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La terra spostata

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Consegna prevista Febbraio 2027
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La terra, a Senise, si è sempre tenuta con le mani.
Nicola la coltiva da quando ricorda.
Rocco impara guardandolo, senza spiegazioni: i campi, le stagioni, le serte di peperoni che riempiono i balconi, i gesti che si ripetono finché tengono.
Poi arriva l’acqua della diga.
Il lavoro cambia.
Il paese si abitua a vivere sopra quello che non si vede più.
Fino a una notte in cui la terra si muove.
Non è solo una collina che scende.
Sono case, nomi, vite che cambiano posto.
Con una scrittura intensa e misurata, Francesco Antonio Marcone racconta la storia di un padre, di un figlio e di un paese che imparano a restare quando il mondo si sposta.

Perché la terra non promette nulla.
Ma tutto, prima o poi, torna a poggiare su di lei.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per custodire una memoria che rischiava di andare perduta: quella di una terra, di un lavoro e di vite segnate da cambiamenti silenziosi ma profondi. È nato dal bisogno di dare voce a ciò che resta anche quando tutto si sposta — i legami, i nomi, i gesti — e di trasformare un’esperienza personale e collettiva in un racconto che tenga insieme dolore, dignità e senso.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I

Rocco.

Rocco è nato poco prima del ‘68, ma questo si capisce solo dopo, quando si fanno i conti.

Il corpo, già da piccolo, cercava la terra senza pensarci.

All’inizio lo si vede fermo, accovacciato vicino a un albero grande, uno di quelli che non crescono più. Il corpo occupa spazio senza chiederlo. Sta basso, come se il terreno fosse ancora qualcosa a cui rispondere.

Noi lo conosciamo così: uno che non si siede mai davvero. Anche quando riposa, resta pronto. Le mani raccolte davanti, grandi, ferme, mani che hanno imparato prima a tenere che a lasciare. Il volto è largo, rasato, senza segni vistosi, ma con una tensione che non se n’è mai andata. Non guarda lontano, non guarda in alto. Guarda davanti, dove le cose stanno.

Rocco è figlio di Nicola, che tutti chiamavano “u sinisar” (il senisese). Non perché parlasse di più, ma perché arrivava sempre. Con i cavalli prima, poi con il mulo, poi con l’Ape. Partiva che era notte o quasi, quando la terra non aveva ancora finito di raffreddarsi, e tornava che il sole era già basso. Di giorno coltivava, di notte caricava. Le piazze dei paesi lo aspettavano senza dirlo. I peperoni freschi, quelli secchi, le serte appese ai balconi come rosari rossi, il sedano che non cresceva uguale da nessun’altra parte, le verdure, i legumi, il grano. La terra dava, Nicola teneva il conto con il corpo.

La madre aiutava. Sempre. Le mani nelle serte, il sole addosso, i balconi pieni che facevano ombra alla casa. Nessuno parlava di sacrificio. Era così che si stava al mondo.

Rocco era il terzo di quattro figli. Due femmine, due maschi. Non il primo, non l’ultimo. Uno che impara guardando. Ha studiato fino alla terza media. Poi ha fatto quello che c’era da fare. La terra non chiedeva spiegazioni, chiedeva presenza.

Si è sposato giovane, con Maria. Senza festa grande. Senza promesse dette ad alta voce. Sono arrivati due figli: il primo, Nicola. I nomi non li inventavamo.

Li tenevamo in vita.

Venivano da lontano, non dal sangue, ma dall’abitudine. Ripetere il nome del padre era un modo per dire che niente era andato perso del tutto. Che qualcuno restava anche quando non c’era più. Non era un onore da esibire, era un peso leggero, portato senza parlarne.

Il nome passava di bocca in bocca come una cosa fragile.

E finché passava, anche noi restavamo. I nomi passano così, come i campi: non si inventano, si tengono.

Poi l’acqua è arrivata. Prima piano, senza rumore. Ha coperto i terreni che erano stati di suo padre, quelli che avevano dato da vivere senza mai chiedere di più. L’invaso non ha fatto male subito. Ha solo spostato le cose.

Dopo, il resto è venuto da sé. La frana. Gli anni. La stanchezza che non si vede. La malattia di Nicola, l’ Epstein-Barr (EBV), un’infezione comune che causa la mononucleosi, l’andare e tornare dagli ospedali, fino a quando il corpo di un figlio ha smesso di rispondere come prima. La carrozzina non ha fatto rumore entrando in casa. Si è fermata lì, come tutto il resto.

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Ora Rocco è qui. Accovacciato. Presente.

Non pensa a quello che è stato tolto. Non pensa a quello che verrà. Sta.

Come la terra, quando non promette nulla ma resta.

Capitolo II

Nicola, prima 

Nicola si alzava che non era ancora giorno.

Non metteva la sveglia. Non serviva. Il corpo lo sapeva prima della testa. Quando apriva gli occhi, la stanza era fredda e piena di buio, un buio che non faceva paura perché aveva un’ora precisa.

