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Aceto Zuccherato

Aceto Zuccherato
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Come enunciato nella teoria del caos, gli avvenimenti di questo libro sarebbero potuti sembrare casuali a chiunque ma non a Greta.
Un intreccio di situazioni narrate nonostante tutto in chiave ironica dalla protagonista. I giochi di parole, i rapporti mai interrotti e il non detto erano per lei segnali inequivocabili dai quali però non riusciva a liberarsi. Come un singhiozzo a cui nessuno sia in grado di trovare un rimedio per farlo passare.

Perché ho scritto questo libro?

Tutto è cominciato una sera scrivendo ciò che mi passava nella mente e nel cuore in una nota del telefono. E non mi sono più fermata. Non sapevo cosa sarebbe potuto diventare sino alla parola fine.
Con tanta ironia e un pizzico di follia, ho intrecciato storie che rappresentano il meglio ed il peggio degli uomini che ho conosciuto.
Scrivere è stata la cura per un’anima che in quel momento si sentiva spenta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Uno

Credo sia sempre bene partire dalle presentazioni, come si fa negli incontri di gruppo. Mi chiamo Greta. E sì, è il tipico nome di poche lettere dato da quei genitori che ne hanno uno chilometrico. In una generazione sarà cortissimo perché i genitori si chiamavano Agamennone ed Ermenegilda, mentre quella successiva sarà lungo come il treno per Hogwarts.

In ogni caso nessuno è al riparo dal fatto che gli venga modificato senza autorizzazione. Tanto che anche un nome come il mio è stato trasformato come fosse niente in gretina cretina e, come se non bastasse, in SGRETOLAMENTO. Finché te lo dicono a dieci anni la prendi sul ridere, ma se qualche brutta persona a cinquant’anni me lo ripeterà, comincerò a farmi giusto qualche domandina.
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Come si può notare dalla presentazione, spesso mi perdo nei meandri dei miei viaggi interiori, da un niente arrivo ad un tutto, ma tutto mio. Nella mia mente, come nella mia vita.

Sono la tipica persona che non azzecca mai un proverbio, fiotti e fiotti di non puoi avere sia il gallo che la gallina (forse perché sono un po’ troppo romantica) e menare il can per l’aria. Il più delle volte mi suona così bene che non me ne accorgo nemmeno.

Poi arriva il buon discepolo che mi corregge ridendo, se mi conosce.

Inciampo sempre e comunque, sia nelle parole che fisicamente, e so già che ovunque io mi trovi c’è un gradino che sta aspettando impaziente la mia mossa da imbranata. Infatti, il mio vialetto ogni anno attende il ghiaccio per essere felice. Molte volte mi immagino la scena nella mia testa e rido come se fossi un’altra persona, quindi mi viene automaticamente almeno da sorridere. Anche se magari muoio di dolore…

Ricordo il mio primo San Valentino in discoteca, naturalmente tirata a lustro come le luci catarifrangenti nei corridoi, quando sono caduta in uno di quegli stramaledettissimi soppalchi molesti dove si trovano i tavoli. La morte assicurata di ogni ubriaco.

Il vestito era intonato agli accessori, questi ovviamente in linea con il colore degli occhi e la forma dei miei capelli. Il tutto era inesorabilmente in armonia con il mio clima interiore gioioso ma assolutamente non in tinta con il sangue che sgorgava dalle mie ginocchia sulle candide calze velate color vampiro d’inverno. No, no, non mentre ero in procinto di tornare a casa, ma bensì all’entrata epica in mezzo alla pista.

Il peggio è stato quando la mia scarpa con il tacco alto come me è ruzzolata nel centro della stanza e si trovava abbandonata in mezzo alle belve danzanti. Naturalmente io dovevo recuperarla. Posso assicurare che riprenderla, appigliandosi ai passanti che se la ridevano, non è ciò che definirei facile.

Decisamente non è stata l’entrata da principessa che mi ero sempre immaginata fin dai tempi di Cenerentola e di quei mostruosi topini che le cucivano tutto molestandoci allo stesso tempo con le loro canzoncine. Che conoscevo a memoria, naturalmente.

E quando ero piccola neanche mi domandavo perché il principe azzurro avesse dei leggings e cercasse una che aveva perso la scarpa, per di più pacchiana. Di sicuro non avrebbe cercato la proprietaria della mia scarpa, porto un quaranta, per quanto ne poteva sapere lui avrei anche potuto essere un uomo con queste pinne.

Odio essere alta, mi sento sempre il gigante buono, soprattutto adesso che secondo me l’altezza degli uomini sta diminuendo come vorticosamente diminuiscono i soldi del mio stipendio i primi cinque giorni dopo l’accredito.

Solo ogni tanto vedo un altone, come il biscotto tigrato in mezzo a quelli a pois delle gocciole, ed è quasi sempre amore a prima vista perché mi sento che, anche per me forse, c’è una possibilità di evitare la fine che avrebbe fatto Biancaneve nel mondo reale.

Io, Biancaneve ed Eva abbiamo un problema in comune: l’amore non ricambiato per le mele, rigorosamente con la buccia. Una se l’è vista con il serpente, l’altra ha avuto un’intossicazione alimentare piuttosto seria. Mentre per me, anche se tossisco e mi piangono gli occhi, la tentazione è troppo forte per non cedere. Cosa vuoi che siano cinque o sei secondi senza ossigeno in confronto.

Si nota che spesso mi perdo e parto per una tangente che esiste solo nel mio navigatore, anche quando ormai magari il discorso è finito da tempo?

Ho preso questa particolarità da mia madre. Anche lei fa la stessa cosa, anzi mi supera alla grande. Lei sin da piccola, facendo sempre il medesimo tragitto per andare al mare, per gioco, aveva cominciato a leggere al contrario i nomi dei cartelli. E ora è il divertimento di molte cene di famiglia o tra amici perché riesce a recitare frasi più o meno complesse al contrario, facilmente come schioccare le dita. Lei vorrebbe affrontare tutte ciò che accade nella nostra e nella sua vita come fa con le frasi. Girare e rigirare a piacimento le situazioni cercando di trovarci, sempre e comunque, uno spiraglio, seppur minuscolo e inesistente per la maggior parte del genere umano, di luce positiva.

Vorrei essere ottimista come lei, ma non sempre ci riesco. Sono catastroficamente catastrofista all’ennesima potenza. Una goccia mi cade in testa: sta per piovere. Non ho l’ombrello e già mi aspetto che comincerò a nuotare fradicia nell’aria fino a quando di certo un automobilista mi inonderà con l’acqua di una pozzanghera. Questa inoltre sarà sicuramente anche piena di sassi riducendomi irrimediabilmente in un colapasta. Invece probabilmente quella maledetta goccia è solo il risultato di qualcuno, che come me, ha il vetro sempre sporco e lo pulisce alla veloce mentre è costantemente in ritardo.

– Siamo come dei radar, se mandi onde negative non puoi riceverne positive. – É quello che spesso dice mia mamma.

Il mio radar evidentemente manda messaggi discordanti, probabilmente perché non so mai bene cosa voglio. Ma quello che non so di volere lo voglio sempre e comunque subito.

Delle volte vedo un vestito che non posso comprare e vorrei che fosse mio in quell’istante. Nella mia immaginazione iniziano a fluttuare immagini di me che lo indosso e di tutti gli abbinamenti possibili. In un sottofondo musicale che sento solo io mi culla la canzone – e non ci lasceremo mai. – Arrivo addirittura a sognare di comprarli con la controindicazione che quando mi sveglio sono dolori.

Vestiti mancanti a parte, a volte i sogni diventano un rifugio per migliorare i momenti storti della mia vita. Nel sonno profondo incontro uomini che mi fanno ridere a crepapelle. Se sto passando un periodo no, degli sconosciuti completi, o persone conosciute di vista, entrano nei miei sogni per rallegrarmi la vita. Colgo l’occasione per ringraziare Daniel Craig che mi ha salvata questa notte.

Una volta addirittura mi è capitato di incontrare casualmente quello sconosciuto “conosciuto” e ho sorriso tra me e me. Come se fosse un segno del destino che mi trovassi al posto giusto nel momento giusto.

Spesso mi capita che un piccolo dettaglio importante, che in quel momento per me abbia un significato nella mia vita, compaia come per incanto. Per un attimo, ho la sensazione di non sbagliare tutto. Probabilmente sono avvenimenti casuali, ma per me non lo sono. Mi beccano bene, anche se non so tutt’ora il perché.

