Poco prima dell’alba, la mia sveglia è suonata, e Vivien si è srotolato con un braccio fuori dal letto per afferrarla, spegnerla e passarmela.
Ho intravisto luci in aria rarefatta, quelle prima che il sole ci dica ciao al mattino, e ho sospirato di sollievo. Che bello essere viva.
L’aria di Parigi era fresca e silenziosa, il cortile che circondava la casa mi permetteva di sentirmi in un nido di pace al centro della città.
Ho richiuso gli occhi e ascoltato. Il respiro di Vivi era come quello di un animale rilassato e composto, le onde che il suo corpo emanava erano calde, ampie, colorate. Sentivo una profonda pace e curiosità allo stesso tempo.
Mi sono girata sul lato destro, lentamente, anche io come un animale che prende coscienza del posto in cui è. Della superficie su cui scivola. E mi sono ritrovata naso a naso con te, Vivi. Morbido. Immobile, spensierato respiro, che nulla chiede e nulla spinge.
La mia mano sinistra è passata sulla sua spalla, e poi dalla testa riccioluta giù fino al fianco e alla gamba e di nuovo su. Il suo universo mi appariva come un giardino di rosso e arancio, verde viola e blu, un universo in carne ed ossa che vibrava di vita, in sintonia con il cosmo intero.
Lui ha risposto, accarezzandomi allo stesso modo, come un esploratore di altri mondi, che conosce la superficie della pelle umana per la prima volta. Le sue mani forti erano delicatissime e presenti al contatto con i miei tessuti. Ero il suo strumento musicale e lui mi suonava, alla ricerca delle note sperdute nelle mie cellule.
Guardandoci, naso a naso, ci siamo riconosciuti. Svegli, avvolti da dolcezza ed eccitamento. C’è gioia ad essere vivi nello stesso momento, nella stessa stanza, pelle a pelle, è un miracolo di per sé.
Una volta sgusciata fuori dalle coperte, i miei seni hanno sentito l’impatto con l’aria fredda e ho riso, con gli occhi mezzi chiusi, a realizzare quanto il vento si diverta ad accarezzare i miei capezzoli. Piccole montagne di farina, sensibili al minimo invito di gioco.
Mi sono vestita nel silenzio, Vivi si è alzato, felpato. Con lo sguardo più delicato del mondo ha cercato il mio naso un’altra volta: naso a naso, poi cuore a cuore, e infine anche pancia a pancia. Un abbraccio che avvolge ogni strato e ama essere un abbraccio.
Poi, labbra a labbra, il bacio è stato così leggero che ho sentito di baciare l’infinito.
“Da bambino mi piaceva giocare ad essere un semino, un semino nello spazio, che fluttua, si rigira, piroetta, si muove con le stelle. Così prima di addormentarmi, tutt’oggi, mi immagino come un semino, che gioca, che fluttua, che si rigira, che piroetta, che si muove con le stelle. E’ così che mi addormento.” Mi aveva raccontato Vivi la sera prima.
Era quasi ora di uscire, avevo già lo zaino in spalla. “Grazie, perché ovunque incontro i tuoi occhi, mi calmo in questa città” – detto in italiano con accento francese e un’innocenza nel volto che solo i bambini possono svelare. “Vale lo stesso per me”, rispondo. E ho ricordato per un istante l’interminabile corsa in metro del giorno prima dove ci siamo guardati e tuffati nell’oceano della coscienza, perdendo la concezione di tempo e spazio.
“Ci vediamo a Bologna per passare l’inverno insieme, per il momento, buon viaggio in Turchia”.
“A presto Vivi, ti amo e grazie di tutto”.
Sufi.
La prima notte a Sirince, nel sud, l’ho passata in un’antica casa greca.
La seconda notte, in una tenda strappata dal vento in un villaggio di matematici e mistici in cima a un monte. Mi è piaciuto talmente tanto che sono rimasta tre giorni.
Dalle montagne del sud della Turchia fino a Konya, ho condiviso un lungo viaggio in bus con Johoon, il mio amico coreano. Tra una curva e l’altra abbiamo chiamato Vivien, che era ancora a Parigi, a suonare un pianoforte dopo l’altro, in cerca di un passaggio per tornare in Bretagna.
Konya era soleggiata e mi sentivo pronta a tuffarmi nella città dopo qualche giorno passato in pace nei monti di Sirince. La curiosità di sentire il primo concerto dal vivo di musica sufi mi faceva fremere.
Qualche settimana prima, verso la fine di agosto, stavo meditando seduta. E una candela si era accesa nel mio cuore, prendendo, dopo poco, la forma di un desiderio. Desidero abbracciare tutti i miei amori e amici, ringraziarli e celebrare il fatto che siamo vivi nello stesso momento, visitando uno ad uno nel mondo.
