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Dal posto finestrino

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Chi è un cooperante? Che cosa fa? Bisogna davvero essere folli e avere la scorza di un supereroe per lavorare negli ospedali di Afghanistan, Sierra Leone, Ruanda ed Etiopia?
Un “fortunato” ragazzo milanese della generazione degli anni Ottanta ci racconta il suo vissuto tra Italia, Asia e Africa in mezzo a chi ha avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” del mondo. Attraverso la sua esperienza sul campo pone, a sé e ai lettori, domande che non vogliono trovare risposte semplici, ma far riflettere su argomenti di grande attualità, filtrati dal punto di vista di chi li ha vissuti in prima persona.
Il libro ripercorre le tappe di un percorso caratterizzato dal desiderio di un mondo più equo, senza guerre, dove la sanità possa essere un diritto imprescindibile di tutti, narrando una storia che non pretende di trovare verità definitive, ma suscitare emozioni e riflessioni per il mondo di domani.

 

Ciascuno di noi ha la pretesa di vivere una vita piena di
significato, di fare qualcosa di utile per il prossimo e i suoi
cari e – proprio volendo strafare – di lasciare ai posteri il
segno del proprio passaggio per poter essere ricordato,

possibilmente per qualcosa di buono che si è fatto durante la
propria esistenza.
Se pensate di trovare le risposte a come fare tutto ciò in
queste pagine, vi sbagliate di grosso, pertanto vi consiglio,
contro il mio interesse, di riporre questo libro nello scaffale
e di utilizzare il tempo per andare al cinema o bervi un paio
di birre. Se invece avete voglia di lasciarvi andare a un viaggio
di ricordi di una persona qualunque, in una lettura leggera da
accompagnare alla tintarella sotto l’ombrellone o a un concerto

di Mozart, allora buona lettura.
Forse vi chiederete il motivo del titolo di questo libro:

il posto finestrino è quello da cui apprezzare meglio il paesaggio,
quello privilegiato per poter contemporaneamente guardare
fuori e dentro, quello in cui si gode della vista e ci si può

lasciare andare a pensieri e riflessioni. Spero che queste righe
possano farne scaturire altrettante su quanto ci circonda e su
quello che c’è all’interno di ciascuno di noi, sul fuori e sul

dentro, appunto, senza dimenticare che le due dimensioni sono
sempre interconnesse nello svolgimento della nostra vita.
Perché ogni viaggio è un’avventura ma anche una riscoperta,

un’esplorazione dell’esterno e un’indagine di come il
nostro interno a esso reagisce. Con tale animo e leggerezza,
spero che il lettore si avvicini a queste pagine osservando il
paesaggio fuori e, al tempo stesso, cerchi di mantenere una
buona visuale su ciò che accade dentro.Continua a leggere
Continua a leggere

A volte non servono grandi risposte ma solo giuste domande

(questa l’ho letta da qualche parte, lo ammetto, non è mia).
Infatti, una domanda frequente che ci si fa quando si arriva
alla soglia dei quarant’ anni e si sta ancora pensando se sia
giusto o meno avere una famiglia, e se valga la pena mettere
al mondo dei figli, è la seguente: quanto incide l’educazione
dei genitori sulla formazione del carattere dei propri figli, sui
loro valori e sul loro percorso esistenziale e quanto invece
è il semplice risultato di una combinazione genetica? Come
spesso accade, forse la risposta sta nel mezzo: in parte, quello
che tuo figlio sarà è il risultato dell’educazione dei genitori, in
parte è il semplice, ineluttabile e insondabile effetto del caso
o, se vogliamo metterla in termini scientifici, dell’effetto di
combinazioni genetiche, le quali possono sancire il fatto che
tuo figlio sarò uno stronzo in carriera o un insicuro sfigato o,
ancora, un farabutto poco di buono con il beneplacito dei genitori,

i quali, oggi, sono sempre più propensi a prendere le
difese di figli indifendibili.
Nel mio caso, posso ritenermi fortunato: la mia è stata
un’infanzia felice in cui non mi è mancato mai nulla,

