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Acidosi lattica

Acidosi lattica
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Consegna prevista Febbraio 2022
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In un ospedale della Brianza viene assassinato uno tra i medici più conosciuti e benvoluti. La sua morte ha a che fare con i suoi trascorsi come medico del Servizio Dipendenze? Il fratello di una tirocinante del reparto, che riappare sulla scena dopo un periodo trascorso in carcere, crede di aver trovato la soluzione del mistero, ma forse per lui è già troppo tardi. Cosa c’entra un boss della malavita che sembra avere in mano il destino di tante persone? Una giovane poliziotta, con l’aiuto di un medico che era molto amico dell’ucciso, a rischio della propria vita, riuscirà a svelare la inimmaginabile trama e assicurare alla giustizia il colpevole.

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace scrivere e volevo misurarmi con un “giallo”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo primo.

“Ancora queste storie! Sei noioso”.

Piero Parillo era al lavandino a sciacquare le bacinelle che erano servite per le medicazioni e alcuni ferri che poi avrebbe messo in autoclave.

“Eh!-lo scherzava Luigi – tu sei mica di San Gregorio! Tu e tutti gli altri marocchini…..”

Venivano chiamati così tutti quelli che avevano un aspetto esotico ma non orientale, quelli erano i cinesi o mandarini; era rimasto un ricordo collettivo dei film che si vedevano alla televisione e il Marocco era un paese che riassumeva tutti gli abitanti dell’Africa del Nord ma senza la pelle nera. Questi ultimi erano i più odiati, i negri, e in qualche modo qualcuno considerava siciliani e calabresi, così vicini all’Africa, assimilabili a quelle popolazioni. In realtà nell’apostrofare “Marocchino” un collega, non c’era proprio una vera ostilità.

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“Finiscila! Voi qui pensate che siamo tutti mafiosi e poi che cosa c’entra il mio paese!”

“Eh! Tu non leggi i giornali, caro mio! Senti senti qui…un articolo proprio di ieri sul tuo bel paese.”

Luigi si asciugò le mani in una traversa, aprì l’armadietto che stava ai loro piedi e tirò fuori un giornale e cominciò a leggere:

-San Gregorio è un paese piccolo, arrampicato su una collina. Chi si siede su una roccia sotto i pini, volgendosi a sud, può sentire la brezza profumata che arriva dal mare.

Il silenzio è interrotto da lontani ovattati scampanellii di piccole mandrie di pecore.

L’architetto del mondo ha disegnato davvero un luogo meraviglioso.

“E allora? E’ proprio così…uno spettacolo della natura!”

“Aspetta…aspetta, ascolta!”

-Talvolta, ma più raramente che in passato, si può però ascoltare il frastuono di un colpo di lupara, che riporta alla realtà chi si è appisolato sognante.

Domani ci saranno in giro molti carabinieri per investigare sul delitto che resterà irrisolto; tutti però sanno già che il mandante di questo omicidio, come degli altri del passato, è Amintore Boccaccio, il padrone assoluto del paese.

Amintore Boccaccio, che afferma di essere discendente del grande scrittore, è stato senatore e il suo nome era stato scelto in onore dell’onorevole Fanfani ai tempi in cui la DC riceveva il 99% dei consensi in quella regione.

Fanfani in persona era venuto a San Gregorio per inaugurare un centro per anziani, mai terminato.

Il Boccaccio decide tutto quanto rende piacevolmente vivibile l’esistenza degli abitanti: distribuisce i sussidi e le invalidità, alle quali corrispondono i vantaggi della legge 104, posseduti da tutti, proprio tutti gli abitanti; patenti e permessi di costruzione; catasto: ogni villa è un insediamento agricolo e ogni piscina un approvvigionamento idrico.

Le iniziative commerciali e le libere professioni che si possono intraprendere a San Gregorio e zone limitrofe sono solo quelle concordate con Amintore.

Ogni tentativo di libero insediamento viene fieramente contrastato con metodi inequivocabili: intimidazioni, fino all’omicidio diretto, incendio doloso e rapimenti con lucroso riscatto.

