Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Come i granchi a primavera

Svuota
Quantità

Cecilia è l’allenatrice dell’AG23, una squadra di atletica composta da adolescenti con varie forme di disabilità. L’ingresso in squadra di Sara, una volontaria con la passione per il canto, cambia la sua vita per sempre. Sara si lascia guidare da Cecilia, senza paura, in un mondo fatto di parole da interpretare, codici da decifrare, occhi che sfuggono agli sguardi. Poi una tempesta fa vacillare la fiducia che ripongono l’una nell’altra. Tutto si sgretola, anche le sicurezze di Cecilia, lasciando il posto a paure che prima non conosceva. Gli atleti della squadra vengono travolti da questa tempesta, ma saranno proprio loro a dare alle due amiche la possibilità di incontrarsi di nuovo.

CAPITOLO UNO

Vidi i suoi occhi prima di vedere lei. Fissi, osservavano la gente sfilarle davanti. Muoversi, parlare, ridere. Il mondo in movimento, lei ferma. Lo sguardo attento a tutto quell’andare e tornare. Uno sguardo pieno. Calmo e affamato allo stesso tempo. Uno sguardo strano. E magnetico.

Non ne avevo mai visto uno contenere così tante parole e così tanta calma. Mi sembrava di aver già visto quel colore. Il colore di quegli occhi. Avevo un’immagine in testa, persa in qualche altro giorno, in qualche altro ricordo, ma in quel momento non riuscivo a trovarla. Erano verdi, ma dell’azzurro c’era. Ne ero certa. E forse, con un taglio di luce particolare, si sarebbe anche visto del grigio. Eravamo al parco in uscita con la nostra squadra di atletica. Dopo tanti allenamenti, io e Giovanni, il mio collega, avevamo deciso di portare i nostri atleti fuori dalle mura dello stadio per stare un po’ insieme. Senza tempi da rispettare, né spazi a limitare. Senza regole da ricordare.

Continua a leggere

Continua a leggere

In squadra siamo in sette. Due istruttori alle prime armi, e cinque atleti piuttosto esuberanti. Martina, dodici anni. Alta, quasi quanto me, capelli castani e occhi chiari. Non le piace parlare allo stesso modo degli altri: lei usa le espressioni del volto, a volte dei suoni e i gesti. Adora le sue mani e la sensazione che sente quando toccano il vento, le cuciture dei pantaloni e altre mani. Va in bicicletta da quando era piccola e mi dicono che abbia alle spalle un paio di incidenti, sempre per colpa d’altri. Ha un modo tutto suo di lanciare la palla, che ancora non sono riuscita a imitare. Le piace stare seduta per terra con te a fianco, con le gambe incrociate. Osserva le cose intorno mentre accarezza la tua mano e il braccio. Poi, se trova dei colori, si illumina e con concentrazione e pazienza inizia a metterli in fila, uno di fianco all’altro. Se cadono, li raccoglie e ricomincia. Senza fretta.
Irene, quattordici anni appena compiuti. Alta, più di me. Quest’anno ha l’esame di terza media, e già a settembre sembrava imminente, tanta era l’emozione percepita e trasmessa. Appassionata di computer e tecnologia in generale. Ancora non mi spiego come riesca a collegare telefonino e TV in modo che alla televisione appaia la schermata del cellulare. Parla tanto, anche troppo. Fa lunghi discorsi e adora stuzzicarti chiedendo quali potrebbero essere le conseguenze di un qualche suo gesto sconsiderato: “E se tirassi la tua borsa oltre la recinzione? E se mi mettessi a urlare in mezzo alla strada?”. Le piace il movimento, ma sul posto. Se deve camminare per completare un giro di pista, cerca ogni scusa possibile per fermarsi.
Federico, dodici anni. Passerebbe le sue giornate ad ascoltare le canzoni di Biagio Antonacci e Max Pezzali. Al concerto di quest’ultimo voleva addirittura lanciarsi sul palco. È rallentato nei riflessi e nel parlare, ma se ti vuole “fare un coppino” stai pur certo che ci riesce. Invece di correre, marcia. Non stacca mai i piedi da terra. Quando ho pensato di iscriverlo alle gare di marcia era ormai troppo tardi: aveva già imparato la fase di volo della corsa.Gabriele, undici anni. Capelli castani e occhiali. Fisico slanciato. Gli piace stendersi a pancia in alto sopra i materassoni della palestra e sentire l’odore della pelle. Un pomeriggio, ad atletica, l’abbiamo visto uscire dalla corsia dove stava correndo per dare un bacino sulla schiena di un ragazzo che si stava allenando dalla parte opposta del campo. È molto silenzioso, ma ascolta ogni cosa e ricorda tutto di te: nome, cognome, se hai fratelli o sorelle, il nome dei tuoi genitori, il compleanno.
Milos, il più piccolo. D’età e di statura. Fa la prima media ed è un ottimo corridore. Vede solo delle ombre, ma questo non gli impedisce di fare molte delle cose che fanno gli altri, compresi i danni. Con i suoi compagni, però, si sente in difetto e questo lo porta a non avere molti amici. Con noi, invece, è il leader. È il migliore a livello motorio e riesce a farsi notare per potenzialità e irruenza. È dispettoso e provocatorio solo con chi è più grosso di lui, mentre è attento e protettivo con chi è più debole e in difficoltà.
Con me e la squadra c’è sempre Giovanni, che da collega è diventato un grande amico. Giò è bello e sa di esserlo. Ha gli occhi azzurri e dei ricci ben curati che si scompiglia ogni vol-ta che si concentra. Quel giorno al parco c’eravamo noi, intenti a farci notare, e i suoi occhi, pronti a notarci. Quel giorno al parco c’eravamo noi e i suoi occhi, a incantarci a vicenda. Lei si avvicinò, forse risucchiata dalla nostra esuberanza, o piuttosto da quella di Irene che non si poneva nessun problema a prendere sotto braccio una sconosciuta e a chiamarla col nome che secondo lei era più appropriato a quel determinato viso. Ma lei è sempre stata Sara. Non ricordo un altro nome che le abbia dato, o con cui l’abbia mai chiamata. Forse ce l’aveva già dentro. Lei, intendo. Era già in ognuno di noi. Perché altrimenti non si spiega quello che poi saremmo diventati. Il tempo di girarmi un secondo e Irene aveva già preso la mano di Sara e le stava dicendo che era l’amica del suo cuore. Nessuna maschera. Nessuna pianificazione o progettazione. Solo istinto. Nel bene e nel male. Nell’estasi più pura e nel dolore più cupo.
