Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Come ho abbracciato la mia ombra

Come ho abbracciato la mia ombra
55%
91 copie
all´obiettivo
80
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Gennaio 2022
Bozze disponibili

Cosa ci lega a qualcuno che ci porta costantemente al limite delle emozioni per poi abbandonarci lì, in bilico su quel precipizio abitato da incertezza e paura, ma che finiamo per chiamare Amore?
Nicole, 34 anni e due passioni irrinunciabili: la fotografia ed Ettore. Qualcosa la porta perfino a credere che la prima l’abbia condotta al secondo, per predestinazione quasi. Così come qualcosa le fa preferire nei suoi scatti sempre e solo le spalle. Spalle che oppone anche Ettore, spesso senza ragione, diventando irascibile e scontroso. E poi ci sono Piero, Gaia, ma anche Angelica, Pamela, Cinzia e il piccolo e saggio Silvio, il suo microcosmo umano di affetti imprescindibili.
Due anche i luoghi per Nicole da poter abitare: Milano, dove la madre Giulia vive da anni con un nuovo compagno e dove vorrebbe si trasferisse, e Bari, porto mite e sicuro dove è nata e dove Nella, diventata per lei madre surrogato, combatte una malattia degenerativa. Sceglierà mai Nicole?

Perché ho scritto questo libro?

Il primo perché è un risarcimento in parole; per quelle che ho dato alla scrittura giornalistica sottraendole a me, soprattutto. L’altro motivo riguarda la narrazione. Scrivi quando credi di avere una storia e personaggi abbastanza strambi da poter esistere solo dentro un libro. Un giorno invece scopri che è la storia ad avere te, in una gabbia da cui potrai uscire solo scendendo sul fondo, dove si accumulano le parole giuste. E sono taglienti, quelle, come la carta. Ma le porti su e le doni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Alle 20.05 arrivo alla Lego di Piazza San Babila dove dovrebbero raggiungermi Junk e il collega. Mi sento come la piccola fiammiferaia. I negozi sono in chiusura e anch’io tendo a richiudermi perché ho freddo. Su consiglio di Junk ho evitato le calze sotto il vestito. Corto, decisamente estivo, ma di fatto l’unico elegante tra quelli a casa di mia madre.

Vedo Junk in lontananza col cellulare all’orecchio e il presunto collega di fianco. Ho tutto il tempo di studiarli mentre si avvicinano. Aveva ragione: è carino. Molto.

«Amore come sei trendy, stasera» dice baciandomi la guancia. «Lui è Fabio» aggiunge.

«Trendy farà rima con Froben? È freddissimo» dico sperando che, diversi centimetri più in alto, giunga la battuta anche a Fabio. L’unica cosa evidente invece, mentre mi stringe la mano, è il sopracciglio sinistro inarcato.

«Sei di Bari anche tu?»

Continua a leggere

Continua a leggere

La curiosità sfuma nell’intimidazione.

«Perché è una cosa brutta?» interviene Junk col solito sarcasmo.

«Ci mancherebbe» risponde con un sorriso di sbieco. «Chiedevo perché non si avverte quasi, l’accento»

«Tutto ‘sto giro per dire che si sente che sò de Bbare?» replica Junk. «Andiamo va’, prima che mi escano altri difetti».

Ci distanzia riprendendo a parlare al telefono. Fabio invece accelera e devo sveltire i passi per stargli dietro avendo circa venti centimetri di gambe in meno. Alla fine ho la sensazione di correre una maratona sui tacchi.

«Sei laureata? Che studi hai fatto?».

«Ho un diploma come Perito Aziendale con una competenza in lingue» rispondo affannata. «Non ricordo bene la qualifica» continuo con l’ansia crescente di un colloquio di lavoro. All’Università invece mi sono iscritta a Lettere, ma…» pausa e respiro corto «ho dato solo qualche esame» concludo rallentando.

«Università intitolata ad Aldo Moro, vero?»

«Sì, qualche anno fa… credo» rimonto trotterellando.

«Quando è morto Aldo Moro?»

Non capisco se stia scherzando, ma decido di rispondere per non fare sfigurare Junk.

«1978» dico cercando di stare nuovamente al passo.

«Già, i miei vivevano a Roma in quel periodo. Voglio andare a Friburgo prossimamente. Ci sei mai stata?»

«Fabio, non spaventare Nicole. Scusalo, non è cattivo. Gli parte ‘sto lascia o raddoppia in automatico»

«Scusa, non volevo metterti in imbarazzo. Quando hai capito che la fotografia sarebbe stata il tuo futuro?»

