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Il tempo si è dimenticato di passare

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Consegna prevista Aprile 2027
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Questa è una storia su ciò che esiste oltre l’orizzonte.
Una storia in cui il vento non soffia soltanto: racconta.
I luoghi parlano tra loro, le canzoni scelgono il momento giusto per raggiungere chi le sta aspettando, il tempo custodisce ciò che sembra perduto e perfino i ricordi continuano a cercare la strada per tornare da chi li ama.
Al centro di questo mondo ci sono due persone che si incontrano quando pensavano di essersi ormai abituate alla solitudine. Ma questa non è soltanto una storia d’amore. È un viaggio dentro la fragilità, la memoria, i legami che ci cambiano e il coraggio di lasciarsi attraversare dalla vita dopo aver imparato a difendersene.
Attraverso immagini poetiche, dialoghi surreali e personaggi che appartengono tanto alla realtà quanto all’immaginazione, il romanzo invita il lettore a fermarsi, ad ascoltare il vento e a guardare il tempo da una prospettiva diversa.

Perché alcune storie non chiedono di essere spiegate. Chiedono soltanto di essere vissute.

Perché ho scritto questo libro?

Ho immaginato questo romanzo come un dipinto. Ogni racconto è una pennellata, autonoma ma incompleta. Solo osservandole insieme emerge l’immagine finale. Volevo scrivere una storia che si costruisse poco alla volta, dove il vento, il tempo, i ricordi e l’amore si intrecciassero fino a rivelare un unico disegno, lasciando al lettore il piacere di scoprirlo pagina dopo pagina.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE I SI SOLLEVA LA BREZZA

Cap. 1 – La rosa e la calla (la paura e l’amore)

Quando ricevetti in eredità quel piccolo pezzo di terreno – piccolo davvero, potevo attraversarlo con tre lunghi passi in lunghezza e altri due in larghezza – ero così felice ed emozionato che non badai neanche alle reali dimensioni.. Ho gambe molto lunghe, ma questo non modificava affatto la percezione delle sue  misure. Avevo davanti un piccolo mondo, ma a me sembrava una distesa infinita. Il cervello talvolta si diverte a prendere in giro gli occhi, armato di fantasia, aspettative e desideri mostra mondi lontani. E io, guardando quel terreno, mi immaginavo già coltivatore di frutta, ortaggi e di sogni.

Lo misurai con cura per poi dividerlo in pezzetti ancora più piccoli, volevo essere metodico e organizzato per ottimizzare ogni spazio, ognuno lo avevo dedicato ad una diversa coltivazione: volevo piante di pomodori, cipolle, zucchine, patate e anche se non mi piacevano inserii nel mio piano di semina anche i cavolfiori.

Ormai la mia fantasia aveva preso il timone e sia la vista che lo stanco corpo mi immaginavano come un ricco coltivatore che, in giro per il paese, trascinava un carretto con tutti prodotti  di quel piccolo terreno. Sono sempre stato ottimista e sognatore e  già immaginavo i miei compaesani che aspettavano il mio passaggio per poter comprare i migliori ortaggi della regione.

Nel completare la suddivisione del mio appezzamento decisi di lasciare una piccola striscia libera, non doveva esserci niente da vendere ma solo qualcosa per alimentare il cuore. Mia mamma aveva il pollice verde ed era conosciuta in tutta la città per le sue rose bellissime e le sue calle alte e fiere. Volevo ripercorrere le sue fortune.

Decisi allora di dedicare quella striscia di terra alla sua memoria e piantai fiducioso solo rose e calle.

La prima stagione di coltivazione era iniziata, ero stato bravo a ripulire con cura il terreno dalle erbacce e arare ogni appezzamento. Per amore dell’ordine lo avevo diviso con dei legnetti che lo delimitavano, sui quali avevo scritto ciò che avrei raccolto a stagione finita.

Nella striscia dove avevo piantato rose e calle misi un semplice cartello giallo con una scritta nera: qui si coltivano sogni. Avevo scelto i colori nella speranza che la primavera arrivasse, invece di andare via.

