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Babbo, raccontami ancora...

Babbo, raccontami ancora...
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Consegna prevista Novembre 2021
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Racconti di un padre che insieme a una madre percorre, a piccoli passi, le orme di sua figlia, che grazie a lei torna un po’ bambino, e che allo stesso tempo si è ritrovato a diventare immediatamente grande, dopo aver sfiorato, per la prima volta, la sua mano così piccola.

Dicono che i padri non dovrebbero farsi troppo vedere, né sentire, né dire come si fa a vivere, che debbano solo lasciarsi osservare.

Io sono un padre che ha deciso di raccontare, e di raccontarsi. L’ho fatto in queste brevi storie, semplici, autentiche.

Perché ho scritto questo libro?

L’ho scritto per lei, mia figlia, per sua madre, per catturare per sempre il ricordo di quel tipo di amore che poi cambierà, si evolverà, sarà diverso.
E poi l’ho scritto per suo padre.

ANTEPRIMA NON EDITATA

In questa anteprima potete leggere 5 piccole storie tratte dal libro, la prima parla di un sogno fatto durante un dormiveglia domenicale, la seconda di tre palloncini fatti di ceramica colorata e appesi a una parete bianca, la terza di una Bambina che si chiama Nuria e che abbiamo conosciuto a New York, la quarta di una sera di primavera, quando in cielo giravano un sacco di rondini, e la quinta di quanto sia importante scegliere gli ingredienti giusti, per preparare una pizza coi fiocchi.

Notti prima degli esami

Hai dormito nel lettone stanotte. Ti sei svegliata che volevi fare la pipì, mugolando qualcosa con gli occhietti ancora abbottonati. Siamo corsi in bagno, poi ti ho appoggiata sul cuscino di Mamma, ti sei riaddormentata subito, con un piede incastonato nel mio avambraccio e la testa verso di Lei.

Siamo crollati anche Noi, col tuo calore addosso, e adesso è domenica mattina, ho appena aperto gli occhi, c’è il tuo viso lì davanti, il tuo respiro lento e calmo, un vago sentore di torcicollo.

I tuoi capelli sono più mossi del solito, appena appena sudati. Chissà perché Voi Bambini avete sempre caldo alla testa, succede da quando sei nata, che lasci la pozzetta sul cuscino coi tuoi capelli umidi. Ti stanno naturalmente all’indietro, lasciando scoperta la fronte, la tua pelle liscia, le tue ciglia lunghe, che sembrano modellate col mascara, che sembri già una Donna.

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Tra cinque minuti mi alzo, voglio fare un po’ di flessioni e addominali stamani, è già la terza volta che lo ripeto, ma la mia mente ha voglia di perdersi ancora nel tuo calore, nel dormiveglia domenicale, quello che adoro, da sempre. E i pensieri galleggiano, girano intorno a Te, penso a quando sarai una Donna per davvero, volo via verso i tuoi vent’anni, che magari sarai all’Università, in una città dalla storia antica, dove la vita da studente è qualcosa di magico, in un piccolo appartamento nel centro storico, dove la mattina ti svegli con l’odore del pane e la sera ti addormenti con la Musica, in lontananza, di qualche locale che resiste ancora all’abbraccio della notte.

L’ho vissuto anch’io, era stupendo, il rientro a casa dalla facoltà, con le luci soffuse della città a illuminare i volti, gli sguardi rubati a una ragazza in tram, il profumo del pollo arrosto nel sacchetto, per la costante mancanza di voglia di cucinare qualcosa da soli.

E la mente vola ancora più in là, penso che finalmente è giugno, che sono notti prima degli esami, che chissà quanto sarai intenta a studiare, che però ho voglia di venirti a trovare, di offrire un aperitivo a mia Figlia, senza troppo disturbo, come la breve visita di un vecchio Amico pescatore coi capelli brizzolati; voglia di farti una sorpresa, di mettermi in viaggio col Sole, col finestrino aperto, la giusta compilation in sottofondo, dai Pink Floyd agli Eagles, da De André a De Gregori, roba che non passerà mai di moda, anche quando sarai Donna.

Eccolo lì l’arco del centro storico, il portone dell’Università, ecco la tua pelle liscia che si illumina al Sole, e Tu che scendi i gradini saltellando, come fai adesso che saltelli sempre, coi capelli al vento, oppure legati, come vuoi Tu; sorrideremo, ci verremo incontro, io con le mie gambe storte da ex calciatore di Paese, Tu procedendo quasi in punta di piedi, come tua Madre.

Andremo dove c’è Musica, ordinerai quello che vuoi, per me un calice di vino rosso, senza dubbio. Non ti chiederò di fidanzati, non parleremo di esami. Ti farò vergognare riempendo completamente la mia mano di noccioline, perché mangiarne una per volta non mi piace. Guarderò i tuoi occhi profondi mentre inzuppi una patatina nella salsa rossa, con lo stesso sguardo assorto che hai adesso, la sera, mentre afferri i Cornflakes dal sacchetto di plastica e poi li immergi nello yogurt. Proverò a sfiorarti la mano giusto giusto un attimo, quel poco che basta perché il tuo cervello non faccia in tempo ad accorgersi che sei ormai troppo grande per certi gesti, e magari invece andrà a finire che sarai Tu a volermi abbracciare.

Staremo lì, ad ascoltare il profumo dell’estate alle porte.

Sei bellissima, penserò, che sembri disegnata dal pennello di un pittore.

Sarai bellissima, come adesso, con la bocca semiaperta e il ciuccio rotolato nello spazio in mezzo ai nostri due cuscini.

Tra cinque minuti mi alzo, voglio fare un po’ di flessioni e addominali stamani, è la terza volta che lo dico.

I tre palloncini

Li ho visti stasera, appesi alla parete bianca, in casa della mia Amica, fatti di ceramica smaltata e colorata, lucenti. Sembrano nati per stare lì, aggrappati a quell’angolino di mondo.

Uno solo, sarebbe stato un po’ poco. Due, potevano pure bastare per rendere meno vuoto quel metro quadrato e mezzo di muro. Tre, paiono quasi perfetti.

Quello blu l’hanno realizzato per primo, dicono che abbia viaggiato un bel po’ prima di fermarsi su quella parete bianca, che amasse svolazzare in mezzo ai parchi, agli alberi, ai giochi dei Bambini, trascinato dalle loro piccole mani paffute, che adorasse volteggiare sopra la Piazza, cercare i sorrisi delle persone che lo avevano tenuto per mano grazie alla cordicella, prendere velocità passando all’interno del porticato, contando ad uno ad uno i portoni delle abitazioni, risalire verso il cielo per osservare panorami sconosciuti, per poi tornare lì, in mezzo a quella Piazza, tra le sue case.

Era di un tono bello vivo, come il cielo d’inverno sotto la luce bianca, madreperla, della Luna. E poi era trasparente, come quelli che da piccolo gonfiavo, gonfiavo, gonfiavo, e poi prendevo fra le mani schiacciandomeli contro il naso, per vedere il viso di mia Mamma, anch’esso appiccicato dall’altra parte, diventare buffo, sghembo, immerso nel blu.

Le correnti l’hanno cullato, si è lasciato trasportare, forse anche un po’ troppo a dire il vero. Sentiva il suo cordino saltellare, legato stretto stretto attorno alla piccola mano del suo Bambino.

Il nodo si ruppe, fu schiaffeggiato per le turbolenze, fino a trovare rifugio nel soffitto grigiastro di una stanzetta di periferia, dove, giorno dopo giorno, diventò più scuro e perse trasparenza, a causa della poca luce. Accadde così, quasi senza accorgersene, appoggiato alla comodità di quel soffitto grigio topo.