Oh, finalmente una domanda che mi piace! penso, mentre Junk si ferma nei pressi di un portone di legno finemente intarsiato.

«Non me lo sono mai chiesta» dico in attesa del click che ci inviti a salire. «Intendo se la fotografia fosse nel mio futuro»

Click!, suona l’enorme serratura nel legno. Junk si infila nel buio e, in quel gesto, sento di avere trovato anche la mia, di risposta. «La fotografia è un luogo che a volte mi somiglia. Devi immergerti nel buio se vuoi portare la luce su qualcosa di specifico. Un luogo diventa un rifugio quando ha il tuo stesso respiro. Ecco, se sono in affanno, vado lì».

Fabio mi guarda come se per un attimo fossimo complici.

«PorcoGGiuda l’ascensore non funziona» urla Junk, avanti di qualche passo.

«Conosci Calcutta?»

«Non l’avevi già fatta la domanda di geografia?» ribatto delusa.

Ridono.

«Calcutta è il cantante che stiamo per vedere» svela Junk, continuando a ridere.

I cinque piani, per quanto di scalini lunghi e bassi, ci lasciano parecchio silenziosi fino all’ingresso dell’appartamento. L’arredo è minimale. Consolle bianche addossate alle pareti ospitano vasi trasparenti che riproducono onde. Ci aggiriamo tra gli ambienti che scivolano uno nell’altro. Librerie a giorno e cartongesso prendono le stesse forme sinuose dei vasi. Bicchieri e bottiglie di prosecco sono immersi in voluminose coppe di ghiaccio come rampolli viziati a mollo sul bordo di una piscina. Un volto sconosciuto mi riempie un calice. Le catenelle nel bicchiere iniziano a correre e inseguirsi vorticando verso l’alto. Lo porto al naso, incuriosita. Qualcuno parla del padrone di casa, ancora assente. Riesco a mettere insieme le parole rubate da conversazioni intorno e deduco sia un prestigioso notaio.

«Tutta ‘sta figaggine» sussurra Junk all’orecchio «e nessuno che c’ha tempo e voglia di fa’ na’ telefonata e chiamare il tecnico dell’ascensore». Vuoto il calice ridendo.

Qualcuno mi passa accanto e si ferma a pochi passi da noi. È la star della serata: barba lunga e capelli corti, scomposti come di chi si sia appena alzato dal letto. Scherza anche lui sull’affanno accumulato nell’issarsi fin quassù, ma ringrazia dell’invito. Nessuno muove un dito o mostra entusiasmo. Freddo. Fredda così come mi è sempre apparsa Milano.

Poco distante da me Junk sembra aver trovato compagnia. Fabio invece torna reggendo due calici. «Sai» dice cercando una intimità tra la gente «credo tu abbia un animo sensibile, ma questo è un male. Perché in amore sarai una rompipalle e quindi destinata a soffrire».

Non c’è modo di aggiungere altro perché Calcutta lo sovrasta: «Il mio vero nome è Edoardo, ho meno di trent’anni e più fallimenti che successi alle spalle. Calcutta in verità» prosegue «è il nome di un duo che fino a qualche anno fa credevo fosse il mio progetto vincente. Poi l’altro ha deciso che non era così. C’è sempre qualcun altro che decide se non abbiamo abbastanza coraggio. Però il nome è salvo, per cui partirei da un brano che si chiama Vieni sola».

Il ritmo mi piace, nonostante la voce apparentemente svogliata. Mi avvicino a uno dei tavoli cercando qualcosa da mangiare perché ho la sensazione di aver già bevuto troppo. Ci sono crostini da farcire con salse e olio distribuito in piccole ampolle divise per tipologia: amaro, piccante, dolce. Questa festa dai toni sontuosi e dal parterre ricercato mi fa tornare a quella in cui conobbi Ettore. La tristezza dura il tempo di una canzone. L’alcool e la musica iniziano ad ammorbidire le spalle di molti e quelli con l’anima più hippie finiscono a sedere sul pavimento. Vorrei provarci anch’io, ma il marmo dà l’idea di essere freddissimo e mi appoggio a una finta libreria incassata in un finto muro. Bevo e fingo anch’io. Le note della chitarra sono colpi di martello alle pareti della testa. Il prosecco e l’olio risalgono insieme. Calcutta smette di suonare. È sembrato breve. Dice che è stato felice di cantare per noi, che non bisogna smettere di sorprendersi, che Milano è come questo attico lussuoso dove casualmente, non funziona l’ascensore, che c’è l’uscita del nuovo disco e che qualche giorno fa ha ritrovato una canzone dimenticata. Ne aveva l’ambizione, ma è rimasta solo strofa e ritornello.