Tutte le mattine mi svegliavo prima del sorgere del sole e andavo ad innaffiare e ripulire il terreno, lo volevo impeccabile per quando sarebbero spuntati i primi ortaggi.

Dopo mesi di duro lavoro iniziarono le prime preoccupazioni, non si vedeva neanche una piccola piantina spuntare del terreno: cosa avevo sbagliato? Ero sconfortato, triste e deluso. Avevo impiegato tante energie per questo progetto, ma le cose non evolvevano come avevo sperato. Ma non mi disperai, la vita spesso ci pone muri davanti ed è importante trovare il modo di superarli. L’inerzia rende schiavi.

Mi sedetti sulla striscia di terra dove si coltivano i sogni e accesi una sigaretta, ripensando a cosa potevo aver sbagliato nelle varie fasi. Ripensavo a quei mesi passati sul terreno, con un velo di malinconia negli occhi, e cercavo di ripercorre ogni passo per individuare quello falso e provare a porvi rimedio.

Quando vidi, proprio vicino a me, due piccole piantine che timidamente sbucavano dal terreno.

Quella vista mi diede speranza allora non tutto era perduto, non avevo quindi sbagliato ogni passo e forse qualcosa di buono in quel terreno lo avevo fatto.

Buttai la sigaretta e mi inginocchiai davanti alle due piantine; erano diverse, una sembrava chiusa a riccio come se fosse diffidente nell’aprirsi al mondo mentre l’altra si stava preparando a sbocciare, anche se la struttura per farlo non era ancora matura. Era palese, mi guardai intorno e arrivai alla conclusione inevitabile: in tutto il terreno solo due semi avevano attecchito, una rosa e una calla.

è vero che avevo riposto molte aspettative nel terreno, e che pensavo sarebbe diventato, coi suoi frutti, il coronamento di tanti sacrifici convinto che il riflesso della mia realizzazione nella vita fosse

legato al rigoglio delle piante, eppure, davanti alle due piantine, non vidi quel risultato come un fallimento.

Quel terreno, che così desolato sembrava non avere più significato, aveva dato vita ad una rosa e ad una calla e loro mi resero felice.

Davvero non avevo più il minimo interesse riguardo gli ortaggi, non mi importava che neanche un piccolo pomodoro avesse preso vita in tutto il terreno e che fossero fioriti solo due fiori su cui non avrei guadagnato mezza lira; li guardavo e capivo che erano la cosa più importante della mia vita.

Da allora felice ripresi ad andare al terreno, tutti i giorni, con il caldo o con il freddo, pioggia o sole, tutti i giorni andavo dai miei due fiori che crescevano sempre più belli; li innaffiavo nei giorni di caldo e li proteggevo dalle intemperie. Preservare la loro crescita era diventato il senso della mia vita.

La calla stava diventando alta, fiera e orgogliosa mentre la rosa stupiva per come, crescendo, sembrava volesse abbracciare tutte le direzioni del mondo. Non seguiva una linea retta, era fantasiosa e aveva tanti di quei colori da risultare indefinibile: era rosa? era rossa? era bianca o gialla? Sembrava avere tutti i colori del mondo.

La calla.

Fu la prima a spuntare. e L’aspetto che colpì subito fu la sua eleganza, sin dai primi germogli si intravedeva la bellezza del fiore che sarebbe diventato; spuntò velocemente e sbalordì per la crescita veloce, appena apparsa al mondo già sembrava un fiore vissuto. Non era solo alta, era fiera e aveva maestria nel nascondere le sue fragilità e se un petalo aveva una sbavatura lei riusciva a nasconderlo, cercando solo nelle sue radici la forza per superare ogni difficoltà. Calla, mai avrei immaginato di poter avere nel mio terreno un fiore così bello, quasi da aver paura di avvicinarmi per il senso di inadeguatezza: come potevo io, contadino alle prime armi, aiutare a crescere un fiore che da solo stava stupendo il mondo?

La rosa.

