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Novellando del buon tempo

Novellando del buon tempo
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Consegna prevista Aprile 2022

Scritti da un nonno ai nipoti due racconti che uniscono al divertimento e alla suspence la capacità di farci riflettere sulle scelte della vita da trasmettere alle generazioni future. Nel Ladro di Monza il giovane Nedo, riceverà in eredità dal padre il compito di tentare l’impresa “mai osata da nessuno prima d’ora”, ovvero trafugare la mitica Corona ferrea . Ne onorerà la memoria? Un dilemma che arrovellerà il protagonista per lunghi anni, dai risvolti imprevedibili, verso la consapevolezza della vera gioia. Nel secondo racconto, costruito secondo i canoni della fiaba, Il grande scienziato russo Vladimir K.J. è stanco di portare il peso della cultura e decide di trasferire tutte le sue conoscenze al fidato colbacco Ciov. Tutta la sapienza del grande Vladimir è affidata al povero cappello che, da questo momento in poi, dovrà affrontare avventure pericolose e dimostrare, in mezzo a streghe e briganti, di saper far tesoro dell’immenso dono ricevuto.

Perché ho scritto questo libro?

Mio padre amava la riflessione introspettiva, scrivere è stato il suo modo di esprimere e chiarire, prima di tutto a sé stesso, i suoi pensieri. Ricercava le parole “giuste” con una precisione e una passione quasi “maniacale”. Amante della lettura, considerava i libri il luogo privilegiato dove svelarsi. Sperava di lasciare dietro di se qualcosa di scritto per continuare a parlare con gli altri. Vorrei cercare di realizzare il suo grande sogno, donando in beneficienza un eventuale ricavato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il ladro di Monza

Nel primo pomeriggio di quel fatidico sabato, prima di recarsi al Duomo di Monza per verificare che non avessero apportato modifiche al recente impianto d’allarme installato alle inferriate che proteggono la cappella degli Zavattari, il ventitreenne perito elettrotecnico Nedo Beretta si diresse verso un vecchio caseggiato poco distante dal centro di Monza. Giunto davanti al portone, si arrestò per osservare una finestrella adagiata sotto la grondaia, perennemente illuminata da una fioca lampadina, dietro la quale c’è sempre sua madre che pedala incessantemente alla macchina da cucire. Indugiò ancora qualche istante poi spinse il portone provocando l’inevitabile cigolio assordante che gli fece guadagnare pesanti improperi da parte degli inquilini. Sospinto dalla solita inclinazione alla rinuncia, iniziò a salire i settantadue gradini che l’avrebbero portato al quarto piano in visita a colei che, a partire dal quinto anno d’età, con amore e pazienza, l’aveva accudito e cresciuto fino al compimento del diciannovesimo anno, senza mai ricevere in cambio affetto o, quantomeno, riconoscenza. Si scansò per dare il passo a un giovane al cui computer aveva gratuitamente cambiato la scheda madre e che da allora lo chiamava ingegnere, poi, al trentaseiesimo gradino, puntuale come un orologio svizzero, l’assalì l’immancabile senso di disagio che l’invitava a ritornare sui suoi passi. Gli capitava spesso, soprattutto quand’era di cattivo umore; non capiva che senso avesse far visita a una persona che, pur essendo sua madre, non amava e non chiamava mamma. Proseguì caparbiamente fino al quarto piano e suonò il campanello.

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– Entra, Nedo – si udì dall’interno. Il suo nome era Adriano ma era stato ribattezzato Nedo dalla sua balia, nome che sua madre aveva pazientemente accettato quando fu costretta a riprendersi il figlio a causa della morte di colei che per sei anni gli aveva fatto da madre. Nedo entrò.

– Sai sempre che sono io – le disse.

– Gli altri non suonano – puntualizzò lei senza alzare il capo. Continuando a pedalare, aggiunse che era contenta che fosse venuto a farle visita. Nedo, per non dare l’impressione di volersi fermare