Riemersa dalla meditazione, mi era chiaro che sarei partita per la Turchia. Prima mi sarei immersa nella musica mistica sufi e poi sarei rimasta in Asia Occidentale, iniziando il giro di abbracci da tutte quelle persone a me care che abitano lì.
Per la prima volta in due anni, non ho sentito alcuna resistenza a immaginarmi viaggiare in Israele, in Palestina, o dovunque il cuore mi avesse condotta. La paura di essere in paesi in guerra non era più un freno. Il desiderio di condividere una tazza di tè, guardarsi negli occhi, ascoltare le voci dal vivo dei miei amici, vedere dove vivono e tuffarmi – anche se solo per qualche ora – nelle loro vite, era per me chiaramente più importante di qualunque altra cosa.
Qualche giorno dopo ho inviato i messaggi. Sono partita da Nitzan, Honey, Or Haim e Manolis. Raccontando il mio desiderio e chiedendo a ciascuno se avesse avuto piacere ad incontrarmi. Le risposte sono state rapide e eccitate, quanta gioia ho sentito sprigionarsi in me. Era ancora l’inizio di settembre e decisi che sarei partita da lì a dieci giorni.
C’è una limpidezza infinita e al sapore di cielo
quando non penso a ciò che sto per fare
non lo riduco a una etichetta da confezione
e ascolto attentamente cosa il cuore mi sussurra
Così nulla ha più importanza
se non donarmi al mondo.
Quando ho raccontato a mamma del mio viaggio imminente è stato un tuffo nella sua paura e fuori a prendere aria di nuovo, come un delfino che gioca con le onde delle emozioni.
Capisco, ma forse non fino in fondo perchè non sono ancora mai stata mamma, quanto coraggio richieda inchinarsi davanti alla libertà di essere di tua figlia, di quell’esserino che non tanto tempo fa girava per casa a gattoni e parlava una lingua tutta sua. Quando l’ho guardata negli occhi, l’una di fronte all’altra in un tavolino di Fram, ho percepito confusione. “Mi sento confusa Cami, quello che fai a volte mi fa paura, ma tu vai, segui la tua strada, io sto imparando a prendermi cura di me e delle mie emozioni”.
Lasciarsi essere, lasciarmi essere.
Grazie mamma perché lasciandomi vedere la tua vulnerabilità, che si svela e non mi costringe, mi liberi.
Konya è nel centro dell’Anatolia. La stanza dove io e Johoon dormivamo in due lettini separati dava su un’antica moschea. L’esposizione ad est ci permetteva di svegliarci grazie ai primi raggi del sole che trapelavano nella vecchia stanza. La nostra finestra dava su una piazza e un crocevia di strade da cui si snodava uno dei fitti bazar della città. Qualunque genere di articolo di vendita era disponibile, sopratutto scarpette in cuoio, foulard e hijab, vestiti da donna dalle ampie maniche e lunghi fino alle caviglie, spesso di colori quali il nero, il marrone, il grigio, il verde scuro. Non mi invitavano per niente, ma li guardavo affascinata, prima dalle scale della nostra pensione, e poi tuffandomi nelle vie frementi di umani e materia.
Una panchina al sole, di fronte alla fontana per il lavaggio dei piedi, è stata la mia dimora, mentre aspettavo che il calzolaio mi aggiustasse le babbuccette veneziane tutte rotte (le ho usate senza sosta per tutto l’anno in tutte le stagioni – quando non camminavo scalza). Osservare gli uomini togliersi accuratamente le scarpe, riporle al lato del seggiolino in pietra, aprire l’acqua e rinfrescarsi gli arti, era il mio intrattenimento.
Passata una mezz’ora, mi riavvicino al chiosco del calzolaio. Mi guarda, con aria di dissenso, sollevando le scarpette blu e mi dice “meglio che le compri nuove ragazza, il prezzo sarebbe uguale”.
Così riagguanto le papucce, un po’ sconsolata, e mi dirigo verso un altro negozietto.
Era pieno zeppo di scarpe in pelle di tutti i colori, e subito riconosco le scarpe nere che usano i Dervish per danzare durante le cerimonie.
Il signore mi urla qualcosa in turco. Sì, urlava proprio. Forse stava solo dicendo “Buongiorno! Buongiorno bella ragazza! Che cosa desideri?”, ma per un frangente di secondo ho pensato che volesse scacciarmi.
Mi avvicino e attendo la successiva mossa. Come un animaletto ai limitari delle foresta. Sorride, capisco che sono la benvenuta ed entro. In un minuto avevo buttato le mie vecchie blu e avevo ai piedi delle scarpette marroni nuove, la cui suola in pelle mi permetteva di sentire bene la terra ad ogni passo.
Mi faceva sorridere che leggessi Camii ovunque. E non mi preoccupavo di sapere cosa significasse anche se avrei potuto intuire da dove i cartelli erano posizionati.
E’ stato solo dopo diversi giorni dal mio arrivo in Turchia che un passante per strada mi ha raccontato il significato della parola.
Camii vuol dire moschea in turco e porta il significato di luogo che riunisce, luogo di incontro.
Johoon aveva un’infezione alla pelle di non chiara provenienza, potevano essere punture di insetti, cimici del letto, o scabbia. Abbiamo cercato un dermatologo per lui e io ho impacchettato il mio leggero zaino pronta a dormire altrove quella notte.
E’ così che sono finita ospite da un giovane non troppo giovane, forse solo giovane di spirito, appassionato Sufi. E’ un musicista, nato a Konya, che vive in una casa di fianco al mausoleo di Rumi. La casa si chiama Hichane e accoglie hippies e artisti da ogni dove.
Mi ha offerto di dormire in quella che chiama la stanza oscura. Una stanza al piano di sotto dove non trapela luce. Non c’era per me regalo più grande di quello. Così ho praticato meditazione al buio e trascorso ore a contemplare le scintille di luce che i miei occhi vedono quando c’è totale oscurità. Lui era nella stessa stanza, tanto affascinato quanto me dalla bellezza del buio condiviso. A pancia in su, mi sono addormentata.
Il mio coinquilino partecipava spesso alle cerimonie dei Dervisci rotanti in piazza. Così, un giorno l’ho aiutato nella vestizione, prima di vederlo sparire dentro il giardino delle rose di Rumi e fondersi in una miriade di svolazzanti gonne bianche.
Musica e silenzio.
Le mie giornate passavano nella pace, svegliandomi prima del sole, mangiando qualche frutto e oliva accompagnati da un chai bollente. Anche il pane appena sfornato era delizioso. La giornata la passavo a leggere nel giardino delle rose, spesso da sola.
Per cinque volte al giorno, il ritmo delle preghiere innalzate dal muezzin, mi ricordava di fermarmi, qualunque cosa stessi facendo o pensando. Usavo quei momenti meravigliosi per ascoltare, raccogliermi, tacere.
Mi sembrava fosse proprio questo lo scopo della preghiera: fermarmi. Una pausa individuale e collettiva allo stesso tempo. Quanto piacere mi davano questi appuntamenti con Dio, di giorno e di notte, a cui sentivo molti altri esseri partecipare, nella frenetica città.
Amavo visitare le moschee, una nuova ogni giorno, e mettermi a meditare lì, sul tappeto morbido, in un angolino o al centro dove la cupola dell’edificio si prolunga verso il cielo. Stare nella zona dedicata agli uomini e nella zona dedicata alle donne. Nessuno mi ha mai chiesto di spostarmi o andarmene. Mi sono sempre sentita accolta.
La particolarità dello spazio di preghiera riservato alle donne dentro le moschee è che si crea un’atmosfera molto intima e femminile. Dolce. C’è spazio per le lacrime e per i sorrisi, a volte sentivo qualcuna pregare forte e ad alta voce, altre volte c’era solo silenzio. Spesso una donna, ogni volta diversa, si avvicinava a me e mi offriva un cioccolatino prima di uscire, che mi gustavo con gioia o tenevo nella borsa per offrirlo a qualcun altro durante la giornata.
Ogni sera, poco dopo il tramonto, mi recavo alla sala da concerto a una trentina di minuti a piedi dal mio alloggio. E lì mi sedevo, ovunque ci fosse posto, spesso vicino a Johoon che, esclusa la possibilità di essersi preso la scabbia, si cospargeva la pelle di tea tree oil.
E in – tre – due – uno – chiudevo gli occhi e le note iniziavano a vibrarmi dentro, parlandomi di amore. Non ho mai sentito un violino suonare così. Mai ho sentito un coro di voci maschili così armonioso e potente, che cantavano chiaramente per e a Dio. Non erano lì per performare, ma per pregare, insieme a noi.
Mi sentivo in un’estasi continua, giorno e notte, che la musica, nella sua lingua universale, alimentava in fiamma costante. Come a dirmi:
Io ci sono, non posso tacere, cambio ritmo, strumento, mani e gole, corpi, ma io ci sono, sempre, anche quando il concerto è finito, nel silenzio.
Musicisti da tutto il mondo erano stati invitati e si davano il cambio ogni notte per deliziarci con la loro arte mistica. Quando sono arrivati i musici kazaki ho rapidamente riconosciuto i lineamenti dei volti, gli strumenti e i ritmi che la primavera passata mi avevano accolta in Centro Asia.
Mi siedo,
tutta fremo di voglia
di sentirti entrare.
Raccontami le storie di amore che hai da trasmettere,
non sei fatta di parole,
solo la vibrazione
mi culla nell’estasi.
Cavalco onde di piacere e silenzio,
tutto ruota fino a fondersi nel mio cranio,
lentamente danzo ed è leggero
perché mi porti sulle tue ali di polvere dorata.
La musica è – davvero è – silenzio. Non saprei come altro dirtelo.
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