974 partite. 638 gol. Zero cartellini.
Maurizio Minguzzi, per tutti il Tupo, non ha mai giocato in Serie A. Ha giocato qualcosa di più difficile: trentadue anni sui campi di provincia della Romagna, senza contratti e senza tribune, con la stessa fame di chi sa che ogni domenica potrebbe essere l’ultima.
Questo è il racconto di una vita vissuta con coerenza assoluta, dentro e fuori dal campo. La storia di un padre silenzioso che ogni domenica puliva le scarpe del figlio con il grasso di cavallo, di una madre che sapeva tutto prima che accadesse, di un fratello con cui condividere il linguaggio segreto del pallone.
Di una moglie che ha capito che il calcio era parte essenziale di quell’uomo, e di una figlia che ha insegnato che l’amore può avere forme diverse da quelle immaginate.
È anche il racconto di quarantatré anni trascorsi ogni mattina sui diciassette chilometri tra Russi e Ravenna, tra il campo e l’ufficio. E di un dono silenzioso, custodito per anni, che spiega finalmente perché quell’attaccante implacabile prendeva calci e non reagiva mai: la capacità di farsi carico del peso degli altri, in campo e fuori.
Fino all’Ultimo Gol non è un libro sul calcio. È un libro su cosa rimane quando il fischio finale è suonato da un pezzo.
«Ne è valsa la pena.»
Perché ho scritto questo libro?
Questo libro nasce dal desiderio di lasciare una traccia: non dei gol, ma di quello che i gol hanno custodito. Il rispetto che mi ha insegnato mio padre Ilario a bordo campo. La calma che mi ha trasmesso mia madre Maria. L’intesa silenziosa con mio fratello Davide. Le notti d’estate al Torneo dei Bar di Russi. I diciassette chilometri percorsi ogni mattina tra due vite che erano sempre la stessa. E quel dono delle mani che ha dato senso a tutto il resto.
Fino all’Ultimo Gol è il mio primo libro. Lo dedico a chiunque abbia mai amato qualcosa con tutta la propria vita, anche lontano dai riflettori.


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