Credo fermamente nell’energia dell’amore e che tutti questi particolari siano come briciole da seguire per raggiungere la felicità.

Quella stessa felicità che traspare osservando due persone che si perdono una negli occhi dell’altra. Non credo che esista un attore che possa riprodurre quella sensazione così fedelmente. Quando la provi è come un vortice che ti risucchia.

Sì, lo ammetto, mi è anche successo di osservare una scena del genere e, mentre ero assorta, quei due oggetto della mia attenzione si sono girati e sono rimasta con la faccia da Carlino.

Vorrei anche io che qualcuno staccasse ogni mattoncino del mio corpo con lo sguardo. Come un puzzle in cui inciampi di notte.

Quello sguardo che ti rimane dentro, in ogni piega della pelle, in ogni pellicina, in ogni neo, in ogni organo, in ogni budellino.

La dolcezza che rimane nelle valli che congiungono le dita quando arrivi a casa, e che anche il giorno dopo solleva i tuoi piedi come fossero fatti d’aria in un mondo di marmo.

Il profumo di quel qualcuno che si addormenta con te nelle pieghine laterali del sorriso.

Il tagadà nello stomaco che ti toglie il respiro mentre ascolti una canzone che va a braccetto con un ricordo.

Quell’ondata di bello che ti investe quando trovi un oggetto legato a un momento preciso. Di bello perché non saprei definirlo diversamente.

Bello, bello e bello. Lui sapeva di bello.

Due

Con una cultura cinematografica romantica solidissima, a partire da Tre metri sopra il cielo, passando per Le pagine della nostra vita, fino ad arrivare a Se mi lasci ti cancello, non puoi non aspettarti che un giorno accada proprio a te d’incontrare la persona che potrebbe ribaltare ogni aspettativa futura. Naturalmente in positivo.

Come la panna montata che può cambiare in un batter d’occhio la sorte delle fragole, o meglio, l’aceto balsamico: che in una certa quantità rende squisito ciò che stai condendo ma basta quella goccia in più a rovinare il tutto.

Questo era ciò che la mia anima provava ogni volta che lui si trovava al mio fianco. Lui era il mio aceto balsamico.

Era un giorno come un altro, con il meteo come qualsiasi giorno umido di settembre in cui tu hai la piastra.

Stavo girando per negozi con le mie amiche. Mi ero soffermata a guardare attraverso una vetrina l’aureola che creavano i miei capelli crespi, assorta nei calcoli per il vestito dall’altra parte del mio specchio di vetro.

Quando ho un budget cerco di spenderlo fino all’ultimo centesimo. É più forte di me. Più è basso, più è forte la sete di caccia.

L’ultima volta ho addirittura comprato una matita perché era un amore da tenere in borsa.

A dir la verità, una matita in borsa serve a poco, soprattutto perché quando la cerchi non la trovi mai, mentre quando non la vuoi spunta ovunque.

Matita fantasma a parte, avrei adottato anche una coccinella domestica, se fosse costata 99 centesimi.

Pur consapevole della sua cortissima vita media, sarebbe stata comunque perfetta per terminare il mio budget giornaliero. Meno di un euro era proprio quello che ne era rimasto la maggior parte delle volte.

Tornando a quel momento, mi giro distrattamente e i miei occhi individuano qualcosa che si muove all’interno del negozio nel corner maschile alla mia destra.

Un essere che scoordinatamente e spasmodicamente cercava di uscire dal maglione. Sembrava rapito dalla trama di lana in un modo così stretto da impedirgli la fuoriuscita.

Ma non vedendo il viso ma divertita dalla scena, mi ero fatta trasportare dalla curiosità e ho osservato in attesa.

Finalmente il parto era avvenuto, e ciò che vide la luce era di gran lunga più bello del maglione rapitore.

Era spuntato un ciuffo moro e piano piano anche gli occhi.

Quegli occhi. I suoi.

Non erano né neri, né marroni, né azzurri e nemmeno verdi. Erano i suoi.

Saprei riconoscere quel colore anche se fossi daltonica, in mezzo a tutta la gamma di colori.

Mi ha dato un’occhiata come se fossi una persona qualsiasi incontrata in un negozio, e non quelle occhiate violente che solitamente avverti perché stai per prendere un indumento già mirato da un’altra donna. In effetti era così.

