarti, anche quando la mia memoria se ne andrà al diavolo insieme ai miei anni migliori.

Sei diventato uno spettro che infesta il mio cuore. Ogni volta che cerco di pensare a qualcun altro, anche solo per compiacermi dell’idea di riuscirci, tu ricompari, più forte e più intenso di prima, quasi a ricordarmi che liberarmi di te sarà impossibile.

Lasciami finire questa sigaretta che mi pende tra le dita da più di un minuto; lasciami assaporare questa dolce essenza mortale.
Lasciami almeno il lusso di farmi del male da sola, questa volta, senza che tu sia il carnefice.

Lasciami la libertà, almeno per un istante, di poterti urlare che non puoi più ferirmi.

Maja

Ti proverò che provi qualcosa di forte 

O mi ami da morire o mi odi a morte 

E in entrambi i casi è la stessa sorte 

E sono sincero 

Io dico davvero 

Che non è il tramonto 

Ma sei tu che fai arrossire il cielo.

Fred De Palma

 

Data: un po’ d’amore fa

Cara Maja,

Ricordo la prima volta che ti ho vista come se lo rivivessi ogni volta. Eri immersa nei tuoi pensieri, con la frangia che nascondeva i tratti del tuo viso e  ti donava un aspetto sbarazzino, sembrava che il mondo non potesse turbarti in alcun mondo.

Avevi un passo svelto e sicuro, percorrevi i corridoi dell’ospedale, i capelli che ti ciondolavano sul collo, lisci e ordinatissimi quasi come se fossi stata disegnata e poi quello sguardo così intenso e dolce.

Non mi hai nemmeno notato quando sei passata ed io, invece, mi ero già perso nella scia di profumo che ti eri lasciata dietro. Da quel giorno sei diventata un pensiero fisso e volevo a tutti i costi trovare un modo per poterti conoscere meglio, sperando, che, almeno questa volta, mi avresti notato.

Questa occasione non si fece aspettare molto e decisi di scriverti qualche settimana dopo corrompendo una collega in comune, ti proposi di vederci. 

Ricordo ancora il tuo body di pizzo nero che si adattava alla perfezione al tuo corpo. Ma quello che mi ha definitivamente mandato in corto circuito il cuore è stato vedere per la prima volta il tuo sguardo così vicino e intenso. Mi hai folgorato con gli occhi. Quegli occhi capaci di sgretolare ogni singolo pensiero mi passasse per la testa: mi sono sentito denudato dai tuoi occhi Maja.

Per un attimo ho pensato di andare via e lasciar perdere anche solo l’idea di poterti avvicinare, ero troppo banale per sperare che tu mi notassi e la mia autostima era calata in maniera inversamente proporzionale alla tua bellezza. L’unica cosa che ho pensato di fare è di sedermi in disparte per poterti guardare ancora un po’, senza che tu te ne accorgessi. Il tuo viso così dolce e delicato, le tue labbra sembravano un posto perfetto da visitare ed avevi una specie di luce addosso che ti distingueva da tutto il resto, quasi come un nastro isolante che lasciava fuori il mondo, che eliminava il superfluo.

Mentre ero perso nei miei pensieri, ti avvicini e ti mi chiedi se avessi voglia di passeggiare con una sicurezza disarmante.

Non mi sono mai sentito così teso durante una passeggiata, ero emozionato e non sapevo come argomentare, mi ero preparato al fatto che saresti stata di un impatto notevole per me ma non l’ho realizzato pienamente se non quando guardandomi mi hai detto “Alla fine sei riuscito ad invitarmi ad uscire, ed io che pensavo dovessimo aspettare tempi biblici”. Ho cercato di sembrare più disinvolto che potevo, non so fino a che punto ci sia effettivamente riuscito, e sorridendoti ho risposto “Avevo bisogno di tempo per reperire le informazioni giuste dalle mie fonti e poi sai pensavo fossi una sedicenne, sono un galantuomo non mi sarei mai permesso di invitare qualcuno a cena se prima non mi fossi accertato che avesse almeno raggiunto la maggiore età”. Mi hai sorriso e con una smorfia che non saprei descrivere mi hai dato un colpetto sulla spalla.

Ma ora sei andata via senza farmi alcun cenno, non mi hai lasciato indizi per poterti ritrovare e sono rimasto qui, seduto in quest’angolo di mondo senza di te che eri l’unica capace di isolarmi dal resto, sono rimasto qui inghiottito da tutto e incapace di raggiungerti di nuovo.