«Penso» dice «che nelle cose sospese c’è una forza potente e misteriosa». Partono gli accordi. Do Mi Re Do Mi Re Do Mi Re Fa… “E allora dimmi che cosa mi manchi a fare/Ti prego dimmi che cosa mi manchi a fare/Tanto mi mancheresti lo stesso, che cosa mi manchi a fare/Ti prego dimmi…

Mi viene da piangere. Sento gli occhi di Fabio addosso e l’attimo dopo mi ritrovo chiusa in un angolo angusto. Ha bevuto troppo anche lui. Lo allontano e vado in cerca dell’ingresso; la testa ingrandisce a ogni passo. Mi ritrovo per strada col cappotto su un braccio, ma non ho la forza di infilarlo. L’aria fredda mi avvolge lo stomaco come se avessi buttato giù la fila di cubetti di ghiaccio dell’ultimo gin tonic. Apro lo sportello di un taxi senza chiedere nulla e mi siedo, l’aria calda sparata. Apprezzo l’indifferenza dell’autista, ma lo sbalzo di temperatura distrugge la pila gelata nello stomaco. Chiedo di fermarsi. Nel prendere i fazzolettini dalla borsa realizzo di non avere le chiavi di casa e impongo una deviazione al ristorante.

«Signorì, qui è chiuso»

«Impossibile. Per favore aspetti» biascico.

Esco sulle gambe malferme che mi fanno sentire ancor più il contrasto con il caldo dell’abitacolo. Suono. Una, due… tre volte. Il cellulare di mia madre è spento. Il taxi ora sembra a una distanza irraggiungibile. Una luce si accende in alto e guardo su per lasciarmi inquadrare dalla telecamera. Il fascio intenso mi abbaglia e ripiego veloce la testa come quei delinquenti a cui si punta addosso la lampada per l’interrogatorio.

Pochi attimi dopo la porta si apre su un viso sconosciuto.

«Ci sono i miei?» domando supplichevole trascinando le vocali.

«Sono andati via oltre un’ora fa. Sono da solo»

La vista mi si offusca. Un brivido mi colpisce come un pugno ben assestato.

Quando riprendo coscienza sono con le spalle appoggiate alla porta e il tassista che mi regge per la nuca.

«Signorì, tutto bene?»

Non riesco a dire nulla. Bocca impastata e una tenaglia sulle tempie.

«Menomale che il ragazzo l’ha presa al volo o qui finiva male non solo per i vestiti stasera».

Ora il vestito lo sento attaccato addosso e umido. Piego la testa, ma non ho il coraggio di guardarmi. Il pavimento, la porta d’ingresso e, temo, anche il ragazzo che mi ha soccorso, sono lerci. Lo vedo tornare con un rotolone di carta assorbente.

«Non posso andare a casa così» piagnucolo.

«Sta decisamente meglio» dice rivolgendosi all’autista. Poi a me: «Paga e ti dai una ripulita. Ne chiameremo un altro dopo. Riesci a sollevarti?» dice prendendomi per un braccio.

«Sì, sì» rispondo evitando di guardarlo. Seguo lentamente l’autista anche per recuperare il cappotto.

«Puliamo subito o dopo sarà peggio» dice vedendomi tornare.

«Faccio io, ti prego. Ho fatto troppi danni». È a braccia scoperte e solo allora noto la casacca buttata per terra. Sembra ci sia disegnato un quadro astratto. Serro gli occhi disgustata.

«Sì, diciamo che ha attutito parecchio» commenta alternando lo sguardo tra me e il pavimento.

«Ci penso io a lavarla. Dio… scusami» dico imbarazzata. «Non mi era mai successo così».

«A me un sacco di volte, ma ora ho smesso» dice ridendo. «Sono Daniele comunque» aggiunge allungandomi la mano.

«Nicole… piacere. Io… È stata una serata strana. Non mi sono resa conto. Io…» mi sollevo per buttare la carta sporca.

«Stai tranquilla. Non sono tua madre, non devi giustificare. Per la casacca tranquilla. A qualche isolato da qui c’è una lavanderia sempre aperta. Ci vado appena finisco».

«Potrei venire con te? Mi fa schifo tornare a casa in questo stato» dico seguendolo.

«Ne ho almeno per un’altra ora qui. Provo degli impasti. Nel frattempo potresti fare una doccia, se vuoi».

«Avete la doccia?»

«Sì. Enrico l’ha ricavata sul soppalco. Ci sono perfino dei divani».

«Mi servirebbe una doccia. Ho le tempie che mi pulsano. Ma non ho come asciugarmi».

«Ho un telo non usato. Te lo presto. In sostituzione del vestito metti questi» dice porgendomi dei pantaloni e una camicia. La ragazza che li indossa non arriverà prima di domani sera.

«Uso solo questi, grazie» dico prendendo i pantaloni. «Ci metto su il cappotto» aggiungo sforzandomi di sembrare lucida.

Indugio sotto la doccia facendomi frustare la schiena col getto bollente. Quando torno in cucina so di avere un’aria ancora più stravolta di quando sono arrivata.

«Pronta?» chiede scrutandomi. «Saresti perfetta per una sfilata di moda. Ne vedo tante in giro così».

Abbozzo un sorriso stanco.

«Cos’hai, non ti senti di nuovo bene?»

«Ho un appuntamento importantissimo domani. Un artista con cui condivido una mostra. E temo di non essere in grado di arrivarci».

«Sì, so abbastanza della mostra e di te. Lavoro fianco a fianco con tua madre in questo periodo».

«Conoscendola ti avrà vomitato addosso parole e parole. E stasera arrivo io» dico con una smorfia.

«Inizia a essere un po’ ingombrante in effetti» ammette alzando le sopracciglia. «Se ti fidi, ho un rimedio post sbronza».

«Be’, hai appena evitato che mi schiantassi a faccia in giù. Mi fido per forza».

Dopo meno di cinque minuti mi sta passando un bicchiere che esamino con sospetto. Il rosso dell’uovo è adagiato in tutta la sua rotondità sul fondo. Gli galleggia intorno un liquido rosso sfumando i contorni come la carezza di un sole al tramonto.

«Manda giù tutto d’un sorso»

Porto il bordo del bicchiere al naso scettica. L’odore intenso mi nausea. «Uovo crudo?» chiedo temendo la reazione dello stomaco. «Non so se…»

«Ti fidi o no? È il “resuscita-cadaveri della nonna”. Butta giù tipo cicchetto»

Mi toglie il bicchiere dalle mani scambiandolo con uno zuccherino rettangolare su cui fa scendere un paio di gocce di qualcosa.

«Ancora?»

Asserisce.

Il sapore fresco di menta ha finalmente l’effetto di ripulirmi la bocca, anche se mi provoca un nuovo colpo sullo stomaco.

«Tra un po’ ci muoviamo. Te la senti di camminare per un chilometro?»

«Che ora è» domando sconfortata.

«Le quattro».

Non ho mai frequentato una lavanderia automatica e provo a doppiare i movimenti di Daniele che sembra invece esperto. Ognuno carica la propria lavatrice, ma non ho monete sufficienti e non c’è altro modo di pagare. Mi rassegno a farmi offrire anche il lavaggio.

«Bene», dice. «Sediamoci e mettiamo una sveglia».

«Perché ti metti a dormire?» chiedo allarmata come se l’assenza di un controllo superiore possa attirare qualche nuovo disastro.

«No, ma non si sa mai. C’è pure mezz’ora per l’asciugatura dopo».

«Ok» rispondo stringendo con me nel cappotto i sensi di colpa per averlo trascinato in una situazione assurda e scomoda. Proprio come questa sedia arancione sbiadito che mi accoglie, tipica delle sala d’attesa dei laboratori di analisi. Con la spalliera incorporata alla seduta si ha la sensazione di scivolare mentre la schiena si inarca. Lui fissa gli oblò davanti a sé. Lo imito ancora. Un ritrovato tepore mi porta a chiudere gli occhi. Cerco di poggiare la testa alla parete, ma sono distante. Mi arrendo alla forza che mi serra gli occhi e cerco di mantenermi eretta, coperta solo dalla vergogna per le mie debolezze.

«Secondo te dove vanno i calzini che si perdono nella lavatrice? Si perdono per caso o per scelta?»

Mi raddrizzo dissimulando l’appisolamento. La domanda è sale buttato su un lembo di pelle lacerato.

«Dormivi? Scusami».