“Ecco…senti…”. Paolo non riusciva a non ascoltare anche se era scocciato e infastidito. Sentiva il profumo della sua giovinezza, mischiato al disinfettante che stava usando.

“Ma dai! Sul giornale! Quello si becca una querela….”

“Si! Querela….si becca una fucilata….ascolta…ancora…:

-I Gregoresi lo sanno e vivono sereni, ben sapendo che ogni loro richiesta sarà valutata e, se potrà portare vantaggi anche per Amintore, realizzata.

Dopo un paio di legislature lo avevano convinto a non ripresentarsi: anche al suo partito sembrava troppo pericoloso, se solo fosse stato messo in luce un centesimo delle sue malefatte.

Molti sanno comunque che le diffuse ramificazioni dell’ex-senatore possono ottenere, con una adeguata spesa, secondo un tariffario prestabilito, quasi tutto: patente nautica, revisioni di auto, condoni edilizi, abilitazioni e perfino lauree e specializzazioni. Queste ultime costano però parecchio perché richiedono complessi giri di corruzione. Da San Gregorio sono arrivati, negli ospedali e nelle fabbriche di mezza Italia, molti operai, infermieri e anche qualche medico; trovare posti di lavoro è una delle attività importanti della organizzazione del Boccaccio e, come magari non accade per lo stato, la “rete” conosce disponibilità e occasioni, non importa quanto distanti.

Se eventualmente manca qualcosa nel curriculum, secondo il tariffario, può essere facilmente inserito, con apposita e inattaccabile documentazione.

La gratitudine che ancora anima i gregoresi è documentata dal fatto che durante  l’annuale processione, dedicata a San Gregorio, la statua si ferma sempre, inchinandosi, sotto i balconi della villa del signorotto.

Amintore ha due fratelli, ognuno in un posto importante della pubblica amministrazione, tre figli ufficiali: due avvocati e un commercialista e altri figli sparsi tutto intorno, perché talvolta erano stati necessari pagamenti in natura da parte di donne che richiedevano un favore.

Insomma: alla pacifica bellezza di un panorama splendido corrisponde una fogna morale che dovrebbe essere insopportabile per ogni essere umano.

“Hai capito! Il tuo paesello! Il bello è che non succederà niente…avvocati, querele e fucilate risolveranno tutto…”.

Ad ogni frase Luigi aveva sottolineato, con intense occhiate, quello che leggeva, con una espressione che significava: visto!

Piero Parillo sapeva che c’era molto di vero e sapeva anche che quel giornalista che aveva scritto di queste cose aveva i giorni contati: avrebbe avuto presto un qualche incidente grave. Si vergognava di quanto stava pensando: era stato contento di andarsene da un’altra parte.

Giovanni Lo Cascio era stato per anni il factotum, ma proprio tutto, del senatore; aveva fatto scomparire ogni prova e lavato e ripulito dove erano rimasti rifiuti.

Aveva assistito a ogni incontro importante del padrone, come quello avvenuto anni prima con un “signore” del Nord: rispondendo a quel “signore” venuto da lontano, Amintore giocava , come fa il gatto con il topo: “Quello che mi chiedi, figlio mio, è difficile e costoso”.

Chiamava tutti “figlio mio” nel dubbio che potesse essere vero, visto che talvolta, in mancanza di denaro aveva ricevuto pagamenti di altro genere.

Gli piaceva sottolineare le difficoltà dell’impresa per poter poi lucrare maggiormente sulla sua realizzazione.

“Una laurea! Qui poi per varie cose, sono due casi, perché so io…è già capitato, proprio in quella università…sono cose molto difficili….mah…..vedremo. Tu digli di studiare.. sono lavori di precisione e costosi, ma questo so che non è un problema per te..”.

Affossato nella grande poltrona, con un sigaro toscano all’angolo della bocca, con gli occhi bovini che sembravano guardare un punto lontano e un brontolio del respiro dovuto al cronico catarro, poteva sembrare che il boss stesse per arrendersi. Giovanni sapeva che non era così.