Luca

Troppo bella per essere perfetta

Troppo veloce per essere perfetta

E non vuoi farti fermare

Sei scappata tutte le volte

Per paura di restare sempre uguale

Non c’è niente di male.

Motta

 

Data: pensando alle lucciole spaziali che chiamiamo stelle

Caro Luca,

Sappi che ho capito che quella sera mi stavi fissando come un ossesso e mi sono avvicinata per capire se valeva la pena uscire con un perfetto sconosciuto dall’aria vagamente malinconica. Ti ho guardato anche io mentre lo facevi tu, sicuramente non te ne sarai reso conto perché sembravi intento ad imprimere nella tua mente quanti più particolari possibili del mio corpo. Avevi uno sguardo attento e i tuoi occhi scorrevano dolcemente sui miei lineamenti, quasi accarezzandoli.

Ti avevo visto una mattina di sfuggita in ospedale, precisamente nel corridoio che percorro sempre quando sono in ritardo per il tirocinio in logopedia. Sembravi così sicuro di te con quella divisa verde e il porta badge di Spiderman che, per quanto instabile possa sembrare, reggeva la foderina di pelle del tuo cartellino di riconoscimento. Il tuo sguardo era perso in qualcosa di importante ma invisibile a tutti tranne che a te. Per un attimo mi è sembrato di sentirlo su di me, eppure non ho mai capito se fosse successo davvero o è stata soltanto una mia sensazione.

Quella sera, durante una delle nostre prime passeggiate avevo l’impressione che nessun posto sembrava adatto per noi. Abbiamo guardato e commentato insieme le stelle sul marciapiede di Cinecittà. Sembrava così banale eppure pur avendole viste svariate volte, quella sera quelle stesse stelle sembravano le più insolite e belle che avessi mai visto: stelle condannate come noi ad essere calpestate da persone indifferenti, belle e un po’ opacizzate dal tempo e dalla poca cura, ma sempre importanti, memorie di persone che un tempo hanno calpestato le strade del mondo con passo sicuro tra la folla indistinta e lo hanno cambiato. Ora non resta altro che un nome inciso su un marciapiede calpestato dal tempo che passa e non possiamo fermare.

Mi hai detto che alcune stelle sono dentro di noi e nessuno potrà mai calpestarle, né lontanamente spegnerle. Ci saranno momenti di blackout, ma rimarrà attiva la luce d’emergenza in ogni caso.

Quella sera ti ho guardato per la prima volta e ho pensato a quanto una stella possa somigliare a un volto. C’era qualcosa di magico nel modo in cui i tuoi occhi tratteggiavano il mio viso, quasi a volerlo ritagliare nella mente per incorniciarlo nella stanza delle cose da non dimenticare mai.

Ed ora dimmi: sono ancora in quella stanza o mi hai riposto in qualche scatolone per poterti disfare di me? Magari hai svuotato quella stanza da tempo ed io m’illudo ancora che non sia così, spero ancora di essere appesa lì da qualche parte a ricordarti che, una volta, siamo esistiti non solo nella mia fantasia.

I tuoi ricordi sono come graffi sulla lavagna delle mie emozioni, mi lasciano confusa e senza fiato e il tuo volto un petalo dimenticato nelle pagine della mia mente, impresso per sempre tra l’odore di carta ingiallita e camuffato dall’inchiostro scuro dei miei pensieri.

Il tuo profumo però, non è ancora sfumato dalla mia vita.

Maja

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Maria Carotenuto
Maria Carotenuto nasce a Nocera Inferiore (SA) nel 1999 e cresce coltivando una sensibilità profonda verso il mondo emotivo e relazionale. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico “Renato Caccioppoli” di Scafati con indirizzo classico, nel 2016 intraprende il suo percorso nella scrittura, dando voce ai suoi pensieri più intimi. Da questa esigenza nasce “Mi hanno voluto gelida”, pubblicato nel 2018, un’opera che riflette con intensità sulle fragilità e le difese dell’animo umano. Nel 2021 si laurea in Tecnica della Riabilitazione Psichiatrica presso l’Università La Sapienza di Roma, trasformando la sua passione in una professione. Oggi lavora in una clinica privata convenzionata nella capitale, dedicandosi con particolare attenzione allo studio delle emozioni, delle dipendenze affettive e all’alfabetizzazione emotiva, con l’obiettivo di aiutare le persone a comprendersi e ritrovarsi.
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