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Consegna prevista Luglio 2027

Venezuela, 1970. Bruno Spaccamonti, per tutti «il Dottore», esercita la psichiatria con distacco clinico. Poi, senza una spiegazione, qualcuno lo aggredisce. È l’inizio di una spirale che lo costringe a sparire prima che la violenza raggiunga chi ama. Fugge via mare e poi nella foresta amazzonica, mentre a casa sua moglie e figli finiscono ostaggio di un sicario. Quella casa custodisce già un segreto: vent’anni prima, tra quelle mura, un uomo è scomparso per sempre, e il vicino ha fatto di tutto perché nessuno lo scoprisse — un passato mai sepolto. Mentre il Dottore risale disperatamente il fiume per tornare dai suoi cari, un’altra famiglia, a pochi metri da loro, sta per crollare sotto quello stesso peso. Un thriller psicologico dove salvare chi si ama significa prima scoprire chi vuole distruggerlo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo romanzo per raccontare la ricerca di senso dell’esistenza umana — della vita in generale attraverso esperienze portate all’estremo. Dentro la storia ho custodito testimonianze vere, ricevute direttamente da chi le ha vissute, di una fatica di vivere ai suoi limiti. Il noir è stata la forma che mi ha permesso di restituirle senza tradirle.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il mattino seguente il Dottore dovette nuovamente affrontare il problema del trovarsi senz’auto. Chiamò un taxi che lo portasse alla sede centrale della polizia metropolitana.

Il piantone lo accolse senza particolare empatia e lui si limitò a fornirgli un’accurata descrizione del mezzo e i documenti ancora in suo possesso.

Il funzionario batté a macchina la denuncia di smarrimento della targa e passò il foglio al Dottore per la firma.

«Non ho smarrito la targa dell’auto» lo corresse il Dottore, «mi è stata rubata» 

«Come lo sa?» 

«Come sarebbe? L’auto era completamente carbonizzata, qualcuno le ha dato fuoco! Glielo ho detto prima che l’ho trovata in mezzo a un campo, distrutta» 

«Perché l’aveva lasciata in mezzo al campo?» 

«Non ce l’ho messa io» provò a spiegare il Dottore, tentando di non lasciarsi prendere dall’esasperazione.

«E chi allora?» l’agente si era sporto verso il vetro blindato della guardiola con fare indagatore.

«Non ne ho idea!» 

«Allora vuole denunciare il furto dell’auto? Lo poteva dire subito. Dove si trovava la sua auto prima che sparisse?» 

«L’avevo parcheggiata in Calle do Somos» Qualche dettaglio, come la via in cui era parcheggiata l’auto, era tutto ciò che aveva recuperato dalla confusione della sua memoria.

«Abita in quella zona?» 

«No, come ha scritto nel verbale poco fa, abito lungo la costa» 

«Cosa ci faceva in Calle do Somos?» 

«Ho raggiunto degli amici in un locale» 

«Quale?» incalzò l’agente.

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«Il Leone Bianco» 

«Verso che ora è arrivato al Leone Bianco?» 

«Saranno state le 19.30» Il medico ebbe l’impressione che una parte di sé cercasse di non sembrare sospetta rispondendo in modo puntuale alle domande sempre più incisive dell’uomo.

«Vi è rimasto a lungo?» 

«Non capisco cosa centri con il furto della mia auto» 

«Sicuro di non averla scordata lei da qualche parte dopo la serata con i suoi amici?»

«Le ho detto prima che l’auto si trovava in un campo, completamente bruciata» 

«Ricordo, e mi ha detto pure di non avercela messa lei» 

«Infatti» 

«E di averla lasciata in Calle do Somos» 

«Esatto» 

«Senza più le targhe» 

«Le targhe le aveva quando l’ho parcheggiata…»

«Come è rientrato a casa senza auto? Con i suoi amici?»

«Sì, cioè no… in un certo senso» 

L’agente lo fissava in silenzio.

«Ecco, una volta lasciato il locale sono stato aggredito prima di raggiungere l’auto» 

«Aggredito? Da chi?» L’agente osservò il Dottore con rinnovato sospetto.

