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Chiasmo
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Chi o che cosa ci rende noi stessi? Le domande che ci poniamo? Le persone che incontriamo? Le responsabilità che ci assumiamo? O è meglio, semplicemente, vivere accettando la propria umanità senza interrogarsi?
Arturo Bernardo, uomo delle domande e Bernardo Arturo, che non se ne pone alcuna: AB e BA, due personaggi opposti nei nomi e nella personalità.
Un chiasmo il cui punto di incontro sarà Mariposa. Una ragazza che attraverso questo incontro impara a conoscersi e a vivere la sua trasformazione come una farfalla.
La conoscenza dei due personaggi, proprio perché opposti, consentirà a Mariposa di raggiungere la consapevolezza di rispettare la sua natura: perché sono i cambiamenti che viviamo, la conoscenza di noi stessi a renderci CHI ASpiriaMO a diventare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché, semplicemente, avevo bisogno di farlo: per perdere cognizione del tempo in giornate lunghe e noiose. Volevo anche fare ordine fra le frasi scritte negli anni, i pensieri maturati nel tempo e nelle mie sensazioni. Quando ho iniziato la stesura del romanzo non avevo in mente una trama ben precisa, mi sono lasciata guidare dall’istinto: la storia è venuta da sola, perché, in fondo, è la voglia di comunicare che fa trovare le parole.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Si ripeteva che avrebbe dovuto scrivere quelle frasi, pensate, e che poi forse sarebbero state dimenticate, ma non le aveva mai trascritte.
La memoria è strana, sembra fedele, ma ti inganna. Non era la prima volta che capitava. Spesso sognava sogni lunghi e intensi, che a volte turbavano il riposo anche svegliandolo dal sonno profondo. Il loro ricordo era così vivo e fresco, che pareva indimenticabile. Ma li aveva dimenticavi tutte le volte. Restava la sensazione del sogno, ma nessun dettaglio.

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A volte capitava anche nella vita reale: si dimenticava gli eventi, le date, i nomi, i visi di persone che aveva amato. Viveva davvero quei momenti di cui poi perdeva memoria? Forse no. Forse non era lì in quel momento. Forse non era lui a dire quelle frasi, a pensarle, a vivere quei sogni. E se non era lui, chi viveva al suo posto? “È tutto assurdo”, ripeteva ogni volta che delegava a un altro, a un soggetto ignoto, la responsabilità delle sue dimenticanze. “Sono pazzo, aggiungeva. Eppure, quello che ieri era vero io non me lo ricordo.
A volte, per paura di dimenticare ancora, cercava di rafforzare la sua memoria. Compilava un elenco delle cose da fare o quelle fatte, liste di cose da comprare che poi memorizzava. Era terrorizzato di non saper più ricordare, viveva nel terrore che, un giorno, si sarebbe svegliato con la mente piena che esplodendo avrebbe lasciato andare i frammenti della sua vita. Era percorso da brividi di terrore tutte le volte che pensava di aver perso la capacità di distinguere gli avvenimenti reali dai propri sogni. I ricordi di entrambi, spesso confusi, si confondevano ancora, ancora e ancora. Si chiedeva incessantemente: “E’ successo davvero? Ne sono sicuro? L’ho sognato?”
Arturo. Arturo Bernardo odiava il suo nome. Odiava ogni volta dover specificare quale fosse il nome e quale il cognome. Lo odiava perché già il suo nome, Arturo, e il suo cognome, Bernardo non aiutavano la sua confusione, anzi ne dimostravano l’esistenza. Due nomi o due cognomi, non era chiaro. Non ne era sicuro. Spesso se ne assicurava controllando il documento d’identità, anche se non si fidava molto. Si ricordava, infatti, la scarsa affidabilità degli operatori del Comune, della facilità con cui aveva mentito sull’altezza, di quella sua amica all’università che, secondo la propria carta d’identità, risultava un’infante ancora all’età di venti anni. Un errore, diceva. Hanno sbagliato. E perché non sarebbe potuto succedere anche a lui?
“Che cavolata” pensava “Mio padre di cognome fa Bernardo, sarà ovviamente quello il cognome. Sempre che non abbiano sbagliato a scriverglielo”. Si correggeva.
Tuttavia, il momento peggiore in cui era assalito dal pensiero del dover mettere in ordine i nomi che compongono la sua identità era quando doveva firmare qualche documento, come se dando ad essi il corretto ordine e il giusto ruolo, avrebbe ordinato anche la sua esistenza. Si domandava sempre se doveva scrivere prima il cognome e poi il nome o viceversa. Prima il nome è più elegante. “Però, come faccio a sapere che colui che legge la firma, la pensi come me e non interpreti diversamente l’ordine dei nomi?”
Per questo Arturo amava i fogli prestampati dove vengono indicati lo spazio per il nome e quello per il cognome.
Arturo amava l’ordine, forse ne era ossessionato. Ne aveva bisogno in un’esistenza in cui non gli era chiaro neppure il proprio nome. Un amore che però non metteva in pratica: la sua casa era un disastro, soprattutto l’armadio, pieno di vestiti accumulati, attorcigliati fra loro come una grande orgia.
Arturo aveva altre fisse: chiudeva sempre gli sportelli aperti, non riusciva a dormire con la porta aperta e odiava gli orologi. Aveva la capacità di percepirne il ticchettio a distanza di metri, anche al di là dei muri.
Arturo pensava spesso a quale fosse la sua identità, a cosa significasse il suo nome. “Che cos’è un nome? Non saresti forse te stesso con un nome differente?” Ma non si rispondeva, non sapeva farlo. Arturo faceva le domande, ma non trovava risposte. Forse è per questo che non sapeva rispondere alle domande della vita, e se la vita è una continua ricerca di risposte, forse fino allora non aveva mai “vissuto”.
Una domanda soprattutto rimbombava nei suoi pensieri, come un’eco in lontananza: “Ne sei sicuro?”. La voce non era la sua, o forse sì. Non ne era sicuro.

2. Bernardo Arturo, classe 1978. Bernardo di nome, Arturo di cognome. Veniva da una famiglia medio borghese, socialista.
Anche Bernardo si riteneva socialista: un “romantico” socialista. Era orgoglioso di esser nato nell’anno in cui Sandro Pertini fu eletto Presidente della Repubblica; pensava fosse un segno del destino, o meglio, che tale coincidenza fosse significativa per la propria identità politica. In realtà, probabilmente amava solo le coincidenze della vita, il ricorrere degli eventi importanti dell’esistenza sempre nelle stesse date, con gli stessi numeri. Questo gli dava tranquillità, si convinceva che se qualcosa fosse accaduta in specifici giorni, con determinati numeri, fosse segno che doveva succedere, che era giusto e predeterminato. Un fatalista, forse. Bernardo amava la poesia che c’è nei piccoli gesti, la magia delle ricorrenze. Bernardo però non era un sognatore; era una persona pratica, concreta, concentrata su se stesso. Una persona con le certezze sempre in tasca e che non amava porsi “inutili” domande. Aveva fede Bernardo nel fato. O forse, perché pratico, pensava che le cose accadono e non necessariamente abbiano bisogno di un senso.
D’altronde veniva da una famiglia che aveva fatto della terra la sua ricchezza. Il nonno paterno, anch’egli Bernardo, era stato un pastore abruzzese, aveva fatto la guerra e conosciuto la fame. Suo padre, anch’egli educato al lavoro e alla fatica, si era laureato in Economia e Commercio, poi riuscendo a trasformare la sua originaria cultura pastorizia in un’attività d’impresa.
Bernardo, però, con grande delusione del padre, aveva deciso di non seguire le orme di famiglia. Odiava il latte.
Così era partito per l’Inghilterra dove era rimasto soltanto alcuni mesi. Aveva trovato lavoro presso un pub nella città di Leeds, vicino all’università. Il pub era gestito da italiani, per questo motivo non aveva imparato la lingua inglese ma scherzato con loro in italiano anche sul fatto di come gli abitanti fossero amanti delle… pecore, allevate ancora in ogni casolare appena fuori città. Il proprietario del pub ridendo diceva spesso: “Che spreco! Quanti arrosticini deliziosi potrei cucinare!”.
Questo scherzo non divertiva per niente Bernardo.
Dopo l’Inghilterra si era trasferito a Madrid. Aveva subito amato quella città, la vita che vi si respirava. Amava il suo cemento, lontano dall’immagine agreste in cui era cresciuto e che purtroppo aveva ritrovato a Leeds. Non a caso il suo posto preferito era il Matadero, uno spazio vivace e in costante evoluzione che da antico mattatoio era stato convertito in un centro culturale per l’arte contemporanea.
In Spagna Bernardo aveva conosciuto e coltivato l’amore per l’arte. Approfittava di ogni martedì per recarsi anche al Prado gratuitamente, benché odiasse i musei troppo grandi, con troppe opere, con troppa gente che non guardava i quadri per più di qualche minuto perché altrimenti non avrebbe fatto in tempo a vederli tutti. Preferiva di gran lunga il Reina – Sofìa, dove la Guernica occupa la parete di un’intera stanza e ti obbliga al silenzio. Bernardo sicuramente non era un intenditore, ma era attento a tutto ciò che riguardasse il sentire umano. Gli interessava la capacità degli uomini di creare qualcosa, l’intensità dei sentimenti, la fragilità. Credeva che ci fosse così tanta vita negli errori, nei fallimenti e nelle creazioni dell’uomo.
Cercava nell’imperfetta umanità altrui le giustificazioni per la propria, convinto che la stessa condizione umana fosse per sua natura imperfetta. Per questo non aveva paura di commettere errori. Era pragmatico, lo sappiamo. Non si faceva domande etiche sul libero arbitrio, sulla responsabilità personale. Sbagliava: d’altronde era un essere umano. Così era e non poteva essere altrimenti.
Un pomeriggio Bernardo, mentre stava per recarsi, come di consueto, al Reina per vedere le opere di Picasso passò davanti ad una piccola libreria Cafè. Si trattava di un edificio tutto blu, con una piccola porta a vetri che lasciava intravedere l’interno. Si scorgevano i libri, disposti volontariamente in modo confuso per dare all’atmosfera un aspetto familiare e accogliente. Come se fosse un salotto di un’abitazione anziché un locale aperto al pubblico. Ma non fu l’aspetto della libreria a colpire l’attenzione di Bernardo, fu il nome: “La Fugitiva”. Bernardo lo trovò interessante: era così che si sentiva, un fuggitivo. Uno che era scappato da una vita già pronta, da un mestiere e da un benessere che avrebbe facilmente ereditato. Entrò.
Un odore di torta alle mele appena sfornata riempiva la stanza. Le voci dei clienti facevano un lieve e piacevole brusio e un giradischi, a grammofono, gracchiava un tango. Come gli sarebbe piaciuto saper ballare quel tango, in quel posto.
Bernardo si sentì improvvisamente a disagio. Gli capitava ogni volta in cui realizzava di trovarsi in un posto o di aver fatto qualcosa senza un progetto o uno scopo preciso. Non aveva voglia né di mangiare torta né di comprare un libro. Era entrato perché il nome della libreria coincideva con ciò che pensava di sé: Ancora le coincidenze in cui tanto credeva. Non era un sognatore, ma era fatalista. D’altronde era un essere umano, così era e non poteva essere altrimenti.