Questo sono i ragazzi della mia squadra. Istinto, ma non solo. A volte si perdono nella grandezza di questa vita e allora bisogna ritrovarli e riportarli qui, nel mondo che noi uomini siamo bravi a incasellare e a dividere in piccoli pezzi per vederne un poco alla volta, come se si potesse separare, vivere a cubetti. Perché noi la vita la beviamo a piccoli sorsi. Loro no. Loro la bevono d’un fiato. E non sanno che così vivono fino in fondo, sì, ma rischiano di affogare in un cuore sconfinato. «Irene cosa fai?» la richiamai avvicinandomi. «Vieni qui. Neanche la conosci.» E intanto i miei occhi stavano cercando il modo di guardare i suoi, quelli di lei. Senza riuscirci. Erano troppo profondi per occhi abituati a guardare in superficie. «Non ti preoccupare» rispose lei vedendo il mio imbarazzo e mostrando il suo senza vergogna. «Dai, Irene, vieni, torniamo dagli altri.» Le presi la mano e cercai di portarla via, ma Irene opponeva resistenza. Così fu lei, la ragazza con gli occhi strani e magnetici, ad accompagnarci dagli altri della squadra. Sempre tenuta in ostaggio da Irene, conobbe tutti gli atleti.
Si chiamava Sara ed era al parco a rilassarsi dopo due ore di prove con la sua band. Le piaceva cantare. Ma a me sembrava solo la ragazza più timida e introversa del mondo. Mi chiesi come potesse anche solo pensare di cantare davanti ad altre persone con quella timidezza che le si leggeva sul viso, che si percepiva nella titubanza delle parole a uscire dalla sua boc-ca. Mentre parlavamo con delicatezza – perché con lei si poteva parlare solo con delicatezza – Martina era intenta a giocare con le nostre mani. Passava dalle mie alle sue. Dalle sue alle mie. Eravamo così perse tra le parole che non cercavamo nemmeno di contrastarla, che la lasciavamo fare. «La squadra è nata l’anno scorso» le raccontai. «Se ci pensi non ci sono molte possibilità per i ragazzi disabili di praticare uno sport. Così ho pensato che sarebbe stato bello creare una squadra solo per loro e l’atletica… be’, l’atletica è lo sport migliore, è il più vario. Ci sono i lanci, la corsa, i salti. Si può adattare a ogni situazione, a ogni particolarità.» Mi ascoltava senza parlare. Ma quegli occhi… sembrava non esistesse altro per lei in quel momento se non il mio viso, se non la mia voce. Era davvero così interessante quello che stavo dicendo o era lei a rendere i miei pensieri la cosa più importante e nuova mai detta? «Ma sto parlando troppo,» mi dissi da sola a un certo punto «si è fatto tardi, ora dobbiamo proprio andare, altrimenti i loro genitori ci daranno per dispersi.» «Sì, è ora che vada anch’io» disse Sara, come risvegliandosi, e in un secondo era già lontana. «Strano modo di salutare, eh Irene?»
Non capivo come fosse riuscita in una frazione di secondo a cambiare completamente atteggiamento. E a farlo cambiare anche a me. Dell’intimità che si era creata non era rimasto niente. Se non un braccialetto al mio polso. Tornando a casa mi ero infatti accorta di un filo di perline colorate che prima non avevo. Ma certo, sentenziò la mia mente, i giochi di Martina tra le mie e le sue mani. Avevo al polso il braccialetto di Sara. Quella sera, nel letto, con gli occhi stanchi seguivo i giochi di luce che i fari delle macchine formavano sul soffitto al loro passaggio, sotto le mie persiane. Sembravano sbarre. A ogni rombo d’auto la mia camera diventava una gabbia, ma quella notte, anche senza quei fari rumorosi contro il mio soffitto, mi sarei sentita in trappola. L’incontro al parco di quel pomeriggio mi aveva lasciato un senso di vuoto dentro. Come la consapevolezza di una mancanza. Mi mancava guardare. Guardare davvero. Ero intrappolata nel mio modo di vedere. In superficie, senza impegno. I suoi occhi mi avevano fatto vedere un modo diverso di ascoltare con lo sguardo. Un modo che io non conoscevo. O che avevo paura di conoscere.Il sonno mi strappò a quel senso di inadeguatezza che, in qualche modo, avrei dovuto affrontare. Ogni cosa attorno a me dormiva, avvolta nella penombra di un cielo notturno. Dormiva il pianoforte, nella stanza silenziosa. Dormiva la mia collezione di tartarughe e di bottigliette di liquori. Dormivano le coppe vinte a scuola, gli attrezzi da giocoliere. E sul comodino accanto al letto dormiva ora un braccialetto colorato, timido. E dimenticato.

2020-11-09

Aggiornamento

Seconda parte dell'intervista sul Ponte
2020-11-09

Aggiornamento

Prima parte dell'intervista sul Ponte

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    È una storia di abilità diverse che devono trovare un terreno comune sul quale incontrarsi per capirsi, accettarsi è comunicare.
    Il libro è veramente ben scritto e trasmette in maniera inequivocabile l’amore dell’autrice per la sua città e per il suo lavoro. Credo che un grande pregio sia che L’autrice non si sia abbandonata alla descrizione dei problemi di questi ragazzi e, quindi, alla pietà per la loro condizione, ma piuttosto ad esaltare le loro eccellenze. Ne è risultato un racconto divertente, profondo a tratti struggente. Un racconto di crescita e di scambio fra “capacità ” diverse, dove le logiche standard possono essere completamente sovvertite.

  2. donatella Gnola

    (proprietario verificato)

    “Noi siamo come i granchi a primavera. Il loro viaggio qui sulla terra è pieno di ostacoli, e spesso l’ostacolo più grande è proprio l’uomo……………………..
    ……….spesso sono indesiderati, guardati e giudicati, schiacciati ma è anche vero che l’uomo è la risorsa più grande.
    ……….costruiamo ponti per superare gli ostacoli, le barriere comunicative, le incomprensioni, le chiusure”
    Mai titolo più azzeccato Giulia per descrivere i nostri ragazzi!!!
    La squadra di atletica è stata per mio figlio e per la nostra famiglia una grande opportunità per superare ostacoli e chiusure.
    Ha trovato casa, famiglia, amicizia, qualcuno che ti vuole bene e ti accetta così per quello che sei, senza pregiudizi.
    Grazie Giulia di tutto cuore per aver scritto questo libro che racconta una storia vera di amicizia nata in uno stadio, carico di grandi emozioni.
    E’ un libro che merita proprio di essere letto

  3. (proprietario verificato)

    È un libro che profuma di autenticità, lode all’autrice che ha saputo cogliere e descrivere il bello di ogni persona. Qui si tratta di costruire una relazione di aiuto,tutto si gioca attorno a questa squadra di giovani ragazzi,ognuno con il suo mondo,nella loro interezza,fatta di punti di forza e di debolezza,come ognuno di noi ,portatore di disabilità e non.
    È un romanzo che parla di amicizia,di quella nata per caso su in campo di atletica,ma che di profondo ha ricerca del benessere dell’altro,della conoscenza che va dietro ogni apparenza e che segna il suo culmine quando si “alza lo sguardo” e si guarda attraverso quegli occhi..si va oltre quelle etichette sociali e si scova il senso profondo,i bisogni di ognuno. Sarà proprio una di quelle ragazze ad aiutere l’allenatrice a saldare i legami veri della squadra.
    Scorrevole e dalla trama intrigante,si conclude con un epilogo non scontato.
    Meritevole scrittura.

  4. Anche le cose difficili sono diventate facili, tutto è possibile, tutto si può fare, niente fa più paura.
    In questo libro ci sono frasi di poesia pura, frasi che sono pietre angolari, parole da imprimersi bene nella mente, di quelle che sottolinei, da leggere e rileggere ogni mattina.
    Frasi che sono lezioni di vita. Ma soprattutto frasi che fanno parte di te, della tua storia, che sono un pezzetto di te.
    Lho letto ma lo rileggerò senz’altro, sono sicura che troverò ancora tanto delle persone della squadra lì dentro, e forse ritroverò anche un po’ me stessa, che mi sono sentita così tanto coinvolta da tutto quell’entusiasmo!

  5. (proprietario verificato)

    “…E là, dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode la bellezza.” Questa citazione di Baricco presente nel libro riassume bene il dono che ci regala la lettura di “Come i granchi a primavera”. Un libro che riesce, con leggerezza ma anche estrema profondità, ad aprirci le porte sulla meraviglia che può nascondersi dietro ad ogni limite che ci si presenta davanti. Sia esso uno sguardo basso, un rifiuto, una disabilità fisica, un rapporto che si strappa. Giulia, attraverso il percorso delle sue protagoniste che si intreccia, e si rispecchia con le storie degli atleti della squadra, ci dimostra che è proprio esplorando i limiti che vediamo in noi e in chi ci circonda che possiamo definire il profilo che disegna che siamo davvero.

  6. Chiara Fabbri

    (proprietario verificato)

    Non è facile spiegare a parole cosa mi lascia dentro questa lettura.
    “Come i granchi a primavera” è un romanzo tanto delicato quanto intenso, un intreccio di sguardi e di emozioni vere, di quelle che trasudano dalle pagine del libro e fanno centro, arrivando dritte dritte al lettore. Si può leggere tutto d’un fiato, in una giornata presa tutta per sé o nel silenzio di una notte, oppure lentamente per gustarselo a piccoli sorsi. Ad ogni modo è una scoperta. Una scoperta di nuovi mondi e modi di guardare dentro e fuori, così diversi e così simili, in cui il lettore potrà ritrovarsi, riflettere e riscoprirsi. Questo libro racconta una storia vera e preziosa che finalmente rivede la luce e che Giulia D’Intino ci fa rivivere attraverso la scrittura. Un vero e proprio regalo, per chi come me l’ha vissuta sul campo e per chi la vivrà pagina dopo pagina.

  7. Chiara Fabbri

    (proprietario verificato)

    Non è facile spiegare a parole cosa mi lascia dentro questa lettura.
    “Come i granchi a primavera” è un romanzo tanto delicato quanto intenso, un intreccio di sguardi e di emozioni vere, di quelle che trasudano dalle pagine del libro e fanno centro, arrivando dritte dritte al lettore. Si può leggere tutto d’un fiato, in una giornata presa tutta per sé o nel silenzio di una notte, oppure lentamente per gustarselo a piccoli sorsi. Ad ogni modo è una scoperta. Una scoperta di nuovi mondi e modi di guardare dentro e fuori, così diversi e così simili, in cui il lettore potrà ritrovarsi, riflettere e riscoprirsi. Questo libro racconta una storia vera e preziosa che finalmente rivede la luce e che Giulia ci fa rivivere attraverso la scrittura. Un vero e proprio regalo, per chi come me l’ha vissuta sul campo e per chi la vivrà pagina dopo pagina.

  8. (proprietario verificato)

    A volte la notte é un luogo stupendo, questa notte ho potuto leggere una storia stupenda che mi ha commosso, fino al midollo. Una storia vera, in cui ho potuto riconoscere i volti e gli sguardi, ma una storia che credo commuverá anche chi non conosce quei volti e quegli sguardi. L’unione tra amore per gli altri, soprattutto i più fragili, sport, amicizia e riscoperta vera di sé…. Non so se abbiamo scoperto un nuovo talento letterario o solo una persona d’immenso cuore che lo mette in quello che fá quotidianamente…. brava Giulia D’Intino e consiglio a tutti di leggere

  9. (proprietario verificato)

    “Come i granchi a primavera” si legge d’un fiato, scorrevole, piacevole, dalla forma curata. E’ incentrato attorno ad una pista di atletica e racconta di amicizie vere mescolate, con passione, a condivisione e altruismo. È un romanzo semplice ma concreto, delicato e – allo stesso tempo – di quelli che scuotono gli animi e fanno riflettere. Se si aggiunge, poi, un po’ di commozione finale… beh, l’incantesimo è fatto. La lettura di questo libro d’esordio di Giulia D’Intino è per chi non ha fretta di spegnere la luce e, anzi, ama far tardi la notte per arrivare all’epilogo.
    (Roberta Tamburini)

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Giulia D'Intino
nasce a Rimini nel 1985, è sposata e mamma di due figli. Laureata con lode alla facoltà di Scienze Motorie di Bologna, ha da subito iniziato a lavorare come istruttrice sportiva per la disabilità. Da qualche anno è insegnante di Educazione Fisica nelle scuole secondarie, dove i suoi obiettivi principali sono inclusione e spirito di squadra. Nel 2008 ha vinto il concorso Prosapoetica - Terra/di/nessuno di Fara Editore con il racconto Piovono bombe, poi pubblicato nella raccolta La poesia racconta. L’anno successivo il suo componimento Sale ha vinto il concorso Versi e Prosa dell’Associazione Orizzonte Cultura. Come i granchi a primavera è il suo romanzo di esordio.
Giulia D'Intino on FacebookGiulia D'Intino on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie