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Che cosa fa davvero un editor?

Prima di pubblicare un libro, ogni casa editrice affida il testo a un editor. Ma chi è e cosa fa di preciso un editor?

 

 

Normalmente, prima di pubblicare un libro, ogni casa editrice affida il testo a un editor. Ma lui o lei, cosa fanno di preciso? Le poche notizie che circolano in merito (sembra essere il mestiere più misterioso del mondo) sono spesso false o incomplete. 

L’editor è colui che corregge i refusi in un testo? Anche, ma non solo. Anzi, a dirla tutta, questo sarebbe il compito del correttore bozze. L’editor sicuramente interviene se durante le sue letture trova qualche refuso, ma ho conosciuto editor bravissimi che erano terribili correttori di bozze. Sembra strano, ma c’è chi i refusi li vede e chi no, o comunque chi ha l’occhio più allenato a vederli. 

Dare il mio testo in mano a un editor significa che me lo riscriverà completamente? Assolutamente no. Il compito dell’editor è quello di segnalare all’autore i problemi presenti nel testo, porgli delle domande e fargli acquisire una maggior consapevolezza riguardo a quello che ha scritto. Può cercare di insistere, quando lo ritiene necessario (e quando – come me – è particolarmente testardo), ma non si sostituisce all’autore. Ho da poco letto l’introduzione a Principianti di Carver in cui Paolo Giordano definiva l’editor l’allenatore dello scrittore. Ecco, l’editor è quella cosa lì. Insiste e fa all’autore una bella ramanzina, se necessario, ma alla fine non è lui a correre la maratona. 

Quindi un editor come interviene sul testo? Ognuno ha il suo modo di procedere, ma di solito io, come prima cosa, leggo tutto il testo come se fossi un lettore qualsiasi (o almeno ci provo, a volte la fastidiosa vocina nella mia mente che mi segnala errori e refusi è difficile da far tacere). Poi inizio con quello che si chiama “content editing”, ovvero intervengo sul contenuto. Osservo con uno sguardo il più distaccato possibile la struttura dell’intreccio per vedere se tutto fila o se ci sono dei salti logici nella narrazione; analizzo i personaggi, la loro caratterizzazione, cerco di capire se si poteva fare di più, o se si è fatto troppo, e se il loro modo di agire e parlare rimane coerente dall’inizio alla fine; allo stesso modo scandaglio i dialoghi per capire se sono verosimili o se risultano un po’ costruiti. Infine, faccio una buona dose di fact checking: non potete sapere quanti occhi sono diventati da blu a verdi nel giro di una manciata di pagine o quanti moschetti sono stati usati nel Medioevo!

In un secondo momento, quando tutto ciò è stato messo a punto e corretto insieme all’autore, procedo con una seconda fase, il “copy-editing”, in cui invece intervengo a limare la forma. Cerco di eliminare le ripetizioni, le allitterazioni o le rime involontarie, di correggere la punteggiatura (ce n’è sempre troppa o troppo poca), di controllare la coerenza interna al testo per quanto riguarda la grafia delle parole e dei nomi e l’uso di un medesimo registro.

L’editor impone il proprio gusto? Rispondere a questa domanda è difficile perché un buon editor dovrebbe essere in grado di rimanere sempre obbiettivo, di “scomparire” per permettere invece all’autore di emergere. È ovvio, però, che anche l’editor è umano e la tendenza a considerare il proprio punto di vista come il migliore è sempre in agguato. Un buon metodo, almeno per me, è cercare di ricordare, durante la lavorazione del testo, quella prima lettura fatta a occhio fresco, da lettrice qualsiasi. Cosa non mi aveva convinto? Quali frasi ho dovuto rileggere un paio di volte per capirle? Cosa avevo interpretato in modo scorretto alla prima lettura? In fondo, l’editor è al servizio, ancor prima dello scrittore, del lettore che leggerà quella storia. Se quando mi sono posta dinnanzi al testo da lettrice ho avuto delle difficoltà, probabilmente le avrà anche il lettore che acquisterà il libro in libreria e il nostro – mio e dell’autore – impegno deve essere volto a rendere la sua esperienza di lettura il più piacevole e appagante possibile. Quindi l’editor non deve imporre il proprio gusto o utilizzare il proprio punto di vista personale per dirimere le questione, deve utilizzare quello del lettore finale. 

Perché, lasciate che ve lo dica, ricevere i complimenti per il proprio lavoro da un autore fa sempre molto piacere, ma il vero successo è quando un libro da noi editato riesce a essere amato dai suoi lettori. Significa che il nostro lavoro, le ricerche, le telefonate con l’autore, le mille mail, le discussioni hanno dato il loro frutto: non c’è nulla di più appagante. 

Giulia Corazza
Milanese doc da circa 30 anni, mi sono laureata in Scienze politiche, perché volevo scrivere dell’attualità, e in Editoria perché, alla fine, ho preferito leggere e lavorare con la finzione, in tutte le sue romanzesche forme.
Ho vissuto a Milano e Genova, la mia seconda casa, e da quasi tre anni lavoro come editor a bookabook.
Giulia Corazza on sabfacebook

3 commenti

  1. Giulia Corazza

    Ciao Maurizio, grazie mille! Sicuramente è difficile essere un buon editor di se stessi proprio perché manca la componente dell’obiettività. Credo che ciascuno possa seguire uno schema tipo il mio per fare auto-editing e limare il proprio testo prima di mandarlo alle case editrici, ma l’apporto che può dare al lavoro l’occhio esterno di un editor professionista è insostituibile!

  2. Ad averne persone competenti e serie come te, Giulia. Ti faccio una domanda: pensi sia meglio non fare editing sul proprio manoscritto?

  3. Grazie Giulia,la tua professionalità emerge chiara e forte da ciò che scrivi e da come scrivi.il tuo articolo è un’utile guida all’esplorazione di un libro.

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