Ma adesso potrei giurare di aver sentito nelle ossa che lo sguardo si era soffermato un millesimo di secondo in più su di me. Come una scossa leggera che crea un battito del cuore doppio ma che non toglie il respiro.

Poi ho visto una giacca leopardata e mi sono dedicata a lei.

Da quel momento non ho più pensato a quello che era accaduto un attimo prima perché, lì per lì, non avrebbe avuto senso dare peso ad una cosa del genere.

Cioè chiariamo: sono romantica ma non ho le allucinazioni. Perché c’è di mezzo il mare tra le due cose, esattamente come tra kitsch e pacchiano.

Il kitsch sfiora il pacchiano e bagna un piede nell’originalità. Il pacchiano è pacchiano e basta.

Devo ammettere di non essere stata né troppa fortunata né troppa sfigata nella mia vita amorosa. Non sono una di quelle che hanno il lampione attira sfortuna, ma probabilmente ho una candelina da compleanno. Una di quelle che ogni tanto si riaccendono una volta spente. Però non posso lamentarmi troppo perché so che quando si tratta d’amore so rimanere abbastanza lucida.

Per esempio: io so perfettamente che Rose avrebbe potuto far salire con lei a bordo della zattera il povero Jack, e so altrettanto bene che, nella maggior parte dei casi, non è oro tutto quello che luccica.

Insomma, come quando sei sdraiata su una spiaggia in un paese lontano con l’aria di mare che ti sfiora il naso e guardi distrattamente le persone intorno a te. Succede che il tuo sguardo viene calamitato dalla visione di qualcuno, e magari per un po’ lo osservi e te lo scruti nei minimi dettagli. Tanto si sa già che rimarrà in quel giorno, prigioniero di quell’immagine, e mai più ricomparirà nella tua vita. Tanto vale quindi gustarsi con gli occhi quel momento che non tornerà.

Sai perfettamente che non è e non sarà l’uomo della tua vita, ma per quel giorno è stato il tuo incontro felice.

Dal momento vissuto al centro commerciale erano passati giorni e giorni, forse anche mesi se devo dirla tutta.

Ero su Netlog, sì perché anche io avevo Netlog, e sì anche io facevo le foto con le scritte, e sì anche io avevo MSN. Lo ammetto.

Guardavo senza motivazione amici di amici, uno di quegli zapping selvaggi di vite come quando passi compulsivamente da un canale all’altro in tv. Un tour de force di conoscenze lampo che quattro minuti dopo sono già nel cestino mentale.

Scorrevo violentemente a caso le immagini quando a un tratto lo vedo. Eccolo. Tommaso.

Per gioco lo aggiungo agli amici. Fanculo il sistema, per una volta potevo prendere io l’iniziativa.

In fin dei conti mi aveva fatto ridere quando goffamente si era tolto quel maglione che, a giudicare dalla difficoltà, sembrava più la tuta di un astronauta che un normale indumento.

Nel frattempo, scopro anche dalla foto che ha la morosa. Male, male.

Ma l’amore, come mi ha insegnato Verdone, È eterno finché dura, quindi con questa certezza ho accantonato quell’informazione nella mente. Già omettevo a me stessa quel particolare. Era stata la prima volta delle tante che l’avevo sottovalutato e cancellato dalla mente.

La mente e il cuore, dolci nemici.

Peggio che il gatto e la volpe, certe volte.

2021-06-09

Aggiornamento

Grazie. Se sono qui oggi a scrivervi è perché, solo grazie al vostro aiuto, il mio sogno più grande si potrà avverare. Con il vostro sostegno, il primo e più importante traguardo è stato raggiunto. Fa bene al cuore sapere che tutti voi avete creduto in me e nel mio libro. Grazie di cuore.

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Greta Ascari
Greta è nata in provincia di Reggio Emilia nel 1992. Lavora nel settore della moda da sette anni.
Ha sempre creduto nella magia dell’amore in ogni sua sfaccettatura.
Come fosse l'aggiunta di sale nell’acqua bollente per cuocere la pasta. Senza, la vita non sarebbe la stessa.
Aceto zuccherato è il suo primo romanzo.
Far sorridere e sognare il lettore è la vera speranza dell'autrice, come le succede ogni qualvolta lo rilegge.
Greta Ascari on FacebookGreta Ascari on Instagram
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