«Non proprio… Dove vanno i calzini…» ripeto meccanicamente fingendo una qualche profonda riflessione.

«Penso decidano di dividersi perché vittime dell’abitudine. Sai, tipo si rimproverano l’un l’altro di essere rimasti uguali, di fare sempre le stesse cose: lo stesso detersivo, lo stesso ammorbidente. Il massimo dell’avventura è stato affrontare quella volta, per una disattenzione, una centrifuga a 1000 giri. Ecco perché un giorno uno dei due, senza un accenno di sfilacciatura, all’uscita non si fa più trovare».

Ho ascoltato come una bambina a cui stanno raccontando una irrinunciabile favola serale. Lotto per tenere gli occhi aperti e infine, con la voce impastata, da cui rimbalza un retrogusto di menta e uovo crudo, sentenzio: «Vanno nel paradiso dei calzini».

Buio.

«Nicole… » sento un tocco leggero sul braccio. «È arrivato il taxi».

Salto come se fossi stata colta in flagranza di reato.

«Tieni» dice porgendomi la busta. «Fallo asciugare all’aria».

«Voglio restare qui» dico confusa e intorpidita.

«Non puoi. Questo è il paradiso dei calzini».

Accenno un sorriso «… ti chiedo scusa per tutto» aggiungo guardando in basso.

«Cerca di far tornare i pantaloni domani. La collega potrebbe mandare me nel paradiso dei calzini».

Mi sollevo e mi arrischio a cercare i suoi occhi. Sono gonfi. Dalle labbra fa capolino, fiero, un dente storto.

2021-05-01

Evento

Live Instagram Cos'è la violenza di genere e come si declina quando non diventa necessariamente fisica? Come riconoscerla? Un saggio e un romanzo per parlarne.
2021-04-20

Aggiornamento

Buongiorno a tutti. A meno di 24 ore dal lancio della campagna di prevendita siamo al 25% dell'obiettivo. Sono commossa da tanto affetto. Vi ringrazio tutti di cuore. Seguite i prossimi aggiornamenti e ovviamente ditemi se avete già iniziato a leggere. Poi la formula magica non esiste. Anzi sì: passaparola ;)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Arrivato a pagina 180 della bozza, assolutamente coinvolgente, incredibilmente pieno di colpi di scena…È difficile staccarsi dalla lettura perché è un continuo “ribaltare di situazioni”. Ti viene quasi di schierarti con qualcuno dei personaggi ma, nel momento in cui hai deciso di fare il tifo per X o Y, ecco che succede qualcosa che ti fa cambiare idea!! Non oso immaginare cosa riservano le prossime 100 pagine…

  2. (proprietario verificato)

    Emozionante e coinvolgente, da leggere tutto d’un fiato perchè ti trascina dal primo momento. Arrivata a metà libro in pochissimo tempo!

  3. (proprietario verificato)

    Intenso e coinvolgente sin dalle prime pagine! Non vedo l’ora di ricevere il libro cartaceo, ma nel frattempo continuo la lettura meravigliosa..

  4. Ho letto la bozza, in meno di un’ora sono arrivata a pagina 30, avrei continuato, ma il dovere chiamava. Mi ha preso di testa, di pancia e di cuore… Sono sicura che mi farà sognare!

  5. Federico Riccardo

    (proprietario verificato)

    Un libro che parla di passioni umane. Non vedo l’ora di averlo tra le mie mani!

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Alessandra Nenna
Nasco gioiosa. Me ne sono accorta in ritardo. Ora ho 48 anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione e giornalista pubblicista dal 2009. Alla collaborazione con alcune realtà editoriali tra cui Barisera, Telebari, Affari Italiani, e oggi Bonculture, ho affiancato l'attività di ufficio stampa per eventi di cultura e spettacolo e per associazioni di categoria.
Alla narrativa arrivo per prima con i racconti. Pubblicati da Delos Books sulla rivista Writers Magazine Italia, nell’antologia "365 Racconti di Natale" e ancora per la rivista Zest Letteratura Sostenibile. Tre contributi di fiction si trovano in “Rapsodia" (Nep Edizioni, 2020). Di novembre 2020 l’esordio con la raccolta di battute e racconti "Scusi, il treno si prende dalla stazione?" edito da Progedit.
Gestisco il blog “La penna di Nenna” (https://alessandranenna.weebly.com/)
Provo a restare gioiosa.
Alessandra Nenna on FacebookAlessandra Nenna on InstagramAlessandra Nenna on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie