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Affetti smarriti

Affetti smarriti
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Consegna prevista Febbraio 2022
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Adele è cresciuta a Parigi e si trasferisce a Mantova per studiare. È una ragazza tanto determinata nelle aspirazioni professionali quanto indecisa nelle questioni di cuore. Lontano da casa mette in discussione la vita programmata con Simon e inizia a conoscere la vera sé.
Flavio, dopo anni da pendolare, cerca la propria indipendenza, divincolandosi dalla morsa di genitori troppo accudenti. Pragmatico e razionale, non lascia spazio alla propria emotività e vive i rapporti affettivi con disillusione.
Le strade dei due studenti di architettura si incrociano tra i banchi universitari, scardinando le reciproche convinzioni e legandoli in un rapporto fatto di attesa, egoismo, indecisione e sottomissione.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro ha preso spunto dalla storia d’amore di qualcun altro. Non mia, appunto, ma di un amico. Spesso le idee più brillanti arrivano da uno stimolo esterno ed è così che è nato Affetti smarriti. Due studenti di architettura e un amore travagliato: l’ispirazione iniziale da cui il racconto si è emancipato, sviscerando le dinamiche di un rapporto tutt’altro che sano.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I.

Guardando fuori dalla finestra di quella stanza umida e troppo piccola, Adele non riusciva a trovare la voglia di arrotolarsi la sciarpa intorno al collo e infilarsi il cappotto per uscire.

Il clima di Mantova era davvero troppo diverso da quello della sua Parigi. Era abituata a indossare indumenti pesanti durante l’inverno, ma a quella nebbia fitta, che lasciava tante piccole goccioline sui suoi capelli neri, proprio non si rassegnava. Le vedeva formarsi e scivolare lungo il vetro, provocandole un brivido che dalla nuca raggiungeva la punta dei piedi. Immaginava la sensazione di bagnato che da lì a pochi minuti quelle gocce avrebbero generato sulla pelle del suo viso, lungo la strada verso l’università.

Non riusciva a pensare ad altro, seduta sul copripiumone di lana adagiato ai piedi del letto. Lo aveva lavorato a maglia per lei zia Corinne, una donna molto premurosa e a tratti ansiosa. Temeva sempre che Adele si ammalasse e quando aveva saputo che la nipote si sarebbe trasferita in Italia per studiare aveva preparato i rimedi del caso.

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«Clima rigido quello della Lombardia in inverno, mia cara», l’aveva avvertita, consegnandole il copripiumone. «Lo zio Claude faceva parecchie trasferte di lavoro da quelle parti quando era giovane e ancora ricordo i suoi racconti sull’umidità che penetra nelle ossa».

Allora Adele aveva creduto che la zia esagerasse come suo solito, ma presto si sarebbe accorta di quanto invece avesse ragione.

In giornate come quella si domandava se fosse valsa la pena aver lasciato Parigi per studiare a Mantova, ma il Politecnico era pur sempre una delle migliori facoltà di architettura d’Europa.

Altri giorni, invece, quando la nebbia si alzava e i profili della città tornavano a definirsi, si convinceva di aver fatto la scelta giusta.

Infilandosi il berretto color senape, le tornò alla mente il pomeriggio trascorso insieme ai compagni di studi, qualche giorno prima.

Alessandro aveva portato lei e Andrea in una graziosa piazza nel cuore della città. Piazza Virgiliana era il suo nome e Adele si era innamorata all’istante di quello spazio ordinato e ricco di verde. Aveva pensato che sarebbe piaciuta anche a Simon e che gliel’avrebbe mostrata appena sarebbe andato a trovarla.

Lui studiava urbanistica a Parigi e quella era la prima esperienza, di studio e di vita, che affrontavano a distanza dai tempi del liceo.

A pochi passi da lì il fiume Mincio scorreva intorno alla città, formando tre bacini d’acqua familiarmente chiamati laghi dai suoi abitanti. I tre giovani avevano deciso di fare una passeggiata lungo le sue rive. Il berretto di Adele era finito in acqua per uno stupido scherzo ideato da Andrea.

Il ricordo di quella piacevole giornata di sole le diede la spinta necessaria a uscire dalla porta di casa e incamminarsi nella nebbia. Chiudendosi il portone del palazzo alle sue spalle, rise al pensiero del suo copricapo che galleggiava insieme ai cigni.

II.

Le ore di sonno non erano mai abbastanza per Flavio. Ogni giorno apriva gli occhi blu alle 05:50, per prendere il treno delle 06:35 ed essere in aula pronto per la lezione alle 08:15.

