Una goccia scivola lungo la lama, si stacca e cade nella pozzanghera turbandone la quiete con piccole onde concentriche rosse.
«Si può sapere che cazzo hai combinato?» sbottò Renato, rivolto all’uomo che avrebbe dovuto aspettarlo.
Lima stringeva nel pugno il rozzo coltello; una pozza rosso scuro grande come una piccola automobile gli lambiva le scarpe di paglia intrecciata. Indietreggiò di un passo.
Renato percorse con lo sguardo il rigagnolo lucido dalla pozzanghera sino ai corpi ancora caldi di due uomini appesi alla rete metallica. Prese a respirare rapidamente, cercando di contrastare la nausea; si passò la mano tozza sul viso sudato. Nel vicolo l’aria umida stagnava immobile.
«Non volevano parlare», disse Lima, sorpreso dalla reazione del suo capo.
«Che diavolo ti dice quella testa di boliviano?» riprese Renato, «non volevano parlare, dici?»
«Beh…» provò a difendersi l’altro, «ho tagliato la gola prima a uno, in modo che l’altro si spaventasse e parlasse. Poi ho scoperto che era l’altro quello che sapeva ciò che ci interessava…»
«Quello che ci interessava?» ripeté Renato, «siamo forse diventati soci io e te?» Si avvicinò rapido all’uomo che lo fissava dall’altra parte della pozzanghera. «Vuoi prendere il mio posto, per caso?» una grossa vena gli comparve sulla fronte. «Vuoi dirigere tu i miei affari? È questo che vuoi fare? Eh? Rispondi, cazzo!»
«No, capo» La reazione di Renato gli stava rovinando la serata. Si sentiva un direttore d’orchestra: il coltello era la sua bacchetta. Con precisione calava colpi perfetti, dava a ognuno ciò che gli spettava, tra esplosioni di urla e silenzi vuoti.
«Porca troia, che disastro…» mormorò Renato guardandosi attorno, «ora non ho tempo da perdere con te, ma bada a quello che fai.Questo non è il tuo parco dei divertimenti» Gli puntò contro il corto indice. «Vedi di non dimenticarlo, se non vuoi finirci tu appeso a quella rete!»
Il sole tropicale si accasciava sull’orizzonte e le ombre si allungavano oltre le immondizie abbandonate lungo la recinzione.
Poi, rivolto a Tommasino, che impassibile aveva assistito in silenzio alla scena: «Andiamo in ufficio. Devo fare una telefonata, poi torna qui e assicurati che questo nano maledetto abbia ripulito tutto come si deve!»
Lima ripulì la lama del coltello sui calzoni di uno dei due corpi.
In lontananza gracchiava la replica della telecronaca della partita decisiva del Campionato Sudamericano del ’67, Uruguay – Argentina.
Tommasino guardò Lima per un istante e aprì la porta di servizio del locale, Renato, nonostante la mole, vi si infilò svelto, accolto da un odore misto di fumo e sudore.
Salirono al primo piano ma, prima di entrare in ufficio, Renato si fece portare un bicchiere di rum con del ghiaccio. Accese una Dunhill e si affacciò al ballatoio.
«Ci mancava solo quel dannato boliviano… hai mai fatto caso che, se lo vedi da dietro, sembra un bambino, piccolo com’è? Uno di otto o dieci anni. Fa impressione, bah» continuò «è così quando lavori con questa gente: finisce sempre che fanno quello che gli pare. Certo che anche i nostri non sono una certezza, eh, anzi… guarda Francesco, laggiù, guarda come si diverte» indicò la pista da ballo, «sei mai stato così arrabbiato con qualcuno da non riuscire a guardarlo in faccia?»
Sapeva che non avrebbe avuto risposta.
«Ti è mai capitato? Io ogni giorno entro nel locale e mi auguro di non trovarmelo di fronte, perché non so se riuscirei a controllarmi. Guardalo là, che si struscia come niente fosse. Ma si può essere più stupidi?»
Nessuna risposta.
