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Archetipo - Fragili vascelli

Archetipo - Fragili vascelli
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Consegna prevista Agosto 2022
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Una consueta sequenza di azioni quotidiane e ripetitive fa da sfondo a due personaggi in opposizione tra loro. Entrambi compiranno un viaggio all’interno del proprio inconscio, traendo spunti per la interpretazione della realtà. Attraverso il sogno riusciranno a tuffarsi nel fondo del proprio Io. Si scontreranno con le proprie paure, insicurezze e angosce. Si immergeranno nel sogno e ne usciranno completamente disgregati, dovendo affrontare il compito di ricomporsi ogni volta. Ricomporre il puzzle della propria percezione.
Alla fine del viaggio avranno compreso che ogni fine porta inevitabilmente ad un nuovo inizio e che spesso il controllo giunge quando si rinuncia al comando.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro nasce dall’idea di provare a descrivere il processo simbolico alla base dell’elaborazione della nuova percezione. Simboli che poi si attuano nella quotidianeità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Le viscere del cosmo

Un tubo colorato, nero nel fondo e verde smeraldo nelle scaglie. Un serpente, la bocca grande e dentata, famelico rischiara il cielo il suo sibilo.

Gli montò sul dorso e guadò i passi e scrutò le caverne oscure di quel monte.

Sotto scorrevano torrenti impetuosi di acqua verde e chiara, piena di pesci di ogni forma, che con piede d’acqua nuotavano e viravano in ogni direzione.

La mia guida strisciò con vigore in quell’acque e li seguì, giocavamo a rincorrerli, a catturarli. Ci spingemmo all’orlo del loro salto, ci accostammo al loro virare e scoprimmo nei loro umidi occhi il segreto del mare.

Un recipiente, un calice che gettò i bastoncelli sacri della creazione. Tra le sue acque trovarono accoglienza tutte le razze del mondo che giocarono a rincorrersi e a mordersi. Cosi mano a mano presero forma battaglioni di ogni tipo, forma e razza.

E giunse anche il giorno per l’essere umano, che si ritrovò a rantolare sulla terra muovendo i suoi passi alla ricerca del ceppo che lo originò.

Quel sacro serpente era la divinità che dimorava nel cosmo, che abbracciava le stelle e le nubi, la luna e i pianeti, sapeva permeare nell’acqua, correre sulla terra e strisciare nel ventre dell’uomo e della donna, giungendo ogni razza alla creazione.

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II

Tre personaggi

La sveglia suonò alla solita ora. S’ alzò, s’ avviò in bagno e si piazzò davanti lo specchio. Attese giusto il tempo necessario che l’occhio riuscisse a inquadrare nel tempo e nello spazio la sua figura.

Si scoprì come la mattina prima, come la sera prima, nulla sembrava essere cambiato nel suo volto. Si compiaceva di tutto ciò ed era orgoglioso che nel suo essere nulla cambiasse, ma che il tutto si muovesse sempre uguale. Sempre la stessa espressione, sempre lo stesso taglio di capelli, sempre la stessa barba, quasi come se mai crescesse.

Raccolse bene l’acqua nel bacino delle sue mani e si sciacquò il viso. Studiava ogni movimento del suo corpo, lo guardava ma poco lo scrutava.

Si diede due o tre colpetti rapidi e forti sulle guance, giusto per risvegliare la circolazione e immediatamente dopo: denti, cerume negli orecchi, un po’ di gel ai capelli e pronti per la vestizione.

La sua stanza è piccola, un letto ben accostato al muro e un armadio poggiato sull’altro. Una minuta scrivania piena di scartoffie confuse e una sola foto incorniciata appesa al muro, di fianco al piccolo armadio. La foto ritraeva una squadra di calcio. Lui posto ai bordi della formazione, sul lato destro di chi guarda e sul sinistro di chi si mostra. Probabilmente giocava poco, lo si poteva intuire dal numero sul calzoncino, coscia sinistra: il quindici.

E’ noto che i numeri di maglia dei titolari vanno dall’uno all’undici. Dal portiere, uno; passando per il regista di centrocampo, cinque; appoggiandosi all’estroso del gruppo, dieci; e concludendo con la mezza punta, undici.

Il suo, quindici, rivelava un’anima da terzino sinistro, anche se destroide, giusto perché a sinistra si trovava più spazio, poiché i mancini risultano in minoranza.

Il tutto sarebbe risultato curioso agli occhi di molti suoi compagni di bevuta, poiché in ogni occasione s’atteggiava spesso a fermo titolare, e non solo, annoverava tra le sue inenarrabili qualità quella di segnare molti gol, anche se terzino.

Aperto l’armadio giunge il momento della scelta, piuttosto effimera poiché l’ armadio accoglieva giacche, camice e calzoni tutte dello stesso colore. La scelta sarebbe ricaduta tutta a vantaggio del capo più fresco e profumato.

Nonostante tutto impiegò circa venti minuti.

Nessuna sveglia suona per lui, solo una voce, che ogni giorno gli si butta addosso con forza e lo desta.

Apre l’occhio, poi l’altro e si guarda attorno stralunato. Controlla lo stato del suo ventre, lo tasta con i palmi e lo riconosce sempre uguale: non un millimetro di meno, troppo gonfio.

Scosta le coperte e fa un po’ di fatica a scendere dal letto. I suoi centoventi chili si fanno sentire in questi casi. Mette le pantofole e si avvia in bagno, come sempre speranzoso.

Una volta entrato chiude la porta a chiave. Quello è il suo momento, forse il più delicato della giornata. Nessuno deve interferire.

Apre l’acqua del rubinetto. Il getto scende troppo freddo, regola le manopole, tiepido, infine opta per un’acqua calda, quasi bollente. Tutto questo senza mai guardarsi, tutto al buio. S’intravedeva e si dava una forma nel perimetro dello specchio solo dopo aver sciacquato il viso.

Quando incontra il suo sguardo non lo regge per molto, guarda i suoi occhi, ma non li inquadra, quasi non ne conosce il colore. Si direbbe un verde, ma se fosse chiaro o scuro proprio non sarebbe riuscito a dirselo.

Intanto, fuori dalle porte già muoveva i suoi passi quel grigio mantello senza grinze né sfumature. S’aggirava per il mondo: attraversava le strade; solcava i marciapiedi; entrava nei salotti e si raccoglieva nelle bocche di chi parlava. Poi saliva su per i camini e si diffondeva nell’aria. S’apriva a ventaglio sulle teste di tutti quelli che ansimavano e procedevano a capo chino là sotto.

III

Un procedere tragico della speme

  • Giulio…Giulio…svegliati. –la voce di sua madre.

Dopo essersi lavato ed aver osservato la sua gigantesca mole, esce.

La sua giornata si svolgeva sempre allo stesso modo, mai grandi scossoni e lui di questo era felice. Non amava molto i cambiamenti, nonostante i suoi ventisette anni, età in cui si avverte un forte senso di rinnovamento.

Una volta entrato in macchina e averla avviata si dirige al solito bar, dove l’attendono i soliti saluti di circostanza e la sua sensazione di controllo sugli eventi.

Giunto a destinazione controlla i capelli, un incitamento all’ autostima e carico s’ avvia all’entrata. Nella sua testa già s’è fissata l’intera scena di quell’ora. Sa già che appena svoltato l’angolo ed essersi immesso nel piccolo vialetto che porta all’ingresso troverà Angela, poggiata con le spalle al muro, la mano sinistra che cade sulla gamba omologa e reca in mano il nuovo paio d’occhiali vintage, mentre sull’altra mano s’annida tra le sue dita una fumante sigaretta. Non appena sarà nei pressi del suo cerchio, lei lo saluterà con un semplice e lieve gesto del capo, quasi stancata dal quel movimento che ripete ad ogni passante. Passata Angela si troverà dritto davanti gli occhi Fuscas, uno dei proprietari del bar, che sosta spesso nell’anticamera esterna: fa accoglienza. Sembra uno di quei pi erre che si incontrano nei pressi delle discoteche, sempre pronti a gettarti nel calderone infernale della musica elettronica. Lo saluta con la solita battuta ed entra.          

Tutto avviene secondo copione, tutto tranne un piccolo particolare: stamane dentro il bar ha preso posto una nuova figura: un volto sconosciuto.

Resta spiazzato e avverte una piccola incrinatura nello specchio, che con tanta cura deve mostrare la sua immagine. Beve la sua spremuta con agitazione. Avverte gli occhi dello sconosciuto scavargli solchi sulle spalle. Neanche finisce la tartina che veloce esce con la sigaretta tra le dita. La porta alle labbra, si guarda attorno, la accende e tira.

Per un po’ resta solo, nessuno che gli offra spunto per la battuta quotidiana ben preparata fino a poco prima di uscire. Aspira nervosamente, tira quasi a farsi scoppiare le vene del collo e continua a guardarsi attorno.

La sua postura è un misto tra rilassata e tesa. Incassa le spalle e ogni volta che tira muove energicamente la testa in avanti, enfatizzando ancor di più il rapporto di assoggettamento che ha con quella cosa. Non è lui che ne decide il moto, piuttosto è quella che tira tutto il suo corpo a sé. Sembra quasi che quella domini un filo che da essa parta ed alle labbra di lui finisca.

Ma ecco che quasi alla fine della sigaretta gli si offre una situazione: un compagno di bar ha appena parcheggiato a pochi metri e si prepara a prendere il caffè. Pare eccitato, getta la sigaretta che riservava ancora due o tre boccate e si prepara a ricevere il viandante abituale.

Aveva l’abitudine di assumere il controllo delle situazioni, voleva e doveva comandare i rapporti. V’ era in lui l’ossessione, la necessità di porsi al centro, la volontà  di assumere la gestione al fine di evitare gli interventi della casualità. Ma quando il caos decideva di non avere rispetto per le sue necessità, facendo irrompere nella scena individui che avessero, naturalmente, la capacità di attrarre e riuscissero col solo intervento dello sguardo a gestire le emozioni e suggerire le intenzioni, lui perdeva quasi il controllo e iniziava ad attuare meccanismi di difesa che tendevano a denigrare.

La sua strategia era questa: ogni volta che un individuo dimostrava di avere capacità di attrazione sugli altri, lui interveniva cercando di screditare qualsiasi cosa questi proponesse. Aveva la forza e la costanza di lavorare per lunghi periodi sempre alla ricerca di nuovi metodi da applicare alle varie situazioni che si sarebbero venute a creare. Spendeva il suo ingegno ad anticipare, intuire possibili situazioni nel futuro prossimo e intervenire manipolando. Riusciva addirittura a creare situazioni ex novo al solo scopo di volgerle a proprio vantaggio. Si soddisfaceva ogni volta che effettuava questo sopruso, tutte le volte che piegava le situazioni a proprio vantaggio. Ma la soddisfazione era strettamente legata alla necessità. V’ era in lui il rifiuto di comprendersi ed intervenire. Il suo ingegno era molto e fine, ma la destinazione del suo agire si muoveva spesso all’offesa, piuttosto che all’autocensura.

Dopo essere passato a casa e aver gustato il piatto di pasta che la madre, amorevolmente, gli faceva trovare ogni giorno a tavola, va in bagno a mascherarsi.

Mentre siede sulla tazza del cesso ascolta le voci dei genitori che discutono. Tutto gira, come al solito, attorno a lui.

Il padre, uomo sempre ben vestito, con baffi lineari e occhiali ben poggiati all’estremità distale del naso sottolinea il fatto che sia un perditempo, un viziato e un visionario. Un essere che si muove fuori dal tempo e senza uno scopo.

Ma lui ha uno scopo, quel vecchio signore non lo sa, ma lui l’ha dritto davanti gli occhi e quando l’avrà raggiunto… allora si che tutti vedranno di cosa sarà stato capace!

Le voci ancora continuano a scambiarsi umori e toni in cucina.

  • Ma ti sembra normale che un ragazzo a trent’anni ancora viva con i suoi genitori?- freddo si rivolse alla moglie.
  • E cosa c’è di male? Mi spiace ma non ti capisco. – lei.
  • Non credo sia normale che uno a trent’anni non provi un minimo senso di indipendenza e se ne stia chiuso qui a perdere tempo, senza arrischiarsi a costruirsi una vita propria lontana da noi!

         Quella lo guarda e non risponde subito.

  • Non dire cosi, sai che si sta appoggiando da noi, ancora, solo perché in attesa che quel suo progetto vada in porto. Sii paziente con lui.
  • Si, paziente…quanto ancora?!- affermò avvilito il padre.

         Lui, di là in bagno ascoltava tutto e la sua rabbia cresceva. Ma come la maionese che più la smuovi e       più quella si smonta. Dopo essersi sciacquato il viso per l’ultima volta alzò lo sguardo e incontrò i suoi occhi, li trovò diversi. Li usò come ponti per entrarsi nel fondo e comprendersi. Appena finì salutò i genitori e uscì di casa.

Giunse al lavoro, precario, anzi, invisibile. Salutò tutti con affabilità ed estrema educazione. C’è da dire che il suo aspetto e il suo portamento esercitavano un certo fascino verso tutti coloro che lo scontravano. I più lo giudicavano come una persona distinta e preparata, cosi, al solo suo mostrarsi.

Quando s’approcciava ai colleghi iniziava il cambio d’azione: saliva in scena l’altro amico che ne abitava il fondo.

  • Ciao bello!
  • Ciao Lorenzo, tutto bene?
  • Si, alla grande!-. Aveva l’abitudine di salutare sempre gioiosamente e col petto in fuori.
  • Lorenzo, senti: ma per quella cosa hai chiesto al tuo amico?-. il collega, Mario, si riferiva ad un appuntamento che Lorenzo avrebbe dovuto organizzare per lui, approfittando della sua amicizia con uno stimato avvocato della provincia.
  • Mario! Si, ho provato a chiamarlo stamane, ma la sua segretaria mi ha detto che si trova fuori per lavoro.
  • Scusami, ma non hai il numero di cellulare?
  • …si, ce l’ho! E’ chiaro, ma non ho provato per niente a chiamarlo perché so che quando è fuori, di solito, non ne ha per nessuno! -. Sentenziò tra un lieve sorriso.
  • Va bene, ma provare non costa nulla, giusto? -. Continuò ad incalzarlo Mario.

Allora, preso alle strette, mette la mano destra nella tasca della giacca, tira fuori il cellulare di ultima generazione, scorre la rubrica col dito e chiama.

Dopo neanche cinque secondi lo stacca dall’orecchio.

  • Non raggiungibile! -.

Mario, sconsolato, china il volto e sparisce tra gli alti scaffali. Lui, invece, pare quasi sollevato, individua un altro collega e gli si avvicina.

Remo è un lavoratore serio, che si adopera il giusto, molto professionale e che parla solo in giuste e centellinate circostanze. Ha in più la capacità di ascoltare, per lui: l’uditore ottimale.

Prende posto al suo fianco e comincia il suo quotidiano monologo. Fantastica su cose che solo nella sua mente trovano consistenza e che non si rintracciano nel reale svolgersi delle situazioni.

Remo gli presta orecchio, lo ascolta, o fa finta di farlo, ma a lui non interessa. Quello che più gli preme è avere una figura più o meno animata dinanzi, cosi che possa gettare un fiume di parole e versi e toni su di essa. Ogni tanto Remo interrompe quei monologhi fluidi nella sequenzialità temporale, ma spezzati nel concatenamento logico, con qualche: “oh…ma dai! , “Non ci credo!”; giusto a mostrar un po’ di interesse e montare ancor di più l’ enfasi del narratore. A volte, lo stupore di Remo resta inascoltato, senza ne conferme né contraddittorio, lui non lo ascolta, fila dritto nella sua fantastica narrazione. Allora, Remo, afflitto nel petto per la croce che gli è toccato portare, china la testa e lascia che tutto si svolga come al solito.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabio Magliocchetti
Fabio Magliocchetti è nato a Frosinone l’11 maggio del 1985 e vive a Supino, paesino arroccato sui monti della Ciociaria. Quando non scrive svolge l’attività di allenatore di nuoto. Ha pubblicato col gruppo Albatros una raccolta di poesie, “Allucinazioni”. Questa la sua prima opera di narrativa.
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