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Cronache da Ferroponte

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Consegna prevista Settembre 2020
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«Servi non si nasce, si diventa», la risposta del prete al penitente sintetizza il filo conduttore del romanzo. A Ferroponte, in provincia di Napoli, vivono: Ninuccio, un idealista corrotto dalle lusinghe di don Salvatore, il boss che tutto “vede” e dispone; Don Raffaele, il confessore di tutti, che conosce le menzogne più diffuse e praticate; la straniera, che suscita negli uomini risonanze emozionali e pensieri indicibili; o’Cardinale, il “consigliori” del boss, abile nell’arte politica e dotato di una cattiveria che trasuda dallo sguardo e si materializza nei fatti. Sono i protagonisti della fitta trama di ricatti, amori, omicidi e tradimenti che condizionano il destino di tutta la comunità. Il disastro ambientale, gli affari legati alla “monnezza”, la mal’aria e l’inconsapevolezza di aver perso la libertà, sono i “quadri di vita” che accompagnano i vizi, le ansie e le fisse quotidiane della gente comune, raccontate con la sottile ironia di chi sorride, pur masticando amaro.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto un romanzo di impegno civile che racconta il drammatico saccheggio del territorio ed anche una storia d’amore. La trama parte dagli anni ’70, poi l’illegalità diffusa e l’onnipervasività della corruzione hanno aggravato le distorsioni preesistenti, determinando l’imbarbarimento delle relazioni umane e sociali del tempo presente. Mostrare quanto l’indifferenza e la solitudine di una umanità aliena a se stessa renda vano ogni riscatto morale, civile e sociale è stato il mio intento.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ferroponte era nota per la produzione delle albicocche e delle patate. Nelle immediate vicinanze si coltivava la canapa che si portava a macerare nelle vasche di Pezzalunga dove si raccoglievano le acque ricche di calcare provenienti dai monti di Maddaloni.
Oggi è uno dei tanti agglomerati dell’area metropolitana di Napoli che si è disordinatamente trasformato in un luogo costruito troppo in fretta e senza regole.

Cap. I -Un pane davvero speciale-

È vedova e fa il pane in una masseria alla periferia di Ferroponte.
Si è sistemata bene Rosina con i forni a legna e il pane che smercia ogni mattina.
Ne fa due, tre forni al giorno; il ricavato basta a mantenerla e pure a mettere da parte quel tanto che le ha permesso di costruire la casa per sé e per i due figli.
S’intende, è tutto abusivo, perché è così che è cresciuta Ferroponte.
Un agglomerato di case e palazzi dove prima era solo campagna.
Tutto abusivo e senza licenza.
Successe quando arrivò la ricchezza a metà degli anni settanta, ma solo per pochi. Quelli che possedevano la terra, la campagna coltivata a patate o a frutteto di albicocche, la frutta tipica di questa zona dell’area vesuviana.
Questi qui fecero l’affare tre volte.Continua a leggere
Continua a leggere

La prima, quando vendettero il terreno necessario per farci i terrapieni per costruire l’asse mediano, la superstrada che collega la provincia interna alla città. La terra fu caricata sui camion e al posto dei campi di patate e dei frutteti restarono decine di fossati profondi fino a venti, venticinque metri.
Dall’alto, in elicottero, Ferroponte sembrava tutta una groviera con poche masserie e qualche casa sparsa.
Facevano impressione quelle case.
Quando c’erano i frutteti, gli edifici s’intravedevano a malapena tra le piante, ora apparivano in tutta evidenza con le mura scrostate esposte al sole, circondate da fossati in un luogo che non era più nulla: né campagna, né paese.
La seconda volta, l’affare lo fecero quando vendettero tutto ciò che era stato scavato per poterlo riempire.
Per mesi, centinaia di camion arrivavano a Ferroponte e scaricavano nei fossati elettrodomestici usati, carcasse di auto e di bestie morte, liquami, tettoie di eternit, tubi di amianto e di gomma, pneumatici e rifiuti organici.
E nell’attesa che il fossato si riempisse, i proprietari del fondo davano pure il permesso di farci razzolare i maiali a qualcuno che glielo chiedeva.
Quei suini sarebbero finiti al macello, poi sotto forma di arrosto e insaccati venduti nei supermercati.
Quando i fossati furono quasi pieni, i contadini di Ferroponte pensarono bene di farci una bella colmata di terra per ripiantarci gli alberi, magari quelli che c’erano prima.
Fu cosi che tutta Ferroponte ridiventò piena di alberi di albicocca, pesca e pera. Sembrava una green valley divisa in lotti geometricamente allineati ai piedi del monte.
Si era alla fine degli anni settanta; poi sarebbe arrivato il decennio degli yuppies e della ricchezza rampante che segnò l’Italia dei primi anni ottanta.
Don Salvatore, il boss della contrada, che di fiuto ne aveva parecchio, pensò bene di acquistarne molti di quei nuovi terreni, pagandoli quattro soldi come lotti agricoli.
Quando ci furono le elezioni comunali, don Salvatore cominciò a oliare l’ufficio tecnico e l’assessore al ramo, per trasformare quei lotti in terreni edificabili.
E qui ebbe l’illuminata, la trovata geniale, quella vera, di acquistare altri lotti di terra senza neanche pagarci una lira.
Ai proprietari, anche ai più tenaci e resistenti a vendere, don Salvatore o chi per lui, li convinceva allo scambio: cedere la terra per costruirci palazzi alti fino a quattro piani barattando la transazione in due, tre appartamenti offerti in cambio del terreno ceduto.
Molti proprietari furono contenti di avere l’appartamento bello e fatto per sé o per le figlie da maritare.
Altri, meno sprovveduti, lo sentivano lontano un miglio l’odore di bruciato.
Don Salvatore, dal canto suo, ci trovava la doppia convenienza: dava lavoro in nero a muratori, carpentieri e a chiunque facesse il mestiere, diventando benemerito agli occhi della gente… e costruiva palazzi con poca spesa.
A tutti gli altri abitanti di Ferroponte, quelli che non possedevano la terra, rimase come unica possibilità di attaccarsi al treno della fortuna, quella di avviare attività abusive.
L’attività di Rosina fu di fare il pane nel forno a legna che si fece costruire con il beneplacito di don Salvatore dopo la morte del marito, caduto dall’impalcatura del palazzo che, in tutta fretta, la ditta aveva montato di notte per colare il cemento e far trovare il grezzo, pilastri e intelaiature, già costruiti al mattino.
Di notte, senza luce, solo con qualche lampara che a stento illuminava il cammino, Vituccio, il marito di Rosina, aveva messo il piede in fallo ed era cascato giù crepando sul colpo.
La lasciò vedova e sola, con due bambini da crescere e nessun sussidio.
Allora Rosina si era rivolta a chi comandava.
E don Salvatore s’era sentito in dovere di accontentarla anche perché la ditta che stava eseguendo i lavori era la sua.
Aveva ordinato di costruirle un forno nel cortile accanto al basso dove abitava.
Rosina, essendo figlia di contadini, glielo aveva spiegato bene che lei il pane lo sapeva davvero fare.
E mentre glielo spiegava don Salvatore altrettanto bene se la guardava.
Era ancora giovane, piccola di statura, bruna d’occhi e di capelli, formosa e piacente, la Rosina.
L’avrebbe accontentata certamente.
Ma anche lei gli avrebbe dovuto ricambiare settimanalmente l’infornata riscaldandogli il letto.
Così stavano andando le cose e nulla lasciava presagire che la rottura di un dente, il molare dell’arcata superiore del sindaco, sarebbe stata foriera dell’abbattimento di tutti i forni a legna di Ferroponte e dintorni, facendo precipitosamente rovinare la lucrosa attività del pane fatto in casa.
«La combustione libera batteri e l’ingestione di cibo infetto da batteri nell’organismo avvelena e provoca il tetano. La malattia, se non diagnosticata in tempo, porta alla morte». Questo spiegava Antonino, l’esperto medico condotto chiamato a consulto da don Salvatore. Il boss voleva capire bene il casino che il sindaco, da lui protetto ed eletto con i voti dei suoi, stava facendo. Tutta quella cagnara pubblica sui quotidiani locali e nazionali che il primo cittadino stava alimentando aveva richiamato l’attenzione delle forze dell’ordine, guardia di finanza in primis, che finora era stata silente.
Addomesticati a dovere, i pochi addetti all’ufficio tributi svolgevano l’ordinario ma non lo straordinario e preferivano non fare occhio su quella ed altre attività che di lecito avevano poco ma che a Ferroponte costituivano l’ordinaria quotidianità.
Ma ora tutto stava andando a schifìo.
E lui, il vecchio boss, si ritrovava con gente che si lamentava a destra e a manca.
Qualcuno gli aveva fatto notare che la legna che bruciava nei forni e abbrustoliva il buon pane fatto in casa non era tutta ricavata tagliando alberi e ceppi ma spesso, molto spesso, era riciclata da ben altra fonte e aveva tutta un’altra provenienza.
Insomma, non veniva certo dalla vicina segheria dei fratelli Cigliano.
Don Salvatore si ricordò solo allora di Antonio il becchino, Tonino schiattamuort, che per arrotondare la mesata sfasciava le casse da morto dopo averle liberate dallo scheletro dei defunti che, una volta ripuliti con alcool e messi a lucido con strofinacci di tela ruvida, finivano nel loculo in una piccola cassetta di fianco al parente più prossimo per motivi di spazio e di economia familiare.
Le tombe costano, singoli loculi compresi, e tutte le famiglie di Ferroponte si erano adattate al rito decennale di togliere il corpo, oramai decomposto a scheletro, dalla vecchia cassa di legno per depositarlo in un unico loculo in compagnia degli altri parenti trapassati.
Fatte queste operazioni, Tonino schiattamuort rivendeva le vecchie bare di legno a un prezzo altamente conveniente ai proprietari dei forni che ci vedevano il loro tornaconto, non dovendo firmare fatture alle ditte che facevano commercio di legna da ardere.
Del fatto stavano a parlarne, una domenica mattina in piazza, due commercianti «Ma come! Proprio sulla tavola del primo cittadino doveva finire quel pezzo di pane con un chiodo arrugginito. Ma chesta è scalogna! Sfurtuna nera».
«Un chiodo intero mi ha detto Mafalda mia moglie, che aiuta a fare i servizi in casa della signora Marianna, la moglie del sindaco. Zitta, zitta, senza che se ne accorgesse la padrona di casa, Mafalda quando ha visto un chiodo lungo e arrugginito nella scorza del pane, l’aveva tolto gettandolo nella spazzatura.
Ma tu vai mai a pensà che nella mollica ce n’era un altro, un chiodino!
Il sindaco appena arrivato a casa, ha visto quel bel pezzo di pane ancora caldo di forno e ubriacato dal profumo inebriante, ha addentato con forza scorza e mollica e il chiodino, nà summenzella, s’è infilata tra il dente e il molare e glielo ha spezzato».
«Ah! Così ci ha rimesso il dente» e scoppiarono a ridere.
A Ferroponte era questo l’argomento del giorno.
Ma ben altre vicende e molto più dolorose, attendevano i suoi cittadini.
Cap. X -Fotti e mangia-

La prima seduta del consiglio di amministrazione della Ferroponte Ambiente Spa avrebbe inaugurato una feconda stagione di sviluppo.
Il gioco dei pesi azionari favoriva quelli del Casale che vi avevano investito gran parte dei loro capitali di dubbia provenienza. Quelle quote, intestate a prestanome, erano accreditate presso società con bilanci immacolati.
La presenza dell’Ente locale nel consiglio, inoltre, serviva a rassicurare i cittadini sulla correttezza della gestione pubblica.
Un ottimo politico deve saper essere un eccellente bugiardo e il buon lavoro consisteva nell’avere fatto percepire alla cittadinanza che il vento era cambiato per davvero.
«Governare è far credere» diceva il consigliori del boss a Ninuccio, ormai arruolato a tempo pieno alla causa sociale della Ferroponte Ambiente SpA.
La sua etica aveva ceduto di schianto quando il consigliori, detto o’ Cardinale, gli aveva presentato Maria, di cui Ninuccio era perdutamente innamorato.
«La camorra come la mafia ci appartengono, tanto vale accettarle» disse
o’Cardinale citando un’espressione, letta da qualche parte, dell’emerito presidente della Repubblica, l’onorevole Cossiga.
In realtà, mirava a istruire Ninuccio e farne un uomo fidato. Per questo quella sera riprese la tiritera dei giorni precedenti.
«Esistono tradimenti doverosi perché la politica non è solo un’arte ma è una sfida mortale quotidiana, la cui posta in gioco è il potere. Per questo ha bisogno di silenzi e zone d’ombra».
«Non capisco» fece Ninuccio.
«Chi ha ben governato perché dovrebbe morire. In fondo ha servito
lo Stato e l’interesse generale» continuò.
«L’interesse generale non esiste. I nostri politici hanno sempre e solo agito
nel nome e per conto di particolari gruppi d’interesse» replicò, freddo e sicuro, o’ Cardinale.
«Scétate guagliò. Pensa a sposare Maria e con lei gli affari della famiglia».
Certe volte pensava che per quel giovane il tempo dei sogni non era ancora terminato. Ma lui lo avrebbe addomesticato a dovere alla realpolitik del fotti e mangia, anche con l’aiuto di Maria, che gli era grata per averla salvata dalle ben più avide mani di Ciruzzo.
In fondo, a Maria Ninuccio piaceva, anche perchè si manteneva buono di carattere pur se aveva perso l’idealistica ingenuità di un tempo.
Ora Ninuccio aspirava a diventare un politico di carriera, con l’aiuto dei suoi vecchi avversari.
Sapeva che avrebbe dovuto pagare il prezzo dell’incoerenza ma, sinceramente parlando, adesso non gliene fotteva più di tanto.
Aveva Maria e presto l’avrebbe sposata con la benedizione di don Raffaele.
Aveva il posto di direttore della Ferroponte Ambiente Spa, un trampolino perfetto per il suo lancio nella politica che conta.
Prima avrebbe fatto carriera in Regione, poi sarebbe stato eletto deputato al Parlamento.
Era tutto pianificato dal Cardinale con l’appoggio degli amici che contano e tra questi c’erano Ciruzzo e don Salvatore.
Ma si sa, il beneficio del dubbio è espressione di libertà.
Accadde sei mesi dopo il suo matrimonio.
Ritornando inaspettato a casa, Ninuccio trovò Maria a letto con Ciruzzo ma non successe il finimondo, non ne fece una tragedia.
Si dedicò anima e corpo all’azienda di cui era direttore, con o’ Cardinale al fianco che continuò ad essere il suo mentore.
Una delle prime commesse della Ferroponte Ambiente fu quella di creare un CDR, un centro di raccolta dei rifiuti, per poterli impacchettare, vendendo poi le balle in Germania come propellente per gli inceneritori. Quando l’affare della vendita della balle all’estero s’inaridì, si pensò bene di interrare i rifiuti avvelenando la propria terra senza scrupolo alcuno, intossicando intere comunità, creando quella terra dei fuochi dove periodicamente lampeggia un focolaio che lascia una scia di fumo che appesta l’aria e distrugge prima palpebre e ciglia e poi i polmoni di chi di notte l’inala, inconsapevolmente sicuro in casa propria.
Ma Ninuccio se ne fotteva e pensava solo a…

08 gennaio 2020

Aggiornamento

Un amico Stefano Pioli, accanito lettore ha scritto: Libro terribilmente nutriente, fluido e facilmente assimilabile, ed io l’ho appena finito di sorseggiare, centellinandolo, come si fa con un vin brulè, che dà l’idea del romanzo: una bevanda saporita, fumante, aromatica, speziata. Oltre alla cannella e ai chiodi di garofano, l’autore vi ha aggiunto una scorza di limone, per rendere acre quel sapore che poteva sembrare un po’ mielato, ma soprattutto per alleviare la maleodoranza degli eventi narrati. La grazia e la dolcezza sono gli ingredienti del romanzo, ma anche una grave tossicità che emana da ogni pagina, come dalla terra violentata di Ferroponte. La scorza d’agrume rappresenta il tentativo di rendere fruibile un racconto veritiero di eventi tragici e imperdonabili. La verità? “L’uomo chiama verità ciò che qualcuno ha deciso di chiamare così. Le verità sono illusioni. Tienitelo bene in mente!” – così garantisce alzando la voce ad hoc don Salvatore, l’astuto Boss cittadino. Questa è la sua Verità, di quelle che non ammettono repliche. E purtroppo isso tene ragione! Solo una Fede può garantirla, st’ambigua ancella del Potere… la Fede del Boss, per esempio, che ha un unico pregio: si sa da dove viene e si può contrastarla o assecondarla… ognuno scelga per sé. La terza possibilità, che è quella più frequente, è fare finta di niente. Che significa farsi i fatti propri. Aniello Milo ha scelto di raccontarli, i fatti altrui. Questa è la sua Verità. E non ha bisogno di falsità, di accordi sottesi, di avvocati delle cause ingiuste. A lui bastano i ricordi e quella che si chiama mitopoiesi, che è la capacità di interpretare la vita mitizzandone alcuni aspetti e alcune figure che l’hanno rappresentata. Questa è la Finzione di cui parlava Borges. È la Scrittura. Punto. Un passo significativo del libro: “Le parole sono creature viventi, sono capaci di farci immedesimare nelle emozioni che suscitano e di farci rivivere. Al pari dell’acqua che prima d’emergere e farsi fonte non rivela per quali vie sotterranee…” E le lacrime, scrive il Poeta, anch’esse sono parole, che meglio esprimono le emozioni e comunicano “l’indicibile”. Nel romanzo si parla di commistione fra l’uomo di malaffare e il politico: una volta era il camorrista a chiedere, ora è l’uomo pubblico a offrirsi, per avere in cambio quello che lo sostiene: il consenso che gli consegna il Potere! È uno scambio illecito, che legittima ogni abuso. Siamo in un paese, e non bisognerebbe mai cessare di pensarlo, in cui tutti i Poteri alla fine si accordano fra di loro. Quello che succede nel paese di Ferroponte non è che la pellicola in negativo di quello che si chiama Stato, e la sua democraticamente istituzionalizzata, e sapientemente truccata, fotografia. “…la politica non è solo un’arte ma è una sfida mortale quotidiana, la cui posta in gioco è il potere.” Ferroponte è anche l’immagine immonda di un paese che utilizza la bellezza per nascondere la monnezza, perché Qualcuno che Può ci lucri, a dispetto della salute e della felicità della gente. Sembra che non ci sia una via di mezza fra l’onestà assoluta e la mendacità. Come, forse, non ce n’è fra l’atto sessuale mirato a ingravidare e la prostituzione. Non può esserci una semplice e consapevole libido? No, questa è roba da signori! Da gente che può! Da padroni! Un’arma utilizzata da chi ha la coscienza sporca è quella che insudicia l’altrui: la calunnia, la più perversa delle arti. Che pure lo diventa, arte, quando ri-crea la realtà. Ma è un’arte sozza, che merita soltanto disprezzo. In questo mondo incivile, la saggezza può venire anche dalla parte più colpevole, quella del Boss, che tutto inquina. In un paese siffatto, solo chi ha il Potere pare avere il diritto di pensare, di giudicare, di usare la ratio, di scegliere. Purtroppo il disastro pare inevitabile: “Una società totalmente libera, forse, non è mai esistita a memoria d’uomo, anzi, c’è la certezza contraria: che la società non possa esistere senza costrizione.” Dobbiamo tuttavia abituarci a una vita, solo apparentemente, tranquilla, ogni tanto disturbata da un rumore improvviso, da uno sparo che, finché non tocca a me, è uno dei tanti eventi preventivabili, accettabili, direi quasi naturali. Questa è la nostra amata società e c’è chi osa ancora chiamarla civiltà. “Tutti sono d’accordo sulla lotta alla mafia ma pochi alla guerra contro la mafia.” – a volte pare che si colpisca il malaffare con la perizia dell’addetto alla potatura di un albero, che deve tagliare i rami ormai secchi, per agevolare la floridezza dei frutti del Potere. Il romanzo corale di Aniello Milo termina con un’immagine fatalistica. Il vento stormisce senza più presupporre una Storia dell’Uomo, priva sia di un ieri che di un domani. La morale che se ne trae mi rimanda alla memoria di un grande romanzo, “Il Gattopardo”. Solo il Potere sa come scrivere la Storia. Di fatto è lui l’Eterno, il Maledetto Scrittore. Stefano Pioli.
26 dicembre 2019

Aggiornamento

Non fumo, non bevo, non sniffo. Allora perché scrivo? Sono stato, più volte, giudice popolare e ne ho conosciuti di fatti ,anzi, di malefatte! Con il passare degli anni è maturata quest’opera, frutto di squarci folgoranti di un lavorìo carsico che silenzioso scorreva come magma contenuto e che, per il coagularsi alchemico delle circostanze della vita e delle sue forze interiori, è emersa assumendo le forme liberanti di un libro. Un libro in cui si rivela, a sé e agli altri, una parte del proprio itinerario intellettuale ed esperienziale. Amiamo ciò che ci manca e ci necessita e nell’epoca della necrosi tecnologica e dei suoi incantamenti massmediatici che addormentano/uccidono la realtà dell’anima, un’arte artigiana, tipica dell’uomo poietico consapevole della propria ricchezza interiore, qual è solo la scrittura e la sua attività creatrice, realizza tale possibilità. La Libertà esige il viaggio alla ricerca di se stesso. In ciò è racchiuso il senso e la necessità dello scrivere, come una delle espressioni metaforiche del viaggio nella propria esistenza trasmutante.

Commenti

  1. natale09

    (proprietario verificato)

    “Cronache da Ferroponte” non è una fiaba di un re e del suo reame. Ferroponte è sì un paese che sulle carte geografiche non esiste. Ma è un paese nel quale, in un’altra vita, ti sembra di esserci vissuto e forse di esservi stato protagonista, ma dalla parte giusta. Milo con certosina eleganza di linguaggio, chiaro e adamantino, delinea, attraverso un racconto fantastico, una realtà di vita sociale e politica che ancora oggi, purtroppo, si ritrova dalle nostre parti e, seppur in modo diverso, un po’ dappertutto. Milo si fa leggere tutto di un fiato per scorrevolezza e linearità di linguaggio, ma soprattutto per il suo fascino narrativo e per l’elogio di quella morale che sempre dovrebbe accompagnare la vita degli uomini. Prof. Natale Cennamo

  2. Aniello Milo

    grazie per il commento lusinghiero

  3. (proprietario verificato)

    Un bel libro! Scorrevole. Racconta la realtà di oggi. Lo consiglio!

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Aniello Milo
Aniello Milo nasce l’11 febbraio 1957.
Napoletano di origine, vive e lavora ad Amalfi dove si è trasferito nel 2014 per dirigere l’Istituto Comprensivo.
Scrittore autodidatta, ha già pubblicato: “L’ultimo testamento- il sepolcro nascosto del Principe di Sansevero” nel 2015 (selfpublishing Youcanprint), un noir a sfondo esoterico, ambientato nella Napoli massonica degli anni novanta. “La confessione di Tommaso” (finalista “Premio Bukowski” 2016- Giovane Holden), un giallo politico nella Napoli del “ventennio”, con D’Annunzio coprotagonista.
“Cronache da Ferroponte” è il suo terzo romanzo.
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