«E siamo pure soci! Ma che fine hanno fatto il rispetto, la lealtà? Niente, non ne è rimasto niente. La cosa che mi fa più imbestialire è che non mi ha detto neppure una parola, nulla… e adesso sono io che mi devo smazzare tutto il problema»
Tommasino lo osservava in silenzio dietro al naso deformato.
«Ho dovuto scoprirlo da solo, sai? Ho mandato Lima: gli è stato dietro per un po’ e gli è bastato. Sto cornuto… Io gli credo, a quello lì» spense la sigaretta nel posacenere di alluminio «a Lima, dico. Io gli credo, ma per sicurezza gli ho detto di stargli dietro ancora: voglio essere sicuro»
Vuotò il bicchiere e fece cenno a una ragazza perché gliene portasse un altro, «dopodiché chiamerò Roma. Decidano loro» svuotò anche il secondo bicchiere: «Vabbè, andiamo in ufficio» Tommasino scattò rapido e lo precedette bloccando il via vai di clienti.
Nell’ufficio, Renato rimase da solo. Meglio così, pensò.
Compose il numero con il prefisso internazionale e, in attesa che la connessione si stabilisse, prese a giocare con l’anello d’oro che portava al mignolo. La pietra incastonata era dello stesso colore della pozzanghera nel vicolo.
«Pronto?» rispose in italiano, dall’altro capo del filo e dell’oceano, una voce rauca.
«Sono Renato»
«Dimmi tutto»
«Il mio uomo dice che è stato in una specie di ambulatorio privato, ma non so a fare cosa. Per ora ci è stato solo un paio di volte. Gli sto dietro ancora un po’ e vi aggiorno»
«Okay» rispose la voce, «ma non facciamoci illusioni, va bene? Hai tempo fino a fine mese e se la cosa dovesse essere confermata, andiamo avanti»
«Sì» rispose Renato, «me lo hai già detto»
«E te lo ridico: non interessa a nessuno che sia un tuo amico, va bene? Siamo d’accordo Renato?»
«Okay, sì, certo. Se la cosa è confermata, si va avanti. Va bene»
«Bravo ragazzo. Stammi bene Renà»
«Sì. Anche tu» ricambiò Renato senza entusiasmo.
«Ciao» Seguì il click.
«Ciao, ciao» mormorò Renato posando la cornetta, «mavvattene…»
2
Sto tornando a casa, devo convincermi che sto tornando a casa.
Un rivolo caldo mi scende lungo il collo.
Inutile infilarci la mano per controllare. Lo faccio lo stesso.
Mi sanguina la testa. Non riesco a smettere di chiedermi come sia possibile.
Ho paura, ma non riesco a correre.
Dev’essere un incubo, sì. Sto solo sognando.
Che dolore! Non voglio andare a piedi… dov’è la mia macchina? Non lo so.
Non so neppure dove mi trovo. Non riconosco questa strada, non devo fermarmi.
Ho paura! Non voglio rimanere qui.
Nessuno dietro di me. Forse qualcuno mi segue.
Non vedo, c’è solo qualche lampione lungo la strada. Nessuno.
Perché nessuno mi insegue?
Non ce la faccio più.
Devo riposare un attimo. Appoggio le ginocchia sull’asfalto… solo un attimo.
Appoggio anche le mani… solo un attimo. La faccia, appoggio la faccia.
La guancia è bagnata. È sangue. Forse sono le mie lacrime. Magari è la strada.
Non importa.
Finalmente. Resto ancora qui, solo un attimo, solo un attimo.
È buio.
«Così ti abbiamo trovato, capisci? In mezzo alla strada, col culo alto. Col culo alto!»
Alonso sogghignò: «Col culo alto…» ripeté allungandosi sulla sedia.
«Si può sapere cosa ridi? Ma che ti dice quella testa disabitata?» Fernando non poteva tollerarlo.
«Con chi credi di parlare? Vecchio rincoglionito…» ribatté Alonso.
