ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO I
“QUADRUPEDI PUZZOLENTI”
Grace: “Bei capelli”.
Sandra risponde: “Bei capelli di merda”.
Il telefono squilla…
BAU, BAU, BAU, BAU, BAU, ARF, ARF, BAU, BAU, BAU, GRRRR, ARF.
Ecco, il cuore mi si è fermato per l’ennesima volta. Uno pensa: sei sul divano, ti stai rilassando, stai guardando un romanzo a puntate in televisione…
Loro.
Sì, proprio loro: quei due piccoli, impavidi , mangiamerda da guardia pensano bene di scattare in full Blitzkrieg perché il suono del telefono nella serie TV forse corrisponde a una minaccia cosmica proveniente dal giardino.
E che giardino! Talmente protetto che un cane da guardia ci viene in villeggiatura, figuriamoci due. Recinzione alta tre metri, perfettamente foderata di ombreggiante; piante rampicanti che renderebbero difficile l’accesso persino a Tarzan. Per rincarare la dose, all’esterno un bel cartello: “Attenzione, cani da guardia addestrati”. Tutte le volte che lo leggo penso che Paco sia al massimo addestrato a farsi grattare le palle.
Ah, giusto, avevo dimenticato: si chiamano Paco e Pina. Sono sicuramente un incrocio tra un pointer e una gamba del tavolino, pieni di pelo inutile a vedere da quanto ne perdono. Presi ovviamente in canile, perché i cani non si comprano. Sono i miei piccoli gemelli del cestino e saranno la causa della mia prematura dipartita.
Per via di questa piccola esperienza premorte mi sono completamente dimenticato di presentarmi. Io sono Pol, Pol Lari, ho più di sei lustri, sono alto un metro e ottanta di corporatura robusta, ho le spalle belle larghe di quelle rubate all’agricoltura. Ho anche le gambe lunghe e il busto corto, non sono proprio bilanciato a dovere. Vivo in un paesino che si chiama Boccia di Sotto, ma per tutti è semplicemente Sotto, anche perché quelli di Boccia di Sopra il loro lo chiamano Boccia e a noi è rimasto il sotto.
È un piccolo agglomerato di case impilate come fossero favelas di pietra, non ce ne è una uguale neanche le pietre lo sono, è praticamente impossibile misurare con un classico metro perché non si riesce a trovare un muro dritto neanche a cercarlo con il lanternino ma soprattutto siamo a un passo da Fine del Mondo.
Non fraintendete: Fine del Mondo è il paese accanto e non si chiama così perché è bello o perché il mondo sta per finire; semplicemente il fondatore, Arrigo Mannucci, pensava davvero che il mondo finisse lì. Era daltonico, quindi per lui il blu del mare era una poltiglia liquida e verdastra, tossica come un veleno. Considerando che era il 1200 quando fu fondato Fine del Mondo, daltonismo e poca conoscenza erano un mix micidiale. Non a caso nella piazza c’è una statua di Arrigo che, con sguardo profondo rivolto verso il mare, sembra dire: “Col cazzo che proseguo”. Comunque è una piacevole e brulicante località balneare dove puoi mangiare del buon pesce e portare a passeggio la fidanzatina di turno. Gli autoctoni sono un po pieni di se, tutti biondi occhi azzurri e capelli lunghi, tutti surfisti fisicati, che poi non ho mai capito come sia possibile visto che non hanno le onde.
Il nostro non è un comune: siamo una frazione di Boccia, quindi il municipio ce l’hanno loro, su a Boccia, con il loro bel sindaco, Maino, che noi chiamiamo Nevernot: un misto tra un villain dei fumetti e un pidocchio risalito.
La vita da noi scorre lenta, mica come a Sette Torri, la megalopoli puzzolente che ammorba tutta la valle con le sue fabbriche fumose, dove i grattacieli sembrano dei mostri di cemento pronti a schiacciarti da un momento all’altro sotto il loro peso. Qui a Sotto si trova ancora la verdura buona, quella saporita scrocchiolina senza pesticidi, la frutta è a volte bacata ma dolcissima, le ciliegie sono cosi dolci da sembrare caramelle. Il pane o mio dio il pane, caldo fatto in casa dalle donnine del paese, senza sale (da noi la cucina è troppo saporita per mangiare il pane salato) al mattino verso le quattro le strade sono impregnate dell’odore di schiacciata appena sfornata e di pane cotto a legna ; i contadini allevano gli animali come se fossero figli rispettano il loro ciclo naturale niente sovrapproduzione, niente allevamento intensivo. Un paradiso, direte. Vero.
Certo non è perfetto ma alla fine cosa c’è di perfetto nella vita?
A Sotto non manca niente o quasi.
Abbiamo un sexy shop, Il Piacere del Buco. Quel pazzo di Marchino lo aprì per scommessa vent’anni fa e adesso soddisfa tutti i palati (e qualcos’altro): palline anali sonore, dildo LED, collari che danno la scossa e chi più ne ha, più ne metta.
Poi c’è la Gina con il suo negozio di alimentari, roba da far girare la testa, salami ed insaccati di tutti i tipi, quando sei a duecento metri dal negozio ti viene già fame. Tutto fatto in casa ovviamente, Gina ha ereditato il negozio dal babbo Giannetto, norcino di prima categoria, in paese si dice che in tempo di guerra riuscisse a fare il salame anche con le lucertole.
Ovviamente abbiamo una ferramenta, si chiama La curva della Livella, la gestisce il vecchio Fiorino, ormai, che, poveretto non distingue più un chiodo da una vite, c’é da dire che se chiedi al circolo si ricordano tutti che lui é sempre stato lì, quindi nessuno sa quanti anni abbia ma sembrerebbe molti, così tanti che forse hanno usato i suoi chiodi per costruire il paese. Qui a Sotto si campa a lungo, forse é per questo che non abbiamo più la farmacia. Una volta il farmacista di Boccia provò ad aprire una filiale ma dopo due mesi era già fallito.
Ma lasciamo perdere i negozi, il vero fulcro del nostro paese è, e sarà sempre, il Circolo Ricreativo intitolato a Pallucci Marcello, sopraffino giocatore di bocce, anche noto con il soprannome di Soffio. Pare vincesse il novanta per cento delle partite grazie alle sue flatulenze, rendendo l’aria irrespirabile per gli avversari. L’unico che gli teneva testa era il grande Gianni Bargelli di Fine del Mondo, lo chiamavano il Messia, lui le bocce degli avversari le mandava direttamente al creatore.
A volte mi viene da pensare che Paco e Pina siano in realtà figli del Pallucci: in quanto a flatulenze sono veri professionisti. Le loro sono talmente dense che ci potresti sbattere la faccia e ritrovarti un livido.
Il bar del circolo è gestito da Lucio. Grande barista. Dopo anni di esperienze all’estero nei più grandi bar del mondo (almeno così dice lui) a fine anni 80 decise di tornare a Sotto, paese natale del suo babbo.
Ha una lista di più di mille cocktail, tra cui il temutissimo Negroni Briao, sua invenzione addirittura registrata all’ufficio brevetti.
In paese si dice che una volta Cipo, il figliolo della Manfrini, ne bevve diciotto: lo ritrovarono a Fine del Mondo, bianco come un cencio intento a convincere la gente che veniva dal futuro e che sarebbe stato il nuovo messia.
Mah… da quella volta non è mai tornato normale. D’altra parte, con tutto quello che ha avuto e che ha bevuto, non c’è da meravigliarsi.
Vi avevo detto che abbiamo quasi tutto, giusto?
Quindi non può mancare la nostra squadra di calcio, il nostro fiore all’occhiello, la Sottese, temutissima in tutto il circondario, soprattutto quando gioca in casa, perché il nostro stadio, Le Ripine, è di terra dura come il marmo e con una pendenza del 12%. Non a caso i nostri giocatori sono tutto polpacci.
Una volta, durante un derby con la Boccese, il nostro capocannoniere Duccio Parisi, detto Palo, risalendo, nel senso letterale del termine, la metà campo avversaria (il primo tempo l’abbiamo giocato in salita) sparò un missile terra-aria da metà campo che infilò in porta tre difensori, il portiere, bucò la rete e stese pure la Manfrini (la vedova dell’ ex sindaco di Boccia Attilio Manfrini, gran aggeggione) sugli spalti.
Chi era presente ricorda che vaneggiò per tutto il giorno dicendo che suo figliolo Cipo non era del Manfrini… che poi, se ci penso, effettivamente assomiglia di più al verduraio.
Come avrete capito, da noi di zone in piano ce ne sono poche: Sotto è tutto in pendenza.
Cosa buona, visto che con questi cambiamenti climatici non si allaga mai niente. Ma bisogna stare attenti perché anche il vino fa fatica a stare nel bicchiere (anche se non so se sia per la pendenza o per la sete).
Vero che qua siamo longevi ma prima o poi tocca tutti, “Bimbo siamo a veglia”, diceva il mio Bisnonno Primulo ,quindi non può di certo mancare il cimitero—o riposone, come lo chiamava mia nonna Giovannina—c’é solo un piccolissimo particolare, anzi due è terrazzato e vi si arriva inerpicandosi per 640 scalini. Da noi quando muore qualcuno la vera preoccupazione è che poi devi andare a trovarlo al cimitero con quel pò di gradinata che qui in paese chiamiamo La Scala delle Vedove… e ogni tre per due ce ne trovano una, secca e dura.
Adesso basta chiacchiere veniamo al sodo. Riparleremo di Sotto più avanti, vi voglio presentare la mia dolce metà.
Chicca fa la pittrice: ha gli occhi neri come il carbone e i capelli profumati di lavanda. È minuta, ma una vera forza della natura. Dipinge da mattina a sera nella sua bottega, in una torre situata nella parte più alta di Sotto.