Si vestiva piano, senza accendere la luce. I pantaloni appoggiati sulla sedia, la camicia sempre la stessa, l’odore di terra che non se ne andava nemmeno da pulita. La moglie si muoveva dall’altra parte del letto, appena, come se il sonno avesse imparato a fargli spazio. Non parlavano. Le parole sarebbero arrivate più tardi, con il sole.

Fuori il campo era fermo. L’aria sapeva di umido e di foglie schiacciate. Nicola camminava diritto, senza guardare dove metteva i piedi. Li conosceva tutti, uno per uno. La terra sotto le scarpe rispondeva con un rumore basso, buono.

I peperoni erano pronti. Alcuni da raccogliere freschi, altri già segnati per diventare secchi. Li prendeva con due dita, deciso ma senza fretta. Ogni tanto ne strofinava uno contro il palmo, come per sentirne il peso vero. Non sceglieva mai a caso. La terra gli aveva insegnato a distinguere senza pensarci.

Quando il sole cominciava a spuntare dietro le colline, i bambini uscivano di casa. Rocco più degli altri. Stava zitto, guardava. Nicola non gli spiegava niente. Gli faceva vedere. Il resto sarebbe venuto da sé.

A metà mattina, la moglie iniziava a fare le serte. I peperoni infilati uno a uno, il filo che tirava, le mani rosse. Le appendevano ai balconi, e la casa cambiava faccia. I muri diventavano pieni, vivi. Chi passava lo sapeva: lì si lavorava.

Il sedano lo trattava come una cosa delicata. Lo dicevano tutti che non cresceva uguale da nessun’altra parte. Nicola non rispondeva mai. Lo tagliava basso, pulito, lo metteva nelle cassette. Non aveva bisogno di difenderlo: bastava portarlo in piazza.

Nel pomeriggio caricava. Prima i cavalli, poi il mulo. Più tardi sarebbe arrivata l’Ape, ma allora ancora no. Sistemava le cassette una sopra l’altra, controllava le corde, tirava. Ogni gesto aveva lo stesso ritmo da anni. Nessuno gli aveva insegnato. Nessuno gliel’avrebbe tolto.

Partiva che era già tardi o ancora presto, dipendeva dai paesi. Le strade erano lunghe, buie. Il motore faceva un rumore che conosceva a memoria. Arrivava nelle piazze che qualcuno era già lì ad aspettare, senza fretta.

«È arrivato Nicola», dicevano. Non serviva altro.

Vendere non era parlare. Era stare. Mettere la merce davanti, aspettare che le mani degli altri capissero. A volte tornava con poco. A volte con niente. Tornava lo stesso.

Quando rientrava, il giorno dopo, la terra era ancora lì. I campi aperti. Nessuna acqua. Nessuna promessa. Solo lavoro da rifare.

Allora Nicola mangiava in piedi, beveva un sorso d’acqua, guardava il cielo un attimo. Non per ringraziare. Per controllare.

Poi tornava nei campi.

Così si teneva il mondo insieme.

Capitolo III

Nicola quando nessuno guarda

Nicola non parlava mai da solo.

Non perché non avesse pensieri, ma perché non aveva l’abitudine di sentirli uscire. Le cose, per lui, si facevano. Restavano dentro solo quelle che non servivano a nessuno.

La sera, quando tornava dalle piazze, il paese dormiva già. Le case chiuse, qualche luce accesa dietro le tende. Il mulo camminava piano, conosceva la strada. Nicola teneva le redini larghe. Non aveva fretta di arrivare.

C’era un punto, prima della curva che scendeva verso casa, dove si vedeva tutta la valle. Si fermava sempre lì. Non scendeva. Restava seduto. Guardava i campi anche se era buio. Non li vedeva davvero, ma sapeva dove finivano. Ogni pezzo aveva una forma precisa nella sua testa.

Non pensava: “sono miei”.

Pensava: “li tengo”.

La differenza non la spiegava a nessuno.

Quando nacque Rocco, non cambiò niente nei gesti. Cambiò nel modo di restare. Si accorgeva del figlio anche quando non lo guardava. Se si fermava a metà del campo, sapeva che il bambino era rimasto indietro. Se non sentiva i suoi passi, si voltava.

Non lo chiamava quasi mai per nome.

Diceva: “Vieni”.

Bastava.

Una volta, Rocco cadde in un solco appena scavato. Niente di grave. Terra nelle mani, nelle scarpe. Nicola lo tirò su senza rimprovero. Gli diede una pacca sulla schiena e disse solo: “Guarda dove metti i piedi”.

Non era un consiglio.

Era un modo di stare al mondo.

Nicola non aveva studiato molto. Sapeva contare, firmare, fare i conti giusti al mercato. Ma conosceva le stagioni come si conosce una persona di casa. Sapeva quando il vento cambiava prima che lo dicesse il cielo. Sapeva quando l’acqua non sarebbe bastata.

Non parlava di fatica.

La fatica non era un argomento.

Era una misura.