«Parli tu che hai un piede nella fossa e l’altro sul ghiaccio! Non lo vedi che sta male? Li vedi i punti sulla testa? Li vedi, oppure, oltre che decrepito, sei anche cieco?»
Alonso spostò rumorosamente una sedia e andò a sedersi dall’altra parte della stanza per protesta.
Man mano che ci si addentrava nel pieno della mattina l’afa stendeva il suo velo sulla città. Il Dottore, insofferente, si sedette sulla sponda del letto: «Per favore… per favore, non gridate. Mi esplode la testa anche senza di voi»
«Ti ha dato qualcosa per il mal di testa l’infermiera? Aspetta… signorina!» Chiamò Fernando.
«Signorina? Ma se è una suora!» osservò Alonso.
«Giusto, sorella. Sorella, mi scusi!» riprovò Fernando.
«Lascia stare, ho tutto quello che mi serve» lo interruppe il Dottore esasperato: «Ho solo bisogno di andare a casa, stendermi sul divano e chiudere gli occhi» spiegò.
«Bravo, e se non ti svegli più? Si sa, le botte in testa sono pericolose» sottolineò premuroso Fernando.
«Vedrai che se gli dai un bacio tu, si sveglia!» sentenziò Alonso.
Il Dottore non trattenne una risata: «Ma andate a fanculo e aiutatemi invece di dire stronzate»
Stella irruppe nella stanza: «Santo cielo, ma cosa ti è successo?» si fermò un attimo ad osservarlo e poi lo abbracciò.
«Niente, tesoro, va tutto bene. Dove sono i bambini?»
La donna rimase in silenzio, senza lasciare la stretta.
«Va tutto bene davvero. Ho solo un po’ di mal di testa» le bisbigliò all’orecchio.
«Ti ho cercato ovunque…» sussurrò lei.
«Ho saputo, mi dispiace moltissimo»
«Mi sembrava di impazzire…» singhiozzò.
Lui la strinse a sé, ignorando il dolore alla nuca, fino a quando lei tornò a guardarlo con il viso bagnato dalle lacrime.
«Andiamo a casa, vuoi?» Le propose.
Stella annuì, cercando di sorridere: «Sì, andiamo. I bambini sono con Robìa, ci aspettano»
Sentendo rumore di passi in avvicinamento, i quattro si voltarono verso la porta.
«Ci lascia già, Spaccamonti?» Il dottor Lang, il medico di turno, lo fissava da sopra la montatura d’acciaio, con occhi chiari; si sarebbe detto anch’essi d’acciaio.
«Dottor Spaccamonti» lo corresse Fernando lisciandosi i candidi baffi a manubrio.
«Non la posso trattenere» continuò il dottor Lang, «tuttavia, è mio dovere ricordarle che la sua è una ferita seria. Le raccomando riposo assoluto per almeno sette, dieci giorni. Ha capito?» L’uomo continuava a fissarlo da sopra le lenti: «La sorella le ha preparato una lista dei farmaci che dovrà assumere nel frattempo»
«Ho già tutto quello che occorre» tagliò corto il Dottore.
«Certo, certo. Si riguardi, Spaccamonti» e, come era arrivato, il dottor Lang se ne andò con il suo seguito di infermiere per vocazione.
«Per me non è di queste parti» commentò sovrappensiero Alonso.
«Ah no? Stai forse suggerendo che un uomo alto, biondo, con gli occhi azzurri e l’accento tedesco potrebbe non essere venezuelano?» domandò ironico Fernando.
Alonso fissava un punto lontanissimo all’interno della propria mente, «secondo me no, forse del Messico, ma non so. Sì, Messico, direi. Sai, in Messico una volta c’erano gli austriaci, tutto torna» concluse.
«Ha senso» osservò il Dottore, poi rivolto ad Alonso, «fai una cortesia, avvicinami la sedia, per favore, che prima ce ne andiamo di qui e prima inizio a guarire»
«Ci penso io» annunciò Stella, ponendosi dietro la sedia a rotelle.
I due amici le cedettero il passo, si accodarono alla coppia e, come un piccolo corteo, si diressero all’uscita.