Stava organizzando mentalmente il piano, decidendo la strategia, evocando alla memoria quelli che avevano un debito con lui e che avrebbero certamente collaborato. Era difficile, certo, ma non impossibile. Aveva in giro debitori di varia grandezza e proprio qualche tempo addietro aveva avuto una richiesta da quella stessa università ….sì….si poteva fare….

Come un novello innominato accettava la sfida e, contrariamente a quello, non avrebbe avuto crisi di coscienza. Un nuovo lavoro per il Lo Cascio.

Io mi chiamo Eugenio Toschi e sono un medico internista nell’ospedale San Marco di Burmate.

L’ospedale non è grande, ma ha tutto quanto può servire la popolazione di Burmate, un grande paese alle porte di Milano. Burmate è famoso per le ceramiche: stoviglie di lusso e anche a buon mercato, sanitari e tutto quanto di altro, tipo piatti e insalatiere decorate, possa essere fatto con la ceramica; quella della ceramica è una tradizione storica: molte stoviglie nelle suite di lusso del Titanic arrivavano da Burmate, prima che gli fosse impresso il logo della White Star Line.

È un paese ricco, pieno di capannoni e negozi. C’è una grossa banca degli artigiani e la generosità dei più ricchi imprenditori ha permesso di ottenere attrezzature e personale che altri ospedali non potrebbero permettersi. C’è la risonanza magnetica di ultima generazione e il fibroscan, tutte cose che possono servire, sempre che si sappia quando usarle; non si può fare affidamento solo sugli esami strumentali se non si è visitato accuratamente il paziente. Questo insegno a quegli studenti in medicina a cui capita di seguire il tirocinio nel mio reparto.

Ho studiato a Milano e poi mi sono specializzato in Medicina Interna: lavoro a Burmate da più di vent’anni: vivo a un paio di chilometri dall’ospedale, in un bilocale pieno di libri e di musica. Strimpellavo la chitarra e talvolta una tastiera polverosa che ho in un angolo della stanza, ma la maggior parte del tempo l’ho passato a studiare e leggere le riviste mediche, ascoltando musica classica.

Nella mia casa si sente la mancanza di una mano femminile: due volte alla settimana viene una signora a pulire e riordinare con l’ordine di non spostare niente, il che impedisce totalmente ogni tentativo di riordino. Mi ritengo fortunato di lavorare con un gruppo di colleghi preparati e disponibili.

Siccome il primario è impegnato soprattutto nelle attività di “relazioni pubbliche”, essendo io il più “anziano” del gruppo, sostanzialmente faccio il caporeparto.

“Eugenio è proprio bravo”, stava pensando Fabio Della Morte, uno dei suoi colleghi, quello più vicino ad Eugenio, figlio di uno dei più ricchi industriali della zona.

“È molto bravo, anche se talvolta si fida troppo del suo intuito. Io sono forse più preciso, metodico. Visitare i malati è un compito che eseguo sempre meticolosamente, come una specie di coercizione ossessiva, non posso sbagliare..non posso”.

“Fabio è il migliore” – stava dicendo Eugenio a Silvana, la nuova tirocinante, “applica sempre il metodo con precisione e serietà, molto più di me, che spesso salto alle conclusioni; come conosce lui i malati credo che nessuno lo sappia fare”.

Quando il primario arriva in reparto, non troppo spesso a dire il vero, impegnato com’è nella parte burocratica e politica, almeno così dice lui, per informarsi su alcuni malati, Fabio gli presenta relazioni precise e cartelle compilate in modo esemplare, così che riceve sempre una lode e un colpetto sulla spalla.

“Anche lei, dr. Toschi, è bravo, sono fortunata a essere in questo reparto, ha la capacità di “sentire” un qualcosa in più, qualche intuizione che, associata alla precisione di Fabio, fa sì che siate una coppia speciale nel reparto di medicina. Difficilmente vi sfugge una diagnosi”. Era leggermente arrossita, come le capitava quando parlava d’istinto, senza aver prima pesato le parole.

Fabio Della Morte è alto, porta occhiali con una montatura scura che lo rendono un po’ cupo, sorride poco, ma è estremamente gentile e disponibile. Ha iniziato a studiare a Milano ma, al sesto anno, prima della laurea si è trasferito alla università degli studi di Palermo, dove si è laureato. A Milano aveva incontrato un ostacolo insuperabile nel professore di ginecologia e ostetricia: questo professor Giordano era uno spauracchio per tutti.

Teneva lezioni al mattino prestissimo e organizzava tirocini notturni per gli studenti: trattava tutti “dall’alto in basso”, colleghi e studenti, sarcastico, anche offensivo talvolta, forte di fama e appoggi politici.

Anche io avevo avuto a che fare durante il corso di laurea con il professor Giordano: ricordo la prima lezione; il professore era arrivato con la lunga coda dei suoi assistenti. Nell’aula, dove si era fatto un silenzio totale, il Giordano si era erto sulla cattedra e aveva parlato: ”Io sono il professor Giordano e voi siete cacca!”

Oggi, dopo le contestazioni studentesche, che erano iniziate proprio in quel periodo,  non sarebbe concepibile che un professore si rivolgesse così agli studenti, ma allora sì, senza che nessuno potesse offendersi o contestare.

Fabio mia aveva raccontato la sua esperienza, in un pomeriggio tardi, quasi sera inoltrata, quando stavamo appendendo i camici per andare a casa.

Il professor Giordano lo aveva preso di mira: ironizzava di fronte a tutti pesantemente sul suo cognome e, conoscendo di chi era figlio, anche su sanitari e “cessi”, ridicolizzandolo pubblicamente. Non si sa perché questo professor Giordano ce l’avesse tanto con Fabio ma sta di fatto che lo bocciava regolarmente, ogni volta che tentava l’esame: ”Eccolo qui!” – disse una delle ultime volte che Fabio si era presentato – “Nomen omen! Ci illustri la morte intrauterina..” – intanto sorrideva, guardandosi in giro alla ricerca del consenso che arrivava puntuale nelle file degli studenti che sapevano che sarebbero a breve passati da quella forca.

Dopo i troppi tentativi, avendo suo padre un conoscente in Sicilia che si era interessato, Fabio aveva finito l’università a Palermo. Aveva poi trovato rapidamente posto nel reparto di Medicina dell’ospedale di Burmate e si era trovato subito in sintonia con i colleghi, soprattutto con me.

Da circa tre mesi in reparto era arrivata Silvana per il tirocinio dopo la laurea; è una ragazza molto attenta e preparata e anche molto carina e simpatica.

Silvana ha un viso rotondo, con guance sorridenti e occhi grandi che sembrano quelli di una bambina; non è alta, ma è perfettamente proporzionata.

Fabio la segue con molta attenzione e si vede che la guarda anche con interesse. Fabio non è sposato, e neppure io per questo, come se avessimo sposato l’ospedale; siamo i primi ad arrivare e gli ultimi ad andare via.

L’unica vera pausa della giornata lavorativa è il caffè che si va a bere, subito dopo le consegne, al bar che sta sotto le scale, nell’atrio del primo piano, dove c’è anche chirurgia e ortopedia. Tempo fa c’era anche la ginecologia e l’ostetricia, ma il punto nascita è stato spostato a Milano, perché nascevano pochi bimbi, soprattutto extracomunitari e questo infastidiva un poco il  sindaco, che fa parte della lista civica “Burmate per noi”, che ha vinto le elezioni e in quel “noi” comprende solo i Burmatesi autoctoni e i più importanti imprenditori. In realtà Burmate è piena di lavoratori stranieri, impiegati nelle ditte sparse tutto intorno: compaiono al mattino, tutti insieme verso il lavoro e spariscono la notte. Probabilmente dormono in qualche capannone dismesso ma di cosa facciano, loro e le loro famiglie, non interessa granché alla popolazione di Burmate.

Dove vadano adesso a partorire non si sa, probabilmente a Milano.

Sta di fatto che nei parchi e negli asili di Burmate si vedono comunque molti bambini neri, riccioluti e con grandi occhi curiosi.

Andare a bere il caffè al bar, in un ospedale piccolo come quello di Burmate, rappresenta un modo per incontrare i colleghi di altri reparti; tra le battute e i pettegolezzi si possono scambiare impressioni e pareri, sollecitare visite e tanto altro.  Nascono rivalità e anche amori. Qualche mese fa una collega della pediatria aveva perso la testa per un giovane anestesista e il fatto, anche se si diceva non avesse avuto nessun seguito, aveva suscitato commenti piccanti e ironie; la collega infatti era vicina alla pensione e non era riuscita a nascondere quell’improvvisa passione, così che talvolta si comportava in modo infantile e ridicolo durante le pause del caffè quando incontrava l’oggetto del suo incontrollabile sbandamento, arrossendo confusa e balbettando.

Un momento importante della “pausa caffè “ è l’arrivo del professor Pedazzi, il primario chirurgo. Arriva accompagnato da una coda lunghissima di aiuti, assistenti, volontari, studenti, la caposala del reparto e della sala operatoria, coda che si dipana lungo il corridoio e poi dentro il bar, come un serpentone. I primari presenti e il famoso chirurgo stanno vicini davanti al bancone, e tutti gli altri intorno, lasciando una specie di alone di spazio intorno ai direttori.

Il professor Pedazzi è davvero un bravo chirurgo: avrebbe potuto lavorare a Milano, dove sicuramente non avrebbe sfigurato, ma aveva scelto di restare a Burmate, dove era quasi venerato dai pazienti e dalla popolazione tutta.

Era un uomo alto e magro, con il volto scavato e gli occhi intelligenti, abbastanza anziano di carriera per comportarsi come un vecchio “barone” universitario, nonostante non avesse che poco più di cinquant’anni; in sala operatoria, dove davvero sapeva destreggiarsi con abilità e competenza e grande intelligenza, si comportava come un demiurgo, brillante e ironico, talvolta sprezzante verso aiuti e assistenti che si divertiva a prendere in giro. Sapeva però insegnare, non era egoista come taluni altri, si diceva che fosse così lo specialista otorino, che quasi nascondevano il campo operatorio per impedire la vista ai colleghi quando eseguivano  alcune speciali manovre.

Il suo aiuto più anziano era infatti diventato bravo quanto lui e si diceva che sarebbe certo stato il prossimo primario quando Pedazzi fosse andato in pensione.

Il dottor Giusti, appunto questo aiuto, Stefano Giusti, è un mio grande amico e le cose che so del comportamento del Pedazzi in sala operatoria, le so da lui; abbiamo anche lavorato insieme perché ci fu un periodo nel quale avevamo frequentato un corso di laparoscopia, a Padova. Era cosa da chirurghi, perché si tratta di guardare dentro la pancia della gente attraverso dei buchi fatti dall’esterno, ma, in quel periodo era una tecnica che permetteva di vedere il fegato, un organo che io studiavo.

Adesso, con l’ecografia e altre tecniche radiologiche; le laparoscopie degli internisti sono sostanzialmente abbandonate.

Comunque per un certo periodo, anche io ho usato la sala operatoria per fare le  laparoscopie; così ho potuto confermarmi che scegliere di fare internista e non il chirurgo era stata la scelta migliore.

L’ambiente chiuso della sala operatoria e il lavoro manuale che vi si svolgeva era il contrario del mio modo di intendere la medicina: valutazione accurata della storia medica del paziente, visita approfondita, ragionamento e discussione con i colleghi, sulla base dei rilievi della letteratura.

Era stato l’insegnamento dei miei “maestri”, quando ascoltare e guardare e visitare era il principale modo di fare diagnosi, visto che non c’erano molti degli esami che, al giorno d’oggi, sostituiscono spesso, ma in modo insufficiente, il metodo clinico collaudato dal tempo.

In tutto questo Fabio Della Morte era sicuramente il migliore.

“Fabio – gli dissi una volta“ tu sei molto bravo e hai una particolare esperienza in campo gastroenterologico, anche se non sei specialista sulla carta e, lasciatelo dire, non ho mai capito perché non ti sei preso almeno una specialità; medici come te non ce ne sono molti in giro. Sei troppo timido! Devi pretendere di avere almeno una struttura semplice o una fascia di alta qualità. Io ormai ho il mio tran tran e quello che faccio, e che farò fino alla pensione, mi basta, ma tu…”

“Va bene così -mi rispose con la consueta dolcezza- seguo il tuo esempio, non ho bisogno di soldi e neppure di maggior visibilità”.