Quando la diga arrivò, Nicola non si arrabbiò davanti agli altri. Non andò al bar a discutere. Non alzò la voce in piazza. Andò nei campi la mattina dopo come sempre. Lavorò una striscia di terra che sapeva già non avrebbe raccolto.

Rocco lo guardava.

Non capiva.

Nicola lo capiva che il figlio non capiva. Ma non spiegò.

L’ultima sera prima che l’acqua coprisse il campo più basso, Nicola scese da solo. Camminò lungo il confine. Si chinò, prese una manciata di terra, la strofinò tra le dita. Non per nostalgia. Per riconoscimento.

La lasciò cadere.

Non disse addio.

Non disse niente.

Quando tornò a casa, si lavò le mani più a lungo del solito.

La madre di Rocco lo guardò.

Capì.

Non parlarono.

Nicola non era un uomo che perdeva.

Era un uomo che teneva finché poteva.

E quando non poteva più, smetteva senza rumore.

Solo una cosa non gli riuscì mai del tutto: smettere di sentire i campi sotto l’acqua.

Anche anni dopo, quando guardava la diga, non vedeva la superficie. Vedeva i solchi. Le file di peperoni. Il punto dove il sedano cresceva più fitto.

Non lo diceva.

Ma restava lì, in piedi, come se sotto quell’acqua qualcosa stesse ancora aspettando.

Capitolo IV

La casa

La casa era sempre aperta, anche quando le finestre erano chiuse.

Non per le persone, ma per il lavoro. Entrava da solo, si posava sulle sedie, sulle mani, sul pavimento. Non c’era un’ora precisa in cui cominciava o finiva.

La madre di Rocco stava quasi sempre in piedi. Non perché non potesse sedersi, ma perché così faceva prima. Il tavolo lo usava come appoggio, mai come centro. Le serte di peperoni erano il suo tempo: infilare, tirare, annodare. Il filo passava tra le dita senza che lei lo guardasse. I peperoni erano rossi, alcuni già scuri. Il sole li prendeva dal balcone e li faceva durare.

Quando lavorava, non parlava.

Ogni tanto sospirava, come per ricordarsi di respirare. Non cantava. Non si lamentava. Se qualcuno le chiedeva qualcosa, rispondeva piano, senza fermare le mani.

Rocco stava lì vicino. A volte la guardava, a volte faceva finta di niente. Sapeva che non doveva toccare i peperoni senza permesso. L’odore era forte, gli restava addosso anche quando usciva. A scuola glielo dicevano. Lui non rispondeva.

La madre si accorgeva di tutto senza voltarsi.

Se Rocco si muoveva troppo, diceva solo: «Attento».

Non alzava la voce. Bastava.

Dentro casa c’era sempre qualcosa da fare. Il pane da coprire, l’acqua da cambiare, i panni da sistemare. Le cose non stavano mai ferme. Non perché mancasse ordine, ma perché servivano.

Nicola entrava e usciva. Non chiedeva. Appoggiava, prendeva, ripartiva. Tra lui e la moglie non c’erano discorsi. Si scambiavano oggetti, non parole. Una cesta, una chiave, un bicchiere. Era così che si dicevano le cose importanti.

A volte, nel pomeriggio, la madre si fermava un momento. Guardava il balcone pieno di serte, controllava che nessuna fosse caduta. Rocco la vedeva fare quel gesto, sempre uguale. Come se contasse senza contare.

«Vieni», gli diceva ogni tanto.

E gli faceva tenere il filo. Solo quello. Tenerlo fermo. Se lo mollava, lei ricominciava da capo senza dire niente.

Rocco imparava così: stando.

Non gli spiegavano perché. Gli facevano fare la parte che serviva.

Quando la sera arrivava, la casa cambiava rumore. I passi diventavano più pesanti. I piatti si muovevano piano. La madre metteva a posto senza fretta. Se qualcuno mancava, non lo diceva. Si mangiava lo stesso.

Prima di dormire, Rocco sentiva ancora l’odore dei peperoni. Gli sembrava che restassero svegli anche di notte, appesi lì, a fare il loro lavoro.

La casa teneva tutto.

Le persone passavano.

Il lavoro restava.

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Francesco Antonio Marcone
Francesco Antonio Marcone è nato in Argentina e vive nel Sud Italia.
Sul piano professionale, Marcone ha maturato una lunga e articolata esperienza dirigenziale e formativa in ambito amministrativo, sociale e previdenziale. È laureato in Economia e Management e ha ricoperto incarichi di responsabilità a livello regionale e provinciale in enti di patronato, associazioni di rappresentanza e organizzazioni sindacali. Attualmente svolge anche attività di docenza e formazione in progetti nazionali e regionali, con particolare attenzione ai temi del disagio sociale, dell’inclusione e dello sviluppo delle risorse umane.
Ha scritto saggi e testi di ricerca sul rapporto tra esperienza cristiana e vita quotidiana, tra cui "San Rocco", "Le risposte al cuore dopo l’incontro con Cristo" e "La Via che entra nella carne".
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