All’esterno, l’aria immobile, carica di gas di scarico li accolse come un muro invisibile e salmastro.
La Scout rossa di Stella e il furgone di Fernando arrivarono alla villa attraverso il viale ombreggiato dagli eucalipti. I fusti verticali scomparivano nel prato senza che se ne scorgessero le radici, come disegnati da un bambino.
Il rumore degli pneumatici sul ghiaino ruppe il silenzio sospeso del mezzogiorno, attirando l’attenzione dei cani di guardia alla villa. Le due bestie si alzarono di scatto ringhiando nervose.
«Possibile che quei due mi debbano sempre accogliere così?» si lamentò Alonso.
«Hanno visto la tua brutta faccia, sono cani da guardia: cosa dovrebbero fare?» commentò Fernando.
«Scusate, ragazzi, ora dico a Robìa di chiuderli in casa» il Dottore cercava di scendere dal fuoristrada della moglie.
«Fermo là, cosa vuoi fare? A malapena ti reggi in piedi. Ci penso io» disse Fernando, poi, rivolgendosi a Robìa che nel frattempo era comparsa sulla porta: «Buongiorno, Robìa, ancora più radiosa oggi!»
«Madre di Dio! Cosa vi hanno fatto questi due ubriaconi, Dottore?» La donna avanzava minacciosa agitando un annaffiatoio di latta alla volta di Fernando e Alonso.
Dietro di lei sbucarono i due bambini: Blu e Rio. Il Dottore si inginocchiò per ricevere il loro irruento abbraccio e per poco non finì a terra.
«Niente, niente, Robìa, è stato un incidente» cercò di tranquillizzarla Stella, mentre i due pastori tedeschi, rimasti a presidiare l’ingresso, latravano verso Alonso e Fernando.
«Beh, incidente… ti abbiamo trovato svenuto in mezzo alla strada con la faccia per terra e il culo per aria: che razza di incidente, eh?» Alonso sorrideva divertito.
«Quando fai così ti darei una testata» replicò Fernando alzando la voce, «non vedi che ci sono i bambini e che la signora è già preoccupata?»
«Ma si può sapere che cosa state blaterando?» chiese la donna.
Stella prese in mano la situazione: «Non si preoccupi, Robìa. Ci tenga aperta la porta, per favore»
«…e per l’amor di Dio faccia tacere i cani che mi esplode la testa!» aggiunse il marito.
«Suvvia, cara, riponete le bestiole» bisbigliò Fernando, avvicinandosi alla signora.
«Certo, certo, venite ragazzi, con me» i cani tacquero insoddisfatti e seguirono Robìa verso l’ingresso della villa.
«Ehi, voi due, dite che la signora Robìa ce la offre una birra?» domandò Fernando.
«Certo» rispose il Dottore.
«Scordatevelo. Non vi offro un bel niente finché non mi dite cosa è successo» minacciò Robìa.
Fernando sospirò, rassegnato.
Nel salotto il Dottore si sistemò, spossato, sul tanto sospirato divano, mentre Stella e i
due uomini sedevano attorno al tavolino in palissandro del salotto. Robìa servì loro del caffè nero con arepas in un vecchio servizio di porcellana cinese, souvenir di una breve vacanza a San Francisco.
I bambini studiavano la situazione seduti sul grande tappeto che dal divano correva verso il centro della stanza. Blu e Rio avevano sei e otto anni e già avevano capito che era successo qualcosa di grosso, qualcosa che aveva impedito a papà di rientrare a casa la notte precedente. Stella era riuscita a farla sembrare una cosa da nulla, o almeno così sperava, e li aveva convinti a lasciare il papà tranquillo per un po’.
Alonso, invece, era contrariato. La prospettiva di dover sorseggiare del caffè dolciastro dalla sottile porcellana smaltata, quando invece sentiva il bisogno di una Polar gelata, lo ripugnava.
«Non è successo niente, Robìa, stia tranquilla. Può capitare. Qualcuno deve aver pensato che potessi essere un buon affare così…una botta in testa e via» riassunse il Dottore dal divano.