Quello giallo l’hanno fabbricato per secondo. Chi l’ha visto volare dice che pareva quasi danzare, in punta di piedi, appeso alla sua cordicella. Ha fatto un sacco di giri sopra alla città, al Duomo, alle piazze, sopra ai casolari più belli, con le sue sfumature a tratti arancio, che, se avesse avuto i capelli, avrebbero brillato al sole come una lega metallica sconosciuta, ottenuta mischiando oro e rame. Stava cercando il soffio di vento giusto, ne era consapevole, ma finì in balia delle correnti casuali del Nord, e rimase impigliato in una casetta per gli uccellini, sopra a un albero, in un giardino completamente verde.

Un giorno la banderuola che cigola cambiò direzione, stava soffiando una corrente nuova, di quelle che ti fermi, alzi lo sguardo e la mano per sentire dove va, e forse la segui, o forse no. I Saggi la chiamano “il vento del cambiamento”, e io un po’ ci credo a quello che dicono i Saggi.

Il palloncino Blu fu spinto fuori dalla finestra a volare su quel giardino, i due fili si impigliarono, i due nasi di gomma si schiacciarono diventando sghembi, e non si dispiacquero. Ci volle un po’ per districarsi, ma alla fine, gira di qua, gira di là, il primo tornò a essere lucente e trasparente, e l’altro, giallo acceso come il Sole.

Non so chi dei due sorrise per primo, forse il blu, ma fu insieme, e da quel momento, che decisero di rimanere così, appiccicati, coi nasi schiacciati uno sull’altro, trasformandosi in solida ceramica.

………………….

“Vuoi la birra??” dice Lei.

“Eh?”

“Dico… Vuoi un po’ di birra?”

“Sì… Sì… Scusa… Grazie.”

Che buon odore di spaghetti aglio, olio e peperoncino c’è qui, stasera, sotto a questi tre palloncini di ceramica. Che poi, il giallo e il blu messi insieme fanno il verde, come l’erba di quel giardino.

Ahhhhh… E poi c’è quello rosso eh… quello proprio non si sa da dove sia venuto.

A me sembra che sorrida… con la bocca sporca di sugo e piena di pastasciutta, proprio come la tua.

Nuria

Ci abbiamo messo del tempo, all’inizio, a scegliere il tuo nome.

Per un periodo sei stata “Bianca”, che piaceva un sacco a tua Madre, poi “Amelia”, che piaceva tanto a me, in onore della tua Trisnonna romagnola. Sei stata perfino “Diego”, che ti faceva tanto latin lover, prima di sapere con certezza che fossi una femminuccia.

Una gara di nomi, tutti in corsa per il primo posto.

Ma un po’ di tempo prima, quando ancora l’idea di Te faceva capolino solo ogni tanto, sei stata anche “Nuria”.

Da dove viene? Da una Bambina, un po’ più abbronzata di noi, che abita in America, l’abbiamo conosciuta a NewYork, in uno di quei negozi di giocattoli immensi che si vedono solo nei film, tipo a dieci piani, solo di giocattoli, te lo immagini?

All’ingresso mi sentivo come da piccolo, come quando i tuoi Nonni mi portavano in ricognizione per scrivere la letterina a Babbo Natale. C’era perfino un Batman gigante fatto interamente con le Lego, ho addirittura la foto mentre gli do una pacca sulla spalla.

Poi la sorpresa finale, la ciliegina sulla torta, quasi in vetta a quel grattacielo di giocattoli.

Lì, a dominare la sala, il Big Piano in persona, quello del film di Tom Hanks, coi tasti che si illuminano quando ci cammini, da non credere. Tua Madre, che è bravissima a scorgere la Poesia anche in mezzo a tanto rumore, si accovacciò per immortalare una Bambina a piedi nudi, intenta a saltare su quei tasti illuminati, tenendo le mani alla sua giovane Mamma.

“Nuria”, così c’era scritto nella cavigliera che avvolgeva il suo piccolo piede destro.

Ci innamorammo di quella scena, la riguardammo cento volte quella foto, la sera, sdraiati nel letto dell’Hotel.