Potrebbe essere una principessa, se non fosse che si sa difendere bene da sola e non ha bisogno di principe azzurro: in una fiaba metterebbero lei a guardia del drago.
Nel suo laboratorio i pennelli sono piccolissimi e le tele pure; con un grammo di polvere di colore riesce a fare tre quadri. I suoi dipinti sono bellissimi: raccontano della valle, delle foreste, dei fiumi indaffarati che non si fermano mai.
È da dieci anni che stiamo insieme. Ci siamo innamorati al Circolo Pallucci: io ero timido, ma dopo una sniffata di Negroni Briaco mi sono fatto coraggio e, con un doppio passo degno di un grande calciatore, mi sono avvicinato e l’ho invitata a ballare.
Non sono mai stato bravo a ballare, lei sì, e forse per questo anch’io ho fatto la mia porca figura.
Poi le ho messo la lingua in bocca, ma questa è un’altra storia.
Io e Chicca viviamo assieme. La casa è piccola, ma con lei non servono grandi spazi: pensate che una volta, per Natale, a casa di amici, l’avevo persa nel presepe.
Chicca adora la pulizia: dice sempre che finché non riesce a specchiarsi nelle pareti non è soddisfatta. Io, dal canto mio, sono un amante della polvere, dei peli di cane e dell’odore di polpastrelli.
E quindi come fate, direte voi?
Beh: lei pulisce e io cucino. Sono un cuoco provetto, ho imparato da mia nonna Giovannina, cuoca eccezionale: di certo non sarà ricordata per i suoi piatti leggeri, ma alla fine non siamo in questo strano mondo per patire.
Pensate che una volta mio zio Aldo fratello di mio babbo Gualtiero, dopo un pranzo domenicale a casa di nonna—dove aveva mangiato il suo famosissimo ossobuco lardellato ha lamentato dolori all’addome per alcuni mesi e alla fine ha ufficialmente digerito a Pasqua.
Il pranzo era stato ai primi di gennaio.
Chicca è la mia compagna anche nel dramma. Pure lei vive costantemente pronta a sobbalzare a ogni scatto improvviso di Paco e Pina. Non so se i due maledetti lo fanno apposta o se fa parte di un grande disegno che non riusciamo a comprendere ma pare sistematico il loro comportamento, se tu ti rilassi loro abbaiano. Io e la mia metá della mela adoriamo camminare nei boschi e Paco e Pina ovviamente sono sempre pronti ad aggregarsi non appena prendo in mano le chiavi di Lando (Lando è il nostro fuoristrada, turbo con delle ruote che potrebbero scalare montagne), al primo tintinnio iniziano a saltare, abbaiare fare capriole. Uno potrebbe pensare, bellissimo, un bel giro nel bosco con i tuoi cani e la tua ragazza….. ehhh, non è tutto oro quel che luccica, non appena giungiamo a destinazione , scesi dalla macchina i due allievi di satana partono ad altissima velocità in una direzione casuale ,e li un altro piccolo sussulto del cuore, non saprai mai se decideranno di fermarsi o fare il giro del mondo arrivandoti alle spalle.
Vabbè diciamo che di solito tornano anche perché sono abituati ad avere qualcuno che da loro la pappa, nella foresta tra orsi e lupi non camperebbero neanche un giorno. Una volta però quel fava di Paco ha pensato bene di partire a tutta manetta dietro una lepre. Abbiamo atteso due ore con il cuore in gola e diverse bestemmie sulla punta della lingua, lui invece è tornato bello scodinzolante con una lepre fra i denti, ma, tonto com’é, ha aperto la bocca e la lepre, ancora viva e vegeta, è riuscita a fuggire nel bosco. Non capisco la lingua dei cani ma giurerei che Pina gli abbia detto “non capisci una sega”.
Insomma, il cuore, il fulcro del nostro racconto, è uno strano muscolo che pulsa in maniera indipendente, pensate che in una vita intera di media batte 3 miliardi di volte. La maggior parte di quei battiti scorrono senza lasciare il segno ma ce ne sono alcuni che il segno lo lasciano eccome, se potessimo avere un riassunto dei battiti del nostro cuore potremmo scrivere la nostra storia, ci potremmo ricordare di quando abbiamo avuto paura, di quando abbiamo durato fatica, di quando siamo stati travolti dalla passione e di quando ci siamo rilassati. Io ho un rapporto strano con il mio cuore, è come se lui e il mio cervello condividessero lo stesso corpo, non in simbiosi, ma piuttosto come due coinquilini che a volte si parlano, a volte no, perché uno dei due ha lasciato un pelo pubico nel bidet e non ha pulito.
Ci sono delle volte, quando sto per addormentarmi che il mio cervello non sopporta il cuore che batte, altre volte il mio cuore non tollera il cervello che ragiona troppo. Insomma una convivenza difficile, ma indispensabile. E se questo non fosse abbastanza il mondo agisce nel perpetuo tentativo di influenzare i tuoi battiti, un abbaio, una porta che sbatte, uno scalino fantasma, via in poche parole il mondo è una specie di folletto cagacazzi
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