Quando la sveglia suonava aveva bisogno di ripetersi quanto desiderasse diventare un architetto per trovare la forza di alzarsi dal letto, o quella fatica sarebbe risultata inspiegabile, soprattutto nelle mattine fredde d’autunno.

Contando la laurea triennale, quello era il quarto anno che conduceva una vita sfiancante tra Modena e Mantova. Si era domandato a lungo se proseguire gli studi e completare la sua formazione con una magistrale, e alla fine si era deciso a iscriversi.

«Sono piuttosto stanco, lo ammetto. Ma a cosa sono serviti questi tre anni se non finisco il percorso?», rifletteva a voce alta rivolto ai genitori.

Nonostante le buone possibilità economiche della famiglia, Flavio si era mantenuto gli studi lavorando nel fine settimana e aiutando il padre nel suo negozio di ferramenta, quando ne aveva bisogno. Il denaro gli aveva spesso fatto pensare di fermarsi e di rinunciare alla carriera di architetto, ma sapeva che avrebbe voluto aspirare a più in alto.

Si era così iscritto alla laurea magistrale in progettazione architettonica e storia. Il Politecnico era per lui un ambiente familiare e a cui era legato, dunque aveva proseguito nella sua amata Mantova. Non mancavano i momenti in cui malediceva quella scelta, ma alla fine prendeva ogni giorno il treno delle 06:35, più o meno puntuale.

Quel lunedì di inizio novembre era riuscito ad arrivare in orario per la lezione di tecniche di rappresentazione dello spazio, la sua preferita del primo semestre.

Mentre era in attesa dell’arrivo del professore, si perse a pensare come il viaggio in treno di quella mattina fosse un grande punto interrogativo nella sua memoria. Ricordava di essere salito sul vagone in testa al mezzo, di essersi seduto accanto a una ragazza che ascoltava una canzone dei Red Hot Chili Peppers nelle cuffie a un volume talmente alto che poteva scandirne le parole. Ciò non gli impedì di addormentarsi sulle note finali del brano.

Slit my throat, it’s all I ever”.

Flavio si era risvegliato alla stazione di Mantova grazie all’avviso della voce registrata che annunciava il luogo di arrivo. Si era passato la mano sinistra tra i ricci biondi, come d’abitudine, si era allacciato la giacca in pelle, troppo leggera per la stagione, e si era incamminato a passo rapido verso la sede dell’università.

Seduto tra gli ultimi banchi dell’aula, pensò che avesse bisogno di carburante, dato il tardare del professor Severi. Così uscì nel chiostro a fumare una Winston Blu.

Il fumo della sigaretta si confondeva con la condensa del suo respiro.

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Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    All’inizio l’ho iniziato un po’ per gioco, senza prenderlo troppo sul serio. La mia carissima amica Laura mi ha detto “ho scritto un libro! ti piacerebbe leggerlo?” e così ho iniziato.
    Non avrei mai immaginato di tuffarmi in questa storia cosi travolgente, l’ho letto tutto d’un fiato non riuscivo a smettere! C’è tanto di lei e della sua vita dentro questo libro, ne vale davvero la pena.
    Grazie amica!!

  2. Martina Badiali

    (proprietario verificato)

    Affetti Smarriti è una lettura piacevole ed emozionante. Con la sua scrittura coinvolgente e scorrevole l’autrice ha avuto la capacità di farmi immergere nel mondo visto con gli occhi dei protagonisti, fin dalle prime pagine del romanzo. L’ho divorato in pochi giorni! Consigliatissimo per tutte le età.

  3. (proprietario verificato)

    Salve a tutti 😊. Consigliatissimo. Affetti smarriti, titolo bello, originale, azzeccatissimo. Un romanzo ricco di dettagli che ti trasportano completamente all’interno del libro e ti permettono di vedere quello che stai leggendo. Ottima cura dei personaggi, e ambientazioni. È un romanzo che incuriosisce, scorrevole, fresco. Io l’ho divorato. Complimenti alla scrittrice 😊

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Laura Turci
Mi chiamo Laura Turci, ho ventotto anni e vengo dalla provincia di Modena. Nella vita sono educatrice nell’ambito delle dipendenze patologiche, ma nel tempo libero vado alla costante ricerca di nuovi stimoli. Suono pianoforte e violino, amo la fotografia, il design d’interni e, naturalmente, la scrittura. Lettrice da sempre, ho deciso di cimentarmi in una nuova avventura nel ruolo di autrice ed è così che è nato il mio primo romanzo.
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