La rosa arrivò dopo alcuni giorni aveva qualche difficoltà nel crescere con la stessa velocità della calla ma i suoi colori provocavano lo stesso stupore; confondevano, sembrava che fossero stati inventati solo per dipingere i suoi petali. Non nascondeva le sue fragilità, i suoi petali spezzati; ci provava, ma non sempre si può nascondere quello che ci fa male. Mi impegnavo per farla crescere, non mi sentivo degno di quei colori ma mi sentivo responsabile dell’aiutarla ad affrontare le difficoltà della vita. La pioggia, il vento, il caldo.

Un giorno, al piccolo terreno, il sole aveva deciso di nascondersi; era una giornata cupa grigia, e io lo guardavo, così spoglio, così povero e allo stesso tempo così ricco. Ad arricchirlo erano loro, la calla alta e fiera e la rosa dai mille colori.

Ma non fu sempre facile, non sempre riuscivo a mantenere la barra dritta pensando solo alla fortuna di poter crescere quei due fiori; talvolta facevo l’errore di concentrarmi sul terreno desolato intorno. Ricordo un giorno in cui ero particolarmente arrabbiato con il mio terreno, per tutte le energie spese e la fatica riposta, per poi avere in cambio ristoro solo nel cuore, grazie ai due fiori. Il resto del terreno, solo a guardarlo, mi faceva soffrire, era la fotografia del mio fallimento.

Fumavo così una sigaretta dietro l’altra, nervoso, arrabbiato.

Ricordo che era una giornata ventosa, buttai distrattamente un mozzicone di sigaretta per terra; senza che me ne accorgessi il vento lo portò con sé fino a trascinarlo proprio in quel pezzo di terreno dove si coltivavano i sogni che ora andavano in fumo; la sigaretta era ancora accesa, alimentata dal vento (sempre lui!), e una nube grigia avvolse la mia bellissima rosa.

Non me ne resi conto, ero troppo impegnato ad arrabbiarmi con il sole che si nascondeva, con i semi che non davano frutti e con il terreno che mi aveva rubato il sogno di libertà, e non mi accorgevo del male che stavo facendo a chi amavo.

Ma per fortuna, in quel momento di sfiducia, decisi di cercare ancora una volta conforto nel cuore e mi voltai verso i miei due bellissimi fiori; fu allora che mi accorsi che fumo era passato vicino alla calla ma lei, essendo alta, non aveva subito danni, mentre la rosa era stata avvolta completamente.

Mi precipitai a spegnere la sigaretta e quando arrivai notai che la rosa era piegata su stessa, aveva patito tutto quel fumo e soprattutto aveva perso i suoi colori.

Mi sedetti a guardare, il vento si fermò. Per colpa della mia rabbia verso il terreno vuoto, che non aveva dato i frutti sperati, io avevo fatto del male a ciò che più avevo amato nella mia vita; la rosa aveva perduto i colori, quei colori che adoravo e che mi davano conforto nei momenti di tristezza.

Il vento tornò a soffiare sul terreno. Ma questa volta non portava via niente. La rosa restava piegata, la calla immobile.

Due forme diverse dello stesso silenzio.

E io capii che il mio terreno non era mai stato vuoto. Era solo fragile.

E io non avevo ancora imparato a coltivare la fragilità, per farla maturare e raccogliere i suoi preziosi frutti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Francesco Pissard
Sono nato in Sardegna, una terra dove il vento sembra conoscere il nome di ogni luogo e il mare insegna a guardare sempre oltre l'orizzonte. Scrivo perché sono convinto che la realtà sia fatta anche di ciò che non vediamo: il tempo che conserva i ricordi, i luoghi che custodiscono le emozioni, le canzoni che arrivano al momento giusto. Questo è il mio secondo romanzo, nato dal desiderio di dare voce a quel mondo invisibile che accompagna ogni incontro importante. Amo la musica, il mare, le storie e le persone capaci di trasformare la fragilità in bellezza. Se queste pagine riusciranno a far guardare il vento con occhi diversi, allora avranno trovato il loro lettore.
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