per intavolare un colloquio, rimase in piedi guardandosi intorno. In quella stanza, oltre a un modesto armadio, peraltro ben conservato, c’era un comodo divano sul quale da ragazzo, dopo la prematura morte di suo padre, aveva passato notti insonni, rannicchiato in sé stesso, la testa affondata sotto il cuscino, tormentato dal fastidioso ronzio della macchina da cucire e dalla ossessionante recita del rosario. Accostato alla finestrella schiacciata dal soffitto che scendeva fino a un metro dal pavimento, c’era ancora il pouf, munito di rotelle, sul quale da piccolo girava per la stanza. Forse avrei dovuto portarle una scatola di biscotti, pensò, e fissandola come mai prima d’ora, si chiese quanti anni avesse. Forse una sessantina, ma tutta grigia e raggrinzita, con le dita delle mani un poco deformate dall’artrosi, ne dimostrava almeno dieci di più. Chissà se qualcuno l’ha mai amata, si chiese prima di volgere lo sguardo verso la parete alle spalle di sua madre dove erano appese tre fotografie ben note: quella di sua madre sottobraccio al marito scattata il giorno delle nozze, quella di suo fratello primogenito Riccardo. salito al Cielo a soli diciotto mesi e, per ultima, la foto di lui stesso, la cui nascita, avvenuta due mesi dopo la morte di suo fratello, costrinse la povera donna, distrutta dal dolore e senza poterlo allattare, ad affidarlo alla balia Maria che, dopo averlo accudito amorevolmente come un figlio per sei anni, vittima di una grave malattia che la portò presto al camposanto, fu costretta a riconsegnarlo a sua madre.

– Ti serve qualcosa? – le chiese.

– Ci pensano i vicini – rispose continuando a pedalare.

Stranamente stette un po’ osservarla, arrivando a dubitare che quel grand’uomo di suo padre l’avesse mai amata. Dietro di lei, nel vano tra due colonnine tornite della credenza, c’erano due ritratti. Si soffermò a osservare il ritratto di suo padre, la cui prematura dipartita l’aveva privato dell’amico più caro, un compagnone colto, professore alle superiori, dedito al gioco e sempre in bolletta, che aveva insegnato a un dodicenne come ci si barcamena nella vita, come ci si procurano i soldi quando non li si ha, come li si spende quando si sono rastrellati, e quanto fosse divertente infilarsi nelle finestrelle in assenza dei proprietari e appropriarsi dello stretto necessario per trascorrere in allegria il resto della giornata. Più volte s’era chiesto come avesse potuto, un uomo così colto e intelligente, sposare una pantalonaia, senza mai trovare una risposta.

Accanto al ritratto di suo padre c’era quello di suo fratello deceduto a diciotto mesi, quando lui era ancora nel grembo di sua madre.

– Le fai ancora le marmellate? – chiese.

– Le comprano al supermercato – rispose continuando a pedalare.

Il ricordo di suo padre lo distrasse e, senza accorgersene, sedette sul divano. Gli rimaneva ancora un debito da saldare con suo padre, una promessa fattagli in punto di morte che, una volta assolta, gli avrebbe consentito di disporre liberamente del suo futuro. Si soffermò a considerare quanto il fermo attaccamento a suo padre avesse mitigato il dolore per la morte della sua balia, da lui considerata tuttora, la sua mamma. Riconosceva che era stato suo padre a convincerlo che l’autostima si raggiunge solo dopo aver affrontato con successo un’impresa mai tentata da alcuno. “Attento, ragazzo a ciò che farai. Per avere la certezza di essere da tutti ricordato con ammirazione e godere di un’eterna fama, dovrai compiere ciò che nessuno ha mai osato prima d’ora, qualcosa che costringerà tutti a chiedersi spasmodicamente chi sarà mai l’autore sconosciuto che ha conquistato l’impossibile. Sono infiniti gli obiettivi che non ho raggiunto, ma sono certo che tu con le tue capacità arriverai molto lontano”.

2021-08-28

Aggiornamento

200 copie del libro "Novellando del buon tempo“ sono state preordinate! Il libro sarà quindi pubblicato. Grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno aiutato a realizzare il sogno del mio papà.

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Gioia Dalla Chiesa Fenoglio
Il mio papà si chiamava Umberto Dalla Chiesa ed era nato ad Abbiategrasso il 24 marzo 1934. Ha imparato più dall’esperienza e dai libri che ha letto assiduamente nel corso della sua lunga vita che dalla scuola che, par varie ragioni, ha abbandonato presto. Appassionato da sempre di teatro, ha scritto qualche commedia, vicina per lo stile e i contenuti al teatro dell'assurdo di Pirandello, Jonesco e Beckett. Nell’ultimo periodo della sua vita, si è dedicato alla scrittura di racconti che rispecchiano una nuova visione del mondo, più serena e aperta all’esistenza del bene e del trascendente nella storia umana.
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