«Non lo so, so solo che sono svenuto per la strada, ho perso del sangue e mi hanno trovato i miei amici al mattino» 

«Quindi vuole denunciare un’aggressione! Doveva dirlo subito ed evitare di farmi perdere tempo con tutta questa storia dell’auto» 

«Ma…»

«Per le aggressioni deve parlare con l’ispettore, si sieda su una di quelle sedie e aspetti» l’agente indicò un punto vago alle spalle del Dottore e stracciò il foglio di denuncia.

Nella stanza l’aria era immobilizzata in una sorta di afa soporifera. Il Dottore stava per arrendersi a un invincibile torpore quando sentì pronunciare il suo nome limato dall’inevitabile inflessione spagnola. Un rivolo di sudore corse lungo la tempia.

«Spaccamonti Bruno, chi è?» 

«Io!» Il Dottore si alzò di scatto facendo cadere a terra i fogli che aveva sulle ginocchia.

«Mi segua» 

Raccolse le carte da terra e trottò per raggiungere l’uomo. Dopo un paio di corridoi lo introdusse nell’ufficio dell’ispettore, senza troppe cerimonie.

«Eccolo, ispettore» 

Il Dottore si infilò nel poco spazio che l’uomo aveva lasciato per lui nell’ingresso dell’ufficio.

«Grazie, Ymenez, vai pure» Contrariamente alle aspettative del Dottore, l’ispettore non portava i baffi.

«Buongiorno» azzardò titubante il medico.

«Buongiorno, buongiorno… lei è? Dunque, vediamo… sì, Spaccamonti Bruno. Italiano, eh?» domandò l’ispettore.

«Sì» La bocca gli si era seccata e la sillaba gli era costata più sforzo del previsto.

«Bene, bene. Professione? Di cosa si occupa, Spaccamonti?»

«Sono un medico» Alle parole del Dottore, puntuale, seguiva la raffica di ticchettii della macchina da scrivere alle sue spalle.

«Ah sì, bene, bene» commentò l’uomo, mentre scorreva lo sguardo sul foglio che reggeva in mano, «che tipo di medico? Ginecologo, forse?» Azzardò, provocando una mezza risata nell’addetto impegnato a stendere il verbale.

«No, psichiatra» 

«Ah davvero?» L’ispettore alzò lo sguardo dal foglio e lo osservò per la prima volta da quando era entrato.

«Davvero» 

L’ispettore si adagiò sullo schienale di pelle della poltrona senza distogliere lo sguardo dall’uomo di fronte a  ui. Allungò la mano sulle sigarette e l’accendino, parcheggiati sulla scrivania, e, senza spostare lo sguardo, accese una Nacional.

«Interessante» commentò con voce impastata di fumo.

«Ah sì?»

«Sì, e mi dica: dove lavora? In ospedale?»

«A volte, ma soprattutto nel mio studio; ho un ambulatorio» 

«Certo, certo…» L’ispettore si raddrizzò, lasciando cadere un po’ di cenere nella scatola di ottone che usava come posacenere. «Mi dica, come mai è qui? Nel mio ufficio, intendo, non in Venezuela» sorrise compiaciuto quando udì di nuovo la mezza risata del collega.

«Mi ha portato un ufficiale, un suo collega. Ha detto che dovevo venire qui» rispose il Dottore, quasi giustificandosi. 

Alle sue spalle proseguivano le raffiche.

«Ah certo, Ymenez, sicuro. Lei è quello che è stato aggredito. Mi spiace per lei, purtroppo sono cose che capitano… ma mi dica, cosa è successo?»

Il Dottore si riprese in un attimo: «La sera del 21 ero stato in un locale con degli amici, una cosa tranquilla, dopo il lavoro» 

«Altri medici?»

«Prego?»

«I suoi amici, altri medici?»

«No, no… marinai» 

«Ah!»

«Non va bene?»

«Va benissimo, prosegua» 

«Verso le 23 ho lasciato il locale e mi sono diretto alla macchina» 

«Era ubriaco?»

«No, non credo, forse un po’. Avevamo bevuto della birra e un poco di rum, ma anche mangiato, s’intende» 

«Dopo, cosa ha fatto, si è messo alla guida?»

«No, no» 

«Ne è sicuro?»