Stella rabbrividì a quell’immagine. Si alzò e, dalla cucina, portò una pezza bagnata per il marito.
«Madre mia!» esclamò Robìa.
D’improvviso, i due cani, quasi a fare da eco all’imprecazione di Robìa, emisero dei sommessi guaiti che presto si trasformarono in ringhi.
«Ma che succede adesso?» gemette il Dottore, assediato dalle fitte alla testa che il Panadol aveva solo attenuato.
«Lascia stare, vado io» Alonso approfittò del diversivo per abbandonare la tazzina del caffè. Uscì dal salotto e si diresse verso l’ingresso cedendo il passo ai due pastori che si allontanarono veloci assieme all’eco dei loro latrati.
«Dev’essere ancora quel vecchio» suggerì Robìa.
«Quale vecchio?» chiese Stella.
«Il suo vicino di casa, ogni tanto salta dentro la proprietà» disse con noncuranza la donna.
«Ma chi? Mendez?»
«No, il signor Berger, almeno credo si chiami così» precisò la donna.
«Ma… come sarebbe a dire che “salta dentro la proprietà?” A fare cosa poi?»
«Boh, a tagliare l’erba, pare» spiegò Robìa.
«Ma perché non me l’ha detto? E poi non dovrebbe scattare l’allarme?»
«No, lì non c’è l’allarme. Io non gliel’ho detto perché pensavo lo sapesse. Si comporta come se fosse a casa sua: se ne sta lì, tutto curvo, a tagliare l’erba»
«Dove? Dov’è che non c’è l’allarme?» il Dottore si sollevò appoggiandosi sui gomiti, cercando di farsi spazio tra le fitte di dolore alla nuca.
«Non ci crederete!» annunciò Alonso rientrando, seguito dai due cani ora calmi.
«Fammi indovinare» lo anticipò Fernando, «c’era un vecchino con un tagliaerba che rasava il prato del Dottore»
Alonso si bloccò sulla soglia del salotto «ma come…?»
«A quanto pare non era la prima volta» disse il Dottore, liberandolo dallo stato di stupore.
«Ah no?»
«No, Robìa lo ha già sorpreso altre volte in giardino col tosaerba» incalzò Stella, lanciando uno sguardo di disapprovazione alla cubana.
«Ah…era un falcetto, comunque» precisò Alonso.
«Cosa?» Stella non era sicura di aver inteso bene.
«Aveva un falcetto, non un tosaerba. Il vecchio, dico… di quelli curvi, tutta lama. Dice che gli dà fastidio il disordine che dal suo giardino vede nel vostro, così ha pensato di sistemare la cosa. Sostiene pure di aver fatto un buon lavoro ed in effetti…»
«Ora dov’è?»
«Non lo so, penso a casa sua. Io l’ho accompagnato fino a dove ha scavalcato la rete. A proposito» disse Alonso rivolto al Dottore, «devi farla sistemare».
«Non c’è l’allarme» lo anticipò il Dottore.
«No, infatti» confermò l’amico, deluso.
Stella andò a sedersi sul divano accanto al marito «non ti affaticare tesoro, ci siamo qui noi» Aggiustò i cuscini e gli sostituì la pezza con una più fresca.
Il Dottore la lasciò fare, grato per quelle premure. Rinunciò a partecipare al resto della conversazione e chiuse gli occhi; presto i suoni della casa si mescolarono in un brusio di sottofondo indistinto mentre scivolava in un sonno pulsante.
Una folata di vento attraversò una delle finestre aperte facendo cadere alcuni dei disegni di Blu dal tavolo del salotto. A breve, forse, avrebbero avuto un po’ di sollievo dal caldo.
Robìa prese nota di aggiornare, quanto prima, il Comitato in merito allo strano “incidente” occorso al Dottore. Gettò uno sguardo al pannello di legno della boiserie che copriva la radio a onde corte. Per sua fortuna, nessuno nella stanza notò il gesto.
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