In quel preciso istante, sentii un pizzico di Te.

E adesso che i tuoi piedini sono qui, vorrei tornarci insieme a loro, in America. Ti immagino ballare con quella Bambina, a Natale, con le luci che riempiono le finestre, le strade, gli alberi. Beviamo una cioccolata calda al caffè dell’angolo. Faccio finta di veder passare Babbo Natale in cielo, quello vero, così puntiamo gli occhi, insieme, verso la Luna di New York.

Siete talmente belle su quel Big piano che il megadirettore del grattacielo giocattolo decide di scendere, si toglie la giacca, inizia ballare con Voi.

I suoi piedoni avvolti da scarpe lucide si uniscono ai vostri.

Due piedini bianchi e due piedini abbronzati, che ballano insieme a quelli di un megadirettore, senza che nessuno calpesti nessuno, o tutt’al più, se anche succedesse per sbaglio, sarebbe solo per riderci su.

In equilibrio su una gamba sola

Ci sono le Rondini, in cielo, stasera.

Girano sopra la piazza, fra i tetti e il campanile, mentre la tua amica Giorgia gioca con una strana sostanza verde fosforescente, la tira e la impasta, poi accarezza la sua gattina Bruschetta, e il suo cagnolino nero rincorre la pallina da tennis.

Io e Te facciamo gli equilibristi, fra i lastroni di pietra, su una gamba sola, mentre tua Nonna ci guarda dalla finestra e ride, forse ridono tutti. Ormai hai imparato a fare tante cose, anche ad attraversare la strada, guardi di qua, poi di là, mi dai la mano, controlli che non passi nessuno, corri oltre l’arco, che porta fuori Paese, verso il fiume. C’è tuo Nonno lì sotto, ha fatto il fuoco, con l’erba che ha tagliato nel nostro piccolo pezzo di terra. Ci farà anche l’orto, ci darà la salsa di pomodoro, che con gli spaghetti grossi è la morte sua, ma anche col pane fresco, le foglie di basilico.

Voglio farci una festa, in quell’erba, una sera d’estate, con le bandierine, le luci colorate, un paio di chitarre e una fisarmonica, qualcuno che balla, come una volta, quando le ragazze si conquistavano così.

È quel tipo di atmosfera che incanta tua Madre. Penso che è stupendo riconquistarsi, ogni volta, ad ogni occasione. La riconquisterò, anche quella sera, anche se non so ballare. Farò l’equilibrista, semmai, sarai mia complice.

Adesso c’è il fuoco, proprio lì, e un po’ di fumo bianco, “mi fa paura” dici, come i mostri. “Ma non esistono i mostri”, ribatto, e intanto il cielo si fa rosa misto a celeste, la mezza Luna cattura il tuo sguardo, le rondini girano libere, cinguettano, pare che sorridano a due ragazzi che si stanno baciando, seduti a un tavolo di legno, poco più in là.

E noi, qui, a fare gli equilibristi, ci prova anche tua Madre adesso, sorride anche Lei.

Chissà quante volte capiterà di ritrovarci in equilibrio, su una gamba sola, pur continuando a tenerci per mano.

Chissà quante volte proveremo a riconquistarci, così, sotto un cielo di rondini.

Il lievito Madre

Stasera riflettevo su quanto il mio rapporto con la vita sia molto simile a quello che ho con la Pizza.

Io la Pizza l’adoro. Da Bambino ero esigente, sapevo sceglierla e scinderne i sapori, ho il ricordo nitido della mia pizzeria preferita, come se fossi lì, ora.

Crescendo ho iniziato a ingurgitarla in tutti i modi, alta, bassa, rotonda, quadrata, la buttavo giù di corsa, con la foga di finirla e magari prenderne un’altra, che mica me lo ricordo più di cosa sapessero, né la prima né la seconda.

Poi ho preteso di farla da solo, con la farina del mio sacco, e qualche impasto l’ho pure sbagliato.

La mia farina è variegata, a volte sembra una doppio zero, facile da usare, da modellare, un po’ troppo industriale, a dire il vero.

Altre volte è integrale, col germe intero, ruvida, naturale, genuina, va saputa gestire.

Impossibile stimare la giusta quantità d’acqua, buttata lì, su un tavolo, come dicono di fare, a mo’ di vulcano col buco al centro.

Serviva una ciotola, magari colorata, magari di arancione, magari come Lei.

Un contenitore capace di abbracciare e di lasciar respirare.

Così adesso so dosare l’acqua. Riesco a giocare con l’impasto come voglio, grazie anche a quella ciotola. Ogni tanto capita che qualche ingrediente schizzi fuori, ma sono inezie, dettagli trascurabili.

E poi sei arrivata Tu, il lievito Madre.

Non c’è paragone con quello di birra. Per carità, va curato come si deve, per davvero.

Ma chi se lo aspettava che fosse capace di dare quel colore lì, al cornicione, far gonfiare tutto, raddoppiare il volume dell’impasto, farci le bollicine dentro.

Proprio come quelle che sento nello stomaco, ora che siamo qui, io e Te, sul letto, avvolti da quella ciotola.

2020-04-24

Arezzo24.net

Gregorio Bartolucci ha 42 anni e abita in un piccolo borgo in provincia di Arezzo, in una casetta fatta di pietra insieme a Silvia e alla bimba Aida di quasi tre anni, fulcro di tutta la storia. Per amore per Aida, il 23 dicembre scorso Gregorio decide di aprire un blog che chiama «Racconti di un Babbo», vero e proprio diario digitale in cui scrivere momenti di vita familiare, racconti da lasciare come ricordo alla figlia. Esistono padri veri, quelli che impazziscono d’amore per i propri figli, che passano i nove mesi di attesa ad accarezzare e a mettere l’orecchio sulla pancia sempre più grossa della loro compagna. Poi la nascita, le mille inevitabili e naturali attenzioni. Gregorio è un padre speciale, ha inventato un blog per sua figlia, un diario quasi giornaliero dove annota le emozioni e i progressi della sua piccola. È un lungo racconto quotidiano che la piccola Aida un giorno potrà leggere e si renderà conto di quanto sia stata fortunata a nascere nel contesto di un amore vero, quello tra il babbo Gregorio e mamma Silvia. L’amore esiste.
2021-01-30