ero circondato da amici e dall’affetto di genitori e nonni, e sempre
al centro di ogni attenzione. A pensarci bene, la vita era

davvero una “cake walk”: bastava non fare incazzare troppo mia
madre, portare a casa voti decenti ed evitare di farsi beccare
in flagrante dai “tutori dell’ordine” quando si commettevano
marachelle – fossero questi professori, preti o vigilantes di
quartiere. Alla fine, si poteva fare tutto (o quasi) godendosi
la libertà e la spensieratezza dell’essere fanciullo. Nessun

periodo è tanto gaio: nessun senso di colpa, scoperte continue,
amicizie solide come fortezze, i primi amori, scherzi e risate,
movimento, complicità, leggerezza.
Per molti bambini che nascono in certi Paesi, l’inizio del
viaggio non è altrettanto spensierato, e spesso è la violenza
dentro e fuori le mura domestiche a caratterizzarne lo sviluppo:

se è vero che i bambini apprendono per osmosi dal
comportamento (e dai valori) dei propri genitori, pensate
alle conseguenze che questo comporta nei figli di genitori
violenti o peggio.
Che sia stato un bene o un male non sono in grado di dirlo,
ma quello che so è che sono cresciuto in un ambiente protetto

e pieno di affetto, con due genitori che non mi hanno mai
fatto mancare niente ma che hanno saputo impartirmi valori
come il rispetto, la tolleranza, il rigore e il senso di responsabilità.

Tutto ciò ha avuto chiaramente il classico rovescio
della medaglia: quando l’incantesimo si spezza e la carrozza
di Cenerentola torna a essere una grande zucca, la disillusione

è forte e toglie il fiato come un pugno in pancia. Perché arriva

sempre il momento in cui si passa dalla spensieratezza
del fanciullo all’insicurezza dell’adolescente (e dell’adulto),
come se quel meccanismo, così ben oliato di affetti dovuti e di
regole precise, tutto a un tratto si inceppasse, e a quel piccolo
orticello si aprissero i confini, lasciando la parola al libero arbitrio,

al senso di colpa e alla responsabilità. Vengono così a
mancare i punti di riferimento: i genitori si separano, i nonni
muoiono, i buoni voti non bastano più, le scelte si fanno difficili

e certi treni che passano non tornano indietro; ma questo
lo scopri dopo, e quando lo scopri non sei mai pronto.
Una delle persone che ho più amato e stimato quando ero
piccolo è stato mio nonno materno: una persona dall’animo
semplice e gentile, una persona buona, generosa, sempre

disponibile. Tantissimi sono i ricordi che ho di lui e tutti belli:
le colonnine di duecento lire che teneva in mano e che faceva

tintinnare per avvisarmi che era arrivata l’ora della sala
giochi dopo la spiaggia, il momento di infiascare il vino con
quelle damigiane pesanti, il commento del giornale che leggeva

tutti i giorni, i pomeriggi durante i quali ci preparava (a
me e a mia sorella) il risotto giallo o le castagne, e,

soprattutto, la felicità che sprigionava quando sapeva che avevo
preso un buon voto a un esame, vinto una partita di basket
o che ero uscito con una bella ragazza. Insomma, mio nonno
era un uomo che dava per quello che era, senza giudicare ma
sapendo infondere sicurezza e il giusto senso del dovere. Un
uomo di altri tempi, forse.
Erano tanti i momenti felici di quegli anni Ottanta in cui
Milano sembrava non fermarsi mai, sull’onda del boom

economico e degli sfarzi: volente o nolente sono cresciuto in quel
mondo, estasiato dai giochi e dagli show in TV, sempre in
compagnia di amici, senza conoscere il dolore, la disperazione

e la solitudine. Con mia sorella litigavo spesso ma eravamo
anche grandi compagni di giochi e di intrighi; insomma, era
un divertimento continuo. La domenica dopo la messa c’era il

