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Come un segreto

Come un segreto
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Consegna prevista Ottobre 2021
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In una tranquilla casa di periferia torinese una famiglia è costretta a cambiare le proprie abitudini a causa della convivenza con Irene, malata di Alzheimer.
Ogni giorno la malattia della donna peggiora sempre più e i gesti e le azioni di tutta la famiglia sono volti unicamente alla speranza, vana, che Irene guarisca. Tutti si prendono cura di lei, in particolare la nipote Sofia. Un giorno, la ragazza trova il diario che suo nonno Silvio ha scritto, di ritorno dalla Seconda guerra mondiale, e lo prende come un segno di speranza.
Questo romanzo è un percorso nella memoria. È il sentiero che percorre Sofia nel tentativo di recuperare informazioni su suo nonno da giovane. È il sentiero di Irene che percorre all’indietro sulle orme del suo passato. La memoria è la prova più evidente della nostra esistenza, dice cosa siamo stati, per chi, e cosa siamo diventati, il come. Dimenticare è come sparire. Anzi, peggio: è come non essere mai esistiti né per sé né per gli altri.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere un po’ inconsapevolmente, scrivevo per mettere ordine nei miei pensieri, per vedere più chiaramente quello che sentivo. Poi, con il tempo, le cose che scrivevo hanno iniziato a prendere forma e allora ho capito che potevo farne qualcosa di veramente bello. I pensieri si sono organizzati, e hanno preso forma in questo libro. Sono nati così i personaggi, e in ognuno di loro c’è un po’ di me e delle persone che ho conosciuto. Questo libro si è formato lentamente, è cresciuto

ANTEPRIMA NON EDITATA

Un bambino corre scalzo sulla terra secca e scura. Ha i pantaloni corti e una maglietta sottile un po’ sbiadita. A ogni passo i suoi piedi si sollevano e la pianta scura contrasta con la pelle chiara delle gambe.

Le braccia nude sono tornite e i capelli corti biondo cenere lasciano scoperto il collo già abbronzato.

Sta di spalle, corre nel cono di luce che proietta l’ombra del suo corpo in avanti.

Ci sono risate e grida di altri bambini che lo chiamano, lo attirano, e lui cambia continuamente direzione.

Lui va avanti, torna indietro, va destra, poi a sinistra, zigzagando con una corsa libera e felice che fanno solo i bambini, tendendo l’orecchio e inclinando la testa verso ogni nuovo suono che gli arriva.

Ride, ha la bocca felice e aperta nell’entusiasmo dei suoi pochi anni. Il sole lo acceca spuntando a lame tra le fronde degli alberi.

Gli altri bambini sono nascosti.

Gli alberi si muovono in gesti e infanzie, solo le voci lo guidano.

Lui si guarda ancora attorno e muove la testa veloce mentre il corpo va già in altre direzioni. I piedi scivolano sulle foglie consumate frenando con i talloni a ogni curva.

L’aria è fresca e limpida.

Il bambino corre e quando inciampa si rialza.

Sofia sentì dei rumori concitati provenire da fuori. La sveglia sul comodino segnava le dieci passate, ma era un giorno di festa e poteva concedersi di stare ancora un po’ a letto. Si girò dall’altra parte e venne accecata dai taglienti raggi del sole che filtravano dalla persiana socchiusa. Strizzò gli occhi sospirando forte. Restò immobile qualche secondo, ma poi altri suoni al di là della sua stanza la convinsero ad alzarsi. Tanto, non sarebbe più riuscita a riaddormentarsi. Si alzò, aprì la porta e si incamminò con andatura incerta lungo il corridoio.

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Le camere dei suoi fratelli si aprivano vuote davanti al suo sguardo. I capelli spettinati le si gettavano sul volto impedendole un poco la vista. Una brezza fresca le colpì il viso. Da qualche parte, qualcuno aveva lasciato una finestra aperta.

Si guardò attorno. Capì che tutta la sua famiglia stava in giardino, poteva sentirne le voci ovatte provenire oltre la portafinestra spalancata, in cucina. Da lì proveniva il venticello.

Era una bella giornata, i suoi non avevano resistito ed erano scappati tutti fuori. Si avvicinò senza farsi scorgere, si appoggiò allo stipite e restò a guardarli. I suoi occhi ancora non si erano completamente abituati alla luce.

Il cappello a falde larghe copriva il volto di sua madre Elisabetta, ma Sofia poteva immaginarne chiaramente gli occhi, appena socchiusi per via della luce, e la bocca atteggiata al suo sorriso abituale. Suo padre Tommaso stava montando le gambe del tavolo da giardino e qualcosa aveva fatto ridere suo fratello Riccardo, tanto da farlo allontanare per riprendere fiato. L’altro fratello se ne stava all’ombra, ma anche da quella distanza Sofia poteva scorgerne lo sguardo benevolo e vagamente canzonatorio tipico di chi è molto intelligente, e Matteo lo era.

Provò immediatamente un grande senso di protezione, le nasceva da dentro, dalla pancia, e si propagava in tutto il corpo, ma subito dopo anche un grande senso di lontananza.

La colazione che i suoi stavano consumando sull’erba era una lucciola destinata a spegnersi presto.

Sofia distolse lo sguardo e decise di partecipare a quell’allegra riunione. Stava cercando qualcosa da mettersi sulle spalle quando nuovi rumori, questa volta provenienti dall’interno della casa, richiamarono la sua attenzione. Diede un’ultima occhiata fuori e non vide sua nonna. Lasciò la finestra, le risate, il sole, l’allegria per tornare da dove era venuta. Arrivata in fondo al corridoio salì l’unico gradino presente nella casa. Quindi si fermò davanti alla porta socchiusa della camera di Irene. Bussò, sfiorando appena la superficie del legno con le nocche.

– Nonna, sei sveglia?

Nulla. Avvicinò l’orecchio e ripeté la domanda, in tono più alto.

– Nonna? Nonna, sei sveglia?

Qualcosa di simile a una risposta la convinse a entrare. La porta cigolò per un breve istante. Nella semioscurità, un profumo di sapone misto a medicine le salì alle narici. In punta di piedi Sofia si avvicinò alla finestra e ne allontanò delicatamente le imposte, il necessario affinché un raggio di luce illuminasse il turbinio di particelle di polvere agitate al suo passaggio. Mentre bloccava le persiane perché non si aprissero ulteriormente, il farfugliare di Irene si fece più comprensibile.

– Cos’è questa luce? È notte fonda, maledizione! – imprecò l’anziana donna.

– Nonna, è quasi ora di pranzo, guarda che bel sole c’è fuori.

– Ma io stavo sognando, è ancora buio. Guarda, ho la camicia da notte.

– Nonna…

– Zitta! – gridò lei di rimando, con rabbia.

Il suo sguardo si fermò duro sul volto della nipote che intanto le si era seduta accanto sul bordo del letto. Gli occhi impenetrabili e la bocca piegata in un ghigno disgustato. Le fossette sulle guance dissonavano sul suo volto acido. Passò qualche secondo e piano piano la rigidità cominciò a lasciare posto allo smarrimento. Irene alzò la mano e la posò sul braccio nudo di Sofia, ma solo dopo aver compiuto il gesto si girò a guardare cosa stava toccando. La riconobbe. Almeno questa volta.

– Come sei cresciuta Sofi – disse con voce materna e un po’ roca.

Subito la ragazza si rilassò posando una mano su quella della nonna, accarezzandone la pelle rugosa, ma morbida.

– Sofi… Ho sognato che non ero più a casa e non mi ricordavo la strada per tornarci – continuò Irene con un tono pacato.

– Non preoccuparti, sei venuta a trovarci per un po’ di tempo.

La donna allora si guardò intorno come se soltanto in quel momento si rendesse conto di non essere a casa sua. Osservò attentamente ogni mobile, ogni anfratto della stanza, riconobbe i vestiti posati sulla sedia, indugiò maggiormente sulle foto poggiate sul comò, le studiò a lungo, inclinando la testa di lato e un sorriso che sapeva di nostalgia le si dipinse sul volto. Gli occhi invece non sembravano partecipi di quel sorriso, mantenevano ancora la stessa espressione severa di prima.

– Dov’è Silvio? – chiese improvvisa.

Sofia, lasciandole la mano, rispose: – Nonno non è qua. È morto.

E pronunciò le ultime parole in un soffio.

– È vero… – disse la nonna con rammarico.

Sofia prese i vestiti dalla sedia e le mise un golf sulle spalle.

– Quando arriva Silvio? Magari non sa che sono qua. A casa non c’è niente da mangiare – disse togliendo il lenzuolo da sopra le gambe e provando a scendere dal letto.

– Nonna, aspetta… – fece la ragazza seguendola di impulso. Si inginocchiò di fianco al letto e le fermò dolcemente le gambe.

– Non ti preoccupare, lo sa che ti trovi qui – aggiunse. – È solo uscito un attimo mentre dormivi.

– Lui fa sempre così, non mi aspetta mai – protestò Irene un po’ risentita, arricciando il naso e incrociando le mani sul petto.

– Adesso devi prendere le pillole e poi raggiungiamo gli altri – disse Sofia alzandosi da terra e prendendo un flacone blu da sopra il comodino.

Era scalza, ancora in pigiama, e iniziava a sentire freddo, doveva far calmare sua nonna e poi andarsi a mettere qualcosa di più pesante addosso.

Con un gesto veloce e abituale della mano, Sofia aprì il tappo e ne lasciò scivolare fuori due pastiglie. Si girò a prendere la bottiglia d’acqua e diede tutto a sua nonna che per fortuna, stavolta, non fece resistenza. Nel rimettere a posto le cose, Sofia sospirò: quanta pesantezza in tutti questi gesti, quanta fatica nel farsi scivolare le cose addosso.

La dirittura morale di sua nonna era drasticamente diminuita qualche settimana prima, quando i suoi sintomi si erano evoluti allo stadio successivo della malattia. I controlli dal medico erano aumentati e in modo proporzionale anche le medicine. In tutta questa situazione, c’era anche la questione riguardante il fatto che Irene cominciava a non voler più prendere i farmaci. Serrava le labbra appena qualcuno le si avvicinava, e al suono del blister che si piegava sotto la pressione dei polpastrelli si metteva a gridare. Quel giorno era iniziato bene, ora bisognava passare alla fase successiva. La vestizione.

Sofia porse alla nonna i vestiti, lei li afferrò con fare sicuro e li dispose sulle ginocchia osservandoli attentamente. Ne valutò la fattura, strofinando la stoffa tra i polpastrelli, ne misurò la lunghezza e ne esaminò bene il colore. Accertatasi della buona conservazione degli abiti cominciò a vestirsi, lentamente, ma tutto questo rito ossessivo non aveva importanza. I medici erano stati chiari: fino a quando fosse riuscita a badare a se stessa autonomamente anche i piccoli gesti avrebbero fatto la differenza tra resistere o abbandonarsi alla malattia.

Sofia, quindi, non intervenne quando Irene iniziò ad abbottonarsi la camicetta per la terza volta, né quando il posizionamento del cerchietto sulla fronte non sembrava essere mai quello corretto e un ciuffo di capelli continuava a spuntarle ribelle ai lati della fronte. La guardò compiere questi piccoli gesti e le si strinse il cuore al pensiero che ben presto non sarebbe più riuscita a farli. Si trattava di minutezze impercettibili che ci rendono ciò che siamo. Ad esempio, quel modo grazioso di Irene nel volgere la testa di tre quarti per guardarsi allo specchio, oppure il suo incrociare le mani in grembo quando ascoltava attentamente un discorso. Le venne da sorridere, perché lei conosceva questi piccoli movimenti che rendevano Irene sua nonna.

Da fuori vide se stessa in piedi, con il gomito appoggiato sul comò e l’anziana donna sul bordo del letto a sferruzzare, ma tutto immobile nella stanza e il tempo fermo.

L’equilibrio tra due coscienze si mantenne forse per qualche secondo. Poi la sua attenzione venne richiamata da qualcos’altro, trascinandola fuori dall’illusione e facendole percepire il piano duro del mobile sotto il suo braccio.

– Scusami, cosa hai detto? – chiese Sofia d’un fiato come riemergendo da una lunga apnea.

– Tuo nonno dice sempre che questa camicetta mi sta bene. Pensa cosa dirà quando verrà a prendermi – disse strizzando l’occhio a mo’ di intesa.

– A prenderti? – fece Sofia smarrita.

– Ma certo! Oggi è il nostro anniversario e sono sicura che lui se ne è ricordato – rispose Irene quasi infastidita.

– Certo, ho capito.

– Lui non se ne dimentica mai, forse dimentica altre cose – continuò aggiustandosi i capelli tagliati corti sul collo, – come i compleanni. Ma non questo.

– Nonna ti andrebbe di andare dagli altri? Fuori c’è un sole caldo, ti farebbe bene.

La donna fece un cenno di assenso con la testa e si appoggiò accondiscendente al braccio della nipote per alzarsi dal letto.

Mentre stavano dirigendosi lentamente verso l’uscita, sentirono sbattere la portafinestra della cucina.

– Ah! Eccovi qua! – disse Tommaso rientrando dal giardino con le mani nere sporche di grasso e il volto sudato.

– Sofi, per caso ti ricordi dove abbiamo ritirato i cuscini delle sedie l’anno scorso? – aggiunse subito dopo.

La ragazza ci pensò qualche secondo stringendo le labbra.

– Non so, forse nell’armadio a muro in corridoio. In genere questa roba la mettiamo lì. Ma la mamma non se lo ricorda? – chiese Sofia perplessa.

– Probabilmente no – disse suo padre. – Mamma! Non puoi uscire vestita così, fuori si muore di caldo! – disse rivolto alla madre stretta al braccio di Sofia. – Vieni, andiamo a cercare qualcosa di più leggero. Sofi tu hai voglia di cercare i cuscini? – domandò prendendo Irene sottobraccio, cercando di non toccarle il vestito con le mani sporche mentre la riconduceva verso la sua camera.

Sofia aveva i piedi ghiacciati. Andò a mettersi qualcosa addosso e poi di malavoglia cercò i cuscini. Non trovandoli, raggiunse il resto della famiglia all’aperto. Uscendo, venne colpita da una luce abbagliante.

– Mamma, non so dove sono i cuscini. Li hai ritirati tu?

– Non importa – disse distrattamente Elisabetta. – Tuo padre li cercherà con calma, adesso usiamo le sedie.

– Voglio vedervi a star seduti sui cuscini d’estate con quaranta gradi, secondo me sono inutili – intervenne Riccardo.

– Solo perché non ha voglia di cercarli. Per te è meglio restare appiccicati alla plastica con i segni sulle gambe? – replicò Sofia a suo fratello minore.

Quella stessa sera, poco prima di mezzanotte, grida improvvise ruppero il silenzio della notte e tutte le luci della casa si accesero in un lampo. Parole piene di rabbia, incomprensibili, dirompenti attraversarono il corridoio. Tutti, balzati giù dal letto, spaventati, accorsero nella stessa direzione. Irene in piedi, avvolta nella camicia da notte, si agitava e si teneva la testa tra le mani. I suoi occhi sanguigni erano una maschera di terrore.

– Dove sono? – gridava. – Questa non è casa mia! Dove mi avete portata? Io chiamo la polizia e poi vedete se non vi arrestano!

La voce roca graffiava le corde vocali. Tommaso le prese le mani e provò a calmarla, ma Irene non si dava pace.

– Io mi fidavo di voi, e mi avete tradita. Mi fidavo!

Soltanto dopo molti tentativi riuscirono a calmarla e a rimetterla a letto. Irene si addormentò poco dopo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Laura Giagnetich
Nata in provincia di Cuneo nel 1991, studia all’Istituto d’arte di Saluzzo, indirizzo oreficeria. In seguito, si laurea all’università di Mantova in Restauro di dipinti e opere lignee. Conseguita la laurea, comincia a lavorare in un laboratorio di restauro.
Negli anni ha provato tanti lavori, e da tutti ha imparato qualcosa. Per due anni ha vissuto e lavorato a Torino, ma adesso è tornata a vivere a Saluzzo e lavora in un liceo.
L’unica costante nella sua vita è l’arte. Nella vita ha bisogno di creatività: che sia con la scrittura o con il disegno o altro, intende seguire questa sua spinta creativa.
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