3. Arturo Bernardo era nato a Milano nel 1978. Pochi giorni prima dell’omicidio di Aldo Moro. I suoi genitori glielo ripetevano sempre, come se i due eventi, la sua nascita e la morte del democristiano, fossero collegati. In realtà, i suoi genitori non nutrivano alcun interesse alla vita politica del Paese, pensavano esclusivamente alla propria. Addirittura, ad Arturo sembrava che a loro non importasse neppure di lui. Aveva perso il conto delle volte che si erano dimenticati di andarlo a prendere a scuola. Non pensava che i suoi genitori fossero cattivi o che non gli volessero bene. Li giustificava dicendosi che erano sempre impegnati con il lavoro, presi dalle preoccupazioni della vita quotidiana. Da bambino Arturo passava le giornate con i nonni materni che lo coprivano di attenzioni e regali. Il nonno Goffredo gli raccontava storie bellissime, un po’ reali e un po’ no, vissute da protagonisti coraggiosi che, a volte, vincevano una guerra e in altre andavano su pianeti inesistenti. La nonna, Giacinta, si arrabbiava tutte le volte con il nonno perché nessuno dei protagonisti delle storie che egli raccontava era una donna. Infatti, la donna era sempre rappresentata da una ragazza in difficoltà, che veniva salvata da un principe o da un supereroe. “Io mi sono salvata da sola” urlava al nonno. La nonna Giacinta, era riuscita, infatti, a salvarsi da sola da un tedesco, rubando il fucile di suo padre e sfruttando la conoscenza della lingua tedesca, imparata da sua nonna bavarese. Durante una mattina della primavera del 1944, era entrato un soldato tedesco nella casa di famiglia della nonna ma Giacinta impugnando il fucile che il padre teneva vicino al caminetto. Lo minacciò, in tedesco, che se avesse fatto del male alla sua famiglia, lo avrebbe ucciso. Il soldato, molto giovane, si era messo paura e se ne era andato.
Grazie ai soldi dei nonni, Arturo aveva potuto iscriversi all’Università e studiare agraria. L’essere cresciuto in città, per contrasto, aveva seminato in Arturo la passione per la natura e gli animali. Sognava di vivere in spazi aperti, in una cascina in campagna con un laghetto dove pescare le trote.
Sognava una vita in solitudine. Non perché non amasse i bambini o non desiderasse una famiglia. Viveva nel terrore di tramandare quel cognome/nome ai suoi figli: di trasferire loro tutte le sue incertezze destabilizzanti sulla sua identità. Troppe le domande esistenziali, non risolte dentro di lui: prima di tutto il significato di Amore.
Arturo, uomo delle domande, si chiedeva spesso come si sarebbe comportato dinanzi alla donna o alle donne della sua vita. Credeva, infatti, che la vita fosse un susseguirsi di fasi in cui vi è la persona adatta per ciascuna. O forse, era soltanto un modo per trovare consolazione alla propria solitudine, al non essersi mai impegnato in una relazione duratura. Era la persona sbagliata al momento giusto, oppure era la persona giusta, ma il momento era sbagliato.

2021-01-31

Avrò modo di raccontare il mio libro e la campagna di crowdfunding

2021-01-26

Aggiornamento

Ci tenevo ancora ringraziare tutti coloro che hanno speso il loro tempo per pre ordinare il mio libro. Siete davvero tantissimi e spero di meritarmi la vostra fiducia. Grazie
2021-01-24

Aggiornamento

Grazie! Siamo già a metà in pochissime ore!
2021-01-23

Aggiornamento

Grazie, la campagna è iniziata molto bene!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ciao Benedetta, prenotato! Brava, avanti così!!

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima e l’ho subito comprato! Ultra consigliato!

  3. Una lettura davvero molto interessante. Scorrevole e piacevole ma per nulla banale. Chiasmo parla un po’ di tutti noi, delle sfumature dei nostri io che si nascondono nelle nostre quotidianità.
    Una trama ricca di avvenimenti imprevedibili da scoprire d’un fiato.

    Lo consiglio vivamente!

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Benedetta Bisaccioni
Nata ad Arezzo il 22 febbraio 1991. Ho studiato a Bologna e a Salamanca; vivo a Firenze dove svolgo la professione di avvocato penalista.
Sono una persona curiosa e cerco di vivere più esperienze possibili.
Co-fondatrice del “Presidio universitario di Libera: “I ragazzi della casa dello studente”; ex speaker radiofonica del programma “Lucciole nelle tenebre”. Nel 2014 curatrice della mostra“ Arezzo si tinge di Spagna”.
Attualmente sono membro del gruppo di studio penale “Articolo 24” e dell’associazione “Insieme”. Amo la musica, soprattutto quella dei Baustelle; il teatro, le serie Rai, le parole e le persone.
Ho iniziato a scrivere fin da piccola, perché costretta a fare un dettato al giorno per imparare le doppie; poi la scrittura è diventata un modo di comunicare, una consolazione e parte importante del mio lavoro.
Ho autoprodotto un libro di poesie nel 2003 “Il cavallo alato".
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