Un giorno che ero nella saletta vicino alla sala operatoria più grande a fare una delle  mie laparoscopie, mi chiamò il professor Pedazzi e volle che andassi lì vicino a lui, vicino al campo operatorio.

“Vede, dr. Toschi, questo intervento lo fa solo Heidoven a Stoccolma e Pedazzi a Burmate”.

Aveva evidentemente bisogno di fare un po’ di teatro; da sopra la mascherina guardavo gli occhi del mio amico Stefano che avevano l’espressione di chi avrebbe detto -pazienza, è fatto così – mentre ero lì costretto guardare senza neppure capire bene che cosa stesse facendo.

“Voi internisti siete buoni a filosofare ma poi è Pedazzi che deve agire!” – disse mentre rigirava un filo tra le dita, annodando ripetutamente – “e questo è l’ultimo punto che darà per oggi Pedazzi, chiudete pure”, disse ancora allontanandosi dalla scena, come ascoltando dentro di sé gli applausi che immaginava scoppiare dalle tribune, come accadeva all’università, quando operava qualche celebre barone e tutti i suoi accoliti stavano in alto e guardavano attraverso una vetrata quanto accadeva di sotto; alla fine Pedazzi uscì con una specie di inchino mentre si toglieva la mascherina che aveva lanciato verso il bidone di raccolta delle cose sporche, centrandolo ovviamente al primo colpo. Eh! Sì, Pedazzi era certamente l’elemento di punta dell’ospedale.

Aveva studiato alla università di Cagliari che in quel periodo era una università all’avanguardia e poi aveva seguito corsi di specializzazione qui e là per il mondo. Aveva fatto un master presso l’università di Palermo e lì aveva anche conosciuto il dr. Della Morte.

Era approdato a Burmate certamente anche perché era protetto da un politico locale del quale aveva sposato da pochissimo la figlia. Su questo matrimonio si erano fatti molti pettegolezzi: il chirurgo era molto più vecchio della sposina e tutti avevano sottolineato che pareva un matrimonio di interesse; nella realtà era successo che questa Sara si era davvero innamorata del Pedazzi, dopo che lui aveva brillantemente operato la madre.

Professionalmente il comportamento del Pedazzi poteva risultare fastidioso talvolta e infatti Fabio, quando lo incontrava, cercava sempre di sgattaiolare via.

Gli ricordava il modo di fare di quel Giordano con il quale si era scontrato.

Il dr. della Morte lo aveva  incrociato per un breve periodo durante l’università, quando a Milano il Pedazzi aveva preparato l’esame di Chirurgia Generale, con il famoso professor Malacchi, prima di trasferirsi definitivamente a Cagliari.

Fabio era rimasto indietro di quasi due anni per gli inciampi con la ginecologia.

Le loro strade professionali si erano poi divise per rincontrarsi dopo anni all’ospedale di Burmate.

Era quasi ottobre e si cominciavano a vedere i primi arancioni delle foglie e arrivando all’ospedale, poco prima della curva che immetteva nel viale che costeggiava il nosocomio, si incontravano i primi banchi di nebbia. Dietro l’ospedale vi erano campi coltivati e rogge che arrivavano oltre all’edificio che accoglieva il SERT, il luogo dove venivano seguiti i tossicodipendenti, alcolisti soprattutto ma anche dipendenti da droghe pesanti come l’eroina e la cocaina. In quella mattina tutto pareva andare bene, seguendo il consueto copione.

Giovedì 30 settembre però tutto cambiò.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Lodovico Boncinelli
Lodovico Boncinelli è un medico internista. Ha scritto testi teatrali, romanzi e poesie. Attualmente in pensione, continua a divertirsi dipingendo, suonando il pianoforte e scrivendo. Ha pubblicato tre romanzi: Wally nel 2016, Il Coro nel 2017 e Elettroni sul Lario nel 2018 e due raccolte di poesie: Il Viaggio nel 2015 e Viaggiare ancora nel 2018.
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