casentinopiù

Voci dal Casentino: “Babbo raccontami ancora”, il sogno di Gregorio Bartolucci Quasi un anno fa avevo sentito il bisogno di intervistare Gregorio Bartolucci perché mi incuriosiva ciò che raccontava su facebook. Si trattava di storie, ma non propriamente storie inventate, bensì storie di vita quotidiana che gli si svolgevano sotto gli occhi, e quasi sempre l’interprete principale, anzi, la protagonista assoluta, era sua figlia Aida. Ricordo quanto sia stato bello parlare con lui, perché questo giovane uomo ha il potere di infilarti dentro a ciò che sente, a ciò che per lui conta di più. Alla fine della nostra chiacchierata io ero assolutamente convinta che i pensieri che Gregorio dedicava ad Aida, li avrebbe dovuti racchiudere in un libro, perché sarebbe stato qualcosa di originale e anche utile a tutti coloro che lo avrebbero avuto fra le dita, in quanto ciò che narra nei suoi racconti, va ben oltre la quotidianità, la normalità di guardar scorrere il tempo. Gregorio ha infatti legato insieme molti di questi racconti e poi fatti leggere a una casa editrice che, come immaginavo li ha trovati sublimi, e che è pronta a pubblicarli attraverso questo libro che sta per nascere e che sarà pieno zeppo di storie, e pensieri, e vita. Sì, quello di Gregorio Bartolucci sarà un libro magico, un libro che farà bene a tutti coloro che lo leggeranno, che scalderà i cuori facendoli tornare indietro nel tempo, ma soprattutto farà valutare come dovrebbero stare le cose, a quei genitori che si vedono sfuggire i propri figli da sotto le dita, magari non prestando loro troppa attenzione. E adesso finalmente potremo godere dei “racconti di un babbo”, una sublime raccolta di brevi storie che insieme formano il primo libro di Gregorio Bartolucci, dal titolo: “Babbo raccontami ancora”, che sarà intriso d’attenzione, quella di un padre innamorato della sua piccolina, un padre che possiede un cuore tumultuante ogni qualvolta volge lo sguardo verso la sua Aida. Credo fortemente, e lo dico in primis da autrice di racconti, che “Babbo raccontami ancora” andrà ad impreziosire le nostre librerie e lo farà con un’unica pretesa, quella di avere tra i nostri libri, un qualcosa di diverso, qualcosa che ci farà riflettere, gioire, piangere e sperare che nel mondo ci siano tanti occhi di padri attenti come quelli di babbo Gregorio! In bocca al lupo Gregorio, e mi raccomando… raccontami ancora!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Nelle prime due pagine della bozza, per chi ha avuto modo di leggerla, è racchiusa l’essenza di questo viaggio. Si capisce subito che per l’autore “l’amor che move il sole e l’altre stelle” è l’inizio del suo cammino d’amore, il cammino di un babbo e di sua figlia che per la prima volta si scoprono e mano nella mano, insieme, percorreranno la strada della vita.
    Un percorso che nasce e si sviluppa nel quotidiano, e si nutre del calore della propria casa, degli affetti più vicini, degli amici, della sana e mai banale, ma spesso sottovalutata quotidianità. Sì, perché di questo si tratta, per riprendere le parole dell’autore: “momenti banali, normali, attimi di vita quotidiana, piccole cose”.
    Se cercate un saggio, un trattato psicologico, consigli su come educare i figli (se ne conoscete che funzionano, fatemelo sapere eh!! 😊), mi dispiace ma queste pagine non vi possono essere di aiuto, ma se invece volete scoprire e riscoprire la genuinità dei momenti, di quegli attimi che solo i nostri bambini ci sanno regalare, allora questa lettura fa al caso vostro.
    Avete presente le frasi, le espressioni, i gesti per cui noi genitori con il cuore gonfio d’amore e gli occhi lucidi diciamo “cara/caro, dobbiamo assolutamente segnarcela questa cosa, è troppo bella!” e poi puff, il tempo passa, e travolti dalla velocità dei nostri giorni, ce ne dimentichiamo, la perdiamo.
    Certe volte davvero si tratta di sensazioni che ti riempiono il cuore, scariche elettriche che durano quanto un fuoco d’artificio bello, improvviso che per un attimo illumina il cielo di notte, ci lascia a bocca aperta e ci ispira un wow!
    Ecco, l’autore ha avuto il coraggio e la voglia di fermare il tempo, di mettere su carta questi attimi, di dare colore e forma alle scariche elettriche, di immortalare il fuoco d’artificio.
    L’autore chiude la prefazione con: “semplici storie, per Lei, per sua Madre e anche per suo Papà, ops, pardon, volevo dire Babbo”, ecco come si dice? “Arlecchino disse la verità burlando”, credo sia proprio così, infatti questo libro è il più bel regalo che l’autore poteva fare a sé stesso, e forse, sì, forse anche a noi lettori. Chissà mai se leggendo queste pagine altri potranno trovare la forza, la voglia ed il coraggio di lasciare per un attimo il cellulare ed impugnare carta e penna, perché le foto sono bellissime, ma una pagina che trasuda le nostre emozioni è inestimabile. Questo è il regalo di Gregorio a tutti noi.
    Firmato:
    Un amico orgoglioso di far parte della storia
    Un babbo geloso che avrebbe voluto trovare il coraggio di fare altrettanto… e chissà se…

  2. (proprietario verificato)

    Aver partecipato fin dall’inizio a questa magica avventura, fatta di amore, dolcezza, spontaneità e amicizia, forse non mi fa essere troppo obiettivo…
    Ma questo libro, nato non per caso ma dall’amore, è un tuffo nella genuinità di tutti coloro che amano la propria famiglia…il proprio nido. Pensare a Gregorio scrittore, dopo esser stato suo compagno di banco per tanto tempo ed aver letto i suoi temi…, mi sembrava impossibile.
    Invece, l’amore può fare qualsiasi magia ed insegnare l’arte del raccontare, dell’illustrare, del narrare tanti spaccati di vita in cui ognuno di noi riesce a ritrovarsi.
    Racconti visti con gli occhi amorevoli di un babbo che grazie alla sua bimba ha rivalutato tutte le sue esperienze, le sue priorità e le sue abitudini.
    Altri libri trattano del rapporto tra padre e figli, ma questo libro insegna a rivalutare la semplicità delle cose e l’autenticità dei rapporti fatti di amicizia e amore…
    Ecco l’amore e la passione sono gli ingredenti per realizzare qualsiasi cosa! Con un pizzico di magia ed immaginazione ogni racconto del libro ci insegna ad essere orgogliosi delle nostre origini e della famiglia che abbiamo costruito.
    Complimenti Gregorio…orgoglio di ogni Babbo!

  3. Gregorio Bartolucci

    (proprietario verificato)

    “Un caro saluto a tutti Voi, amici lettori! Grazie al vostro supporto, al vostro passaparola, abbiamo raggiunto insieme il 100% della campagna di crowdfunding! Per questo vorrei ringraziare ciascuno di voi, per aver creduto, promosso, consigliato, pre-ordinato il mio libro “Babbo, raccontami ancora…” Vanno a voi, con grande affetto, i miei più sinceri ringraziamenti. La prima parte di questa avventura si è conclusa con successo, ma non possiamo mollare adesso! Continuate a sostenermi, affinché possiamo raggiungere insieme il prossimo goal, consistente in 250 copie preordinate! O ancor più l’extragoal da 350! In ogni caso, comunque e al di là di tutto, la cosa più importante, per me, resta il fatto di essere riuscito ad unire persone come voi nella lettura di questo libro, dentro a un contesto in cui si parla d’Amore. Questo è il dono più bello. L’Amore genera Amore.”

  4. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha sorpreso per due aspetti. Il primo è l’originalità: ci sono quintali di testi e pellicole che parlano di omicidi, mostri, intrighi, improbabili storie d’amore, guerre… ma pochi si soffermano sulla magia e sulla bellezza di quello che ci circonda ogni giorno. Il secondo è il tono: trattando certi argomenti e nel mondo di oggi era facilissimo cadere nella trappola del buonismo e del mieloso , invece questo testo amalgama piacevolmente dolcezza senza risultare sdolcinato, ironia e psicologia interiore. Ben scritto e ben strutturato ‘Babbo, raccontami ancora…’ non sembra il primo libro di un autore occasionale ma un testo maturo di un artista esperto.

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Gregorio Bartolucci
Mi chiamo Gregorio Bartolucci, sono nato nel 1977, quando ancora non c'erano computer, cellulari, internet. Ho avuto la fortuna di crescere in un piccolo Paese Toscano a dir poco meraviglioso, dove ho trascorso la mia infanzia e l'adolescenza, all'aria aperta, in mezzo all'erba dei prati. Ho studiato ingegneria a Firenze e tutt'ora sono un ingegnere col pallino della musica e della pizza. Non sapevo di voler scrivere, ho scoperto di amare la scrittura quando è nata Lei, mia Figlia Aida, non avevo mai scritto nulla prima. Ad essere sinceri non sono mai stato neppure un gran lettore, l’ultimo libro che ho letto è il manuale di un software di calcolo strutturale, da buon ingegnere. Poi l’idea di questi brevi racconti, poi la voglia di condividerli, di raccoglierli in un libro. Scrivere di Lei, per Lei e per sua Madre, è come bere un sorso di acqua limpida.
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