«Sì, certo, è proprio questo il punto» il Dottore si preparò a una prudente spiegazione, «Vede, ho ricevuto un fortissimo colpo alla testa mentre andavo verso l’auto, ma non ho perso i sensi, non subito almeno. Ho continuato a camminare per un poco, come se volessi tornare a casa a piedi; poi, forse per il sangue che avevo perso, sono svenuto. Ricordo di aver fatto in tempo a stendermi sulla strada»

«Si è steso a terra?» chiese l’ispettore, come se il dettaglio fosse significativo.

«Sì, quasi» 

«Molto saggio da parte sua. Poi cosa ha fatto?»

«Eh, niente. Ero svenuto. Sono stato lì, immagino, fino a quando non mi hanno trovato due degli amici con cui ero al bar» 

«I marinai?»

«Esatto. Poi mi hanno portato in ospedale» 

«E cosa c’entra l’auto? Leggo che è venuto per denunciare lo smarrimento della targa. Non è chiaro cosa c’entri con questa storia, signor Spaccamonti» 

«Dottore…»

«Ispettore» 

«Sì, lo so, io Dottore, dottor Spaccamonti» 

«Ispettore Càrdenas. Ora che ci siamo presentati, mi spieghi la cosa della targa» 

Il Dottore esitò: «sono tornato il giorno successivo per recuperare l’auto» spiegò, «non trovandola dove l’avevo parcheggiata, l’ho cercata nei dintorni del locale. Ero con i due miei amici» 

«I marinai» 

«Sì, esatto, sempre loro. Così, alla fine, l’abbiamo trovata completamente bruciata, in un campo» 

«Senza le targhe, giusto?»

«Esatto» 

«Tipico» 

«Ah sì?»

«Certo. Una targa non segnalata può avere un discreto valore al mercato nero: la applicheranno a qualche auto rubata e poi via, verso nuovi crimini. Ha fatto bene a venire da noi, Dottore; le assicuro che presto sentiremo di nuovo parlare delle sue targhe» 

Non era il genere di assicurazione che il Dottore sperava di ottenere.

«Nel frattempo potrebbe togliermi una curiosità?» domandò l’ispettore.

«Certamente, se posso» 

«Nei suoi studi avrà avuto accesso a delle tecniche per capire se una persona mente, giusto?»

No, non aveva questo genere di nozioni, ma per motivi che non gli erano del tutto chiari, rispose comunque: «Non so…»

«Voglio dire, lei sarà, di sicuro, in grado di capire se uno mente, no?» specificò il funzionario.

«Dipende, in certi casi…» 

«Certo, certo, e potrebbe darmi qualche suggerimento?»

«In che senso?»

«Vede, quando portiamo qui qualche sospettato, ci vuole sempre un po’ prima che confessi e ci dica quello che vogliamo sapere, capisce? Ci fanno perdere tempo, ci fanno sudare» concluse ammiccando.

«Non saprei… così su due piedi, direi che una persona, se non si sente in pericolo, tende a rilassarsi, a essere meno sulla difensiva, a parlare di più» azzardò il Dottore.

«Quindi, secondo lei, se fossimo accoglienti e rassicuranti, questo aiuterebbe la persona a lasciarsi scappare informazioni utili» 

«Esatto» 

«Interessante, in pratica è il contrario di quello che facciamo ora» Càrdenas si alzò in piedi e gli porse la mano; il Dottore, a sua volta, si alzò e la strinse, «Dottore, la ringrazio per il prezioso aiuto, per le targhe non si preoccupi, le faremo sapere» l’ispettore gli rivolse un sorriso ampio e untuoso.

Come in risposta a un segnale invisibile, l’agente Ymenez comparve sulla porta per scortarlo fino all’ingresso. Il Dottore si voltò per ringraziarlo ma l’uomo si era allontanato svelto, lasciando che le sue parole si spegnessero sul marmo lucido del pavimento.

 

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Matteo Leone Gastaldello
Nato a Venezia nel 1974, Matteo Leone Gastaldello dal 2006 lavora come psicologo e psicoterapeuta a Bassano del Grappa in provincia di Vicenza.
Si interessa di musica, fotografia, nautica e scialpinismo. È sposato con Federica ed ha due bellissimi bambini.
"Il Paziente" è il suo primo romanzo.
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