rito delle figurine, poi le partite alla radio e, alla sera, la
cena dalla nonna che preparava un sacco di leccornie, infine
si guardava Drive In. Oggi, il massimo dell’aspirazione

domenicale è la corsa al parco o la spesa al supermercato (sì, aperto
anche di domenica), sperando di incontrare la vicina carina,
che se ti saluta è già un successo.
Non si gioca più, non si fanno comizi al bar e non si comprano

più le figurine all’edicola; si fanno, però, scommesse online
(o in squallide ricevitorie), si chatta di continuo di banalità e
si postano foto felici di sé e dei propri figli su Facebook o su
altri social network (che sono, praticamente, una vetrina del
proprio egoismo). In quest’epoca, l’unico valore è l’identità
della massa in cui ci si annulla, dove ci si sente protetti e al

sicuro – nel nome di ideali che un nome non hanno più –, votati
solo al dio denaro e al dio potere. Adesso bisogna apparire,

essere presenti e costantemente aggiornati e reperibili; non c’è
più spazio per la riflessione, la lettura, il gioco o lo scambio.
Il tempo passa e dal posto finestrino si osservano gli anni
Novanta: le scuole medie segnano due momenti importanti,

fondamentali nella mia vita: la scoperta dell’altro sesso
(in senso più teorico che pratico) e la scoperta della musica
(mia madre mi convince a iscrivermi alla sezione musicale e

comincio a studiare la chitarra classica). Nel frattempo,
nel mondo, cadono il muro di Berlino e l’Unione Sovietica, e
scoppia la guerra nel Golfo: la prima che seguo in TV.
La mia classe – la mitica Terza B – va alle finali dei

Giochi della Gioventù con la squadra di pallacanestro e, poco dopo, a un
concorso nazionale per orchestre, piazzandosi al terzo posto.
Tanti interessi, poco tempo, giornate vissute al massimo
senza un attimo di tregua, sentimenti nuovi che non si sa

ancora come gestire, ma nessuna ansia perché tutto è nuovo,

impetuoso e, soprattutto, spontaneo.
Ma torniamo indietro di qualche anno: quelli delle elementari

con le partite a pallone al campetto, gli scherzi con
gli amici, i cartoni animati, i compiti, le feste con fantastici
panini al latte imbottiti e torte pannose, gli spaghetti della
mamma con il sugo fatto in casa, e soprattutto lei, la prima
fiamma, con quelle guance paffuttelle e quei capelli biondi e
gli occhi azzurri. È proprio vero che la prima fidanzatina non
si scorda mai, se poi ha un nome francese, tutto diventa ancora p

iù intrigante e romantico! Avrei dovuto capire fin da
quel momento che il percorso di avvicinamento all’universo
femminile non sarebbe stato semplice, per uno timido e non
particolarmente bello, è un vero calvario emozionale, fatto di
dubbi continui, mancanza di autostima e paure di essere respinto.

Ricordo ancora oggi la sua stanza con le bambole, il
mio impaccio alla sua festa di compleanno (dove arrivai con
la faccia gonfia dopo averla battuta contro il muro mentre
correvo in casa perché, appunto, in ritardo per la sua festa),
il terrore quando toccava a lei girare quella bottiglia di plastica

di Coca-Cola – il famoso gioco della bottiglia ha creato
sicuramente una stirpe di giovani traumatizzati – e la gelosia
che avvampava se dava un bacio a qualche altro ragazzo. Ero
consapevole di quanto fosse meschino essere invidiosi e gelosi,

ma, allora, ero orgoglioso di provare per la prima volta
queste emozioni per una bambina. Non sapevo ancora quanto
dolore, quanti pensieri, quante amarezze avrebbe causato la
stessa cosa negli anni a venire! Eppure, rimpiango tutt’oggi
la genuinità profonda di quel sentimento che ancora non si
chiama amore e che è troppo pudico per essere connotato da
vere pulsioni sessuali; un’emozione tipica esclusivamente di
quel periodo, di quella fanciullezza che non pensa ai “se” o ai
“ma”, tantomeno alle conseguenze di un bacio.
Sono i mitici anni Ottanta: quelli del Moncler e della Naj-Oleari,

dello zainetto Invicta, delle Big Babol e del Pongo, del
Corriere dei Piccoli, delle figurine Panini, del Billy e dei biscotti

Oro Saiwa (la mia merendina preferita, con le vignette di Snoopy

incise sopra), dei telefoni a gettoni, delle sale
giochi con le duecento lire, delle rosticcerie e del Burghy, del
Drive In e di Colpo Grosso (ma forse questo è venuto dopo),
degli autoscontri e del Grillo Parlante, del Monopoli e

dell’Allegro Chirurgo, di E.T. – L’extraterrestre e di Guerre Stellari,
di Lupin e l’Uomo Tigre… insomma, tutto aveva un fascino
particolare e veniva condiviso con amici, compagni di scuola e

con una sorellina che negli anni sarebbe divenuta la mia
unica confidente, sangue del mio sangue, con cui condividere
gioie, speranze e dispiaceri.
Il tempo vola e si aprono le porte del liceo (scientifico), si
scrive un nuovo capitolo di amicizie, amori (quasi mai ricambiati),

sport e musica; finché la pagella è buona, quasi tutto
è concesso. Si rientra un po’ più tardi il sabato sera, si va in
gita scolastica fuori dalla città, si sperimentano il sesso e la
musica di ogni genere. I primi anni Novanta sono gli anni dei
Queen (quante volte avrò ascoltato la cassetta di Innuendo!),
di Tina Turner, Phil Collins, Elton John e – su tutti – del grande

Joe Cocker (senza tralasciare gli italiani Litfiba, Luciano
Ligabue, Vasco Rossi, Jovanotti e Zucchero). Le loro canzoni
sono sempre presenti, nastri di musicassette che continuano
a girare, a fare da sottofondo a giornate interminabili sui libri

ma anche al rientro dal campetto da basket o da tennis.
Sì, perché come la musica, anche lo sport ha sempre avuto un
ruolo determinante nella mia adolescenza: tennis, nuoto, calcio,

pallavolo, football americano, atletica, ma soprattutto il
basket e, in modo particolare, quello d’oltreoceano, seguito di
notte e commentato dal grande Dan Peterson, quando in campo

c’era un giocatore destinato a cambiare la storia di questo
sport: Earvin “Magic” Johnson. La fantasia, la tecnica e il
sorriso del numero trentadue dei Los Angeles Lakers restano

indelebili nella memoria, così come quel tragico annuncio
in cui dichiarò al mondo intero di essere portatore del virus
dell’HIV (Human Immunodeficiency Virus, Virus dell’immunodeficienza

umana). Il bello di essere giovani è che si crede ancora nei miti

– sportivi e non –, sognando, un giorno, di
poterli eguagliare. A pensarci bene, era impossibile, tuttavia,
pensare di eguagliare Magic, ma portare la maglia con il suo
numero al campetto ti spronava a dare il massimo, come se, a
fine partita, a giudicare il tuo gioco, il tuo rendimento in campo

e i tuoi sforzi per la squadra ci fosse stato davvero lui.
Poi succede che un giorno ti alzi e scopri che Magic ha

contratto l’AIDS (Acquired Immune Deficiency Syndrome, Sindrome

da immunodeficienza acquisita) da una prostituta, che
il tuo migliore amico ci prova con la ragazza che hai puntato
tu e non ha il coraggio di dirtelo, che il giorno prima della gara
di sci ti spezzi la tibia di netto, che i tuoi genitori si separano
e che Dio è morto (o non c’è mai stato)… Alla fine, ti accorgi

che la vita non è come la vorresti tu, non è come dovrebbe
essere per chi ha sempre fatto i compiti a casa e conseguito
buoni voti, per chi si è comportato sempre in modo educato
nei confronti del prossimo. Crollano i miti e i valori, la fede
vacilla, la vita non è giusta, nessuno è lì fuori a proteggerti e a
rincuorarti se le cose vanno male.
Insomma, la pacchia è finita, il Lato Oscuro (per dirla con il
linguaggio di Star Wars) incombe, possente.
Ci sono dei momenti nell’esistenza di ciascun individuo
che potrebbero definirsi “incroci del destino”, momenti che
rappresentano nodi cruciali, attimi in cui si percepisce che la
decisione che si sta per compiere avrà conseguenze per tutto
il resto della nostra vita. Ripercorrendo a ritroso la propria
strada, spesso ci viene da domandarci «chissà cosa sarebbe
successo se in quel momento avessi fatto B invece di A», quali
interconnessioni del destino, quali incastri si sarebbero dispiegati,

quali conseguenze quella scelta avrebbe comportato
oggi su noi stessi e sul prossimo?
Sono sicuro che ognuno abbia un sacco di questi momenti
chiave nel proprio passato; nel mio, uno è stato quello in cui,
assieme ai miei genitori, dovevo scegliere quale università frequentare.

Dopo il liceo scientifico (e con un buon voto
all’esame finale), si prospettavano diverse opzioni, ciascuna
di queste con dei pro e contro per eventuali risvolti professionali.

La difficoltà era quella di conciliare i propri interessi con
le esigenze del mercato del lavoro per poter garantire un certo
ritorno sull’investimento (i costi della retta). È probabilmente

una delle decisioni più difficili e dense di conseguenze della vita

di ogni adolescente, considerando il fatto che nessuno
può indovinare come lo stesso mercato del lavoro si modificherà

nell’immediato futuro e che il metodo per superare gli
esami universitari (almeno all’epoca) è sostanzialmente

differente da quello che utilizzavi per passare le interrogazioni
– programmate o meno.
Avendo vissuto una infanzia da figlio di medici, era chiaro
che la prima scelta ricadesse proprio su Medicina: negli anni
Ottanta e Novanta, infatti, la professione medica garantiva
non solo un buon reddito di base ma anche prestigio sociale e
riconoscimento all’interno della propria comunità, o almeno
era quello che io vedevo negli occhi e nelle espressioni dei

pazienti dei miei genitori (medico generico mio padre, pediatra
mia madre). Malgrado ciò, i miei genitori sono stati i primi
a indirizzarmi verso altro: che scegliessi pure Economia o
Legge o altro, ma non Medicina, il che, all’epoca (era il 1997),
avrebbe voluto dire almeno dieci anni di studi.
Alla fine scelsi un piano di studi della Bocconi per la legislazione

d’impresa, composto da un mix di materie scientifiche,
economiche e diritto, forse perché non avevo le idee chiare su
quali di queste mi piacessero veramente, ma così fu. Sarebbe

interessante se una app o quelli che negli anni Ottanta si
chiamavano librogame – libri in cui si potevano scegliere

finali differenti a seconda di quale direzione si voleva far prendere

al protagonista a determinati bivi narrativi – ci potesse
dire cosa sarebbe successo se avessimo compiuto una scelta
diametralmente opposta a quella fatta a quell’“incrocio del
destino”! Cosa sarei diventato se avessi fatto Medicina? Uno
studente fuori corso e alla fine un medico di famiglia seguendo

le orme paterne, o un chirurgo di fama internazionale? O
altro ancora? Non lo saprò mai e forse è meglio così.
Spesso mi sento chiedere: «Ma chi te lo ha fatto fare? Cosa
ti ha spinto ad andare in quei posti lì?» (come se poi quei

posti lì fossero abitati da alieni!). Per la risposta dovrei scrivere
un libro a parte e, forse, alcune motivazioni non sono chiare
nemmeno a me. Certo è che, essendo cresciuto nella Milano
degli anni Ottanta, e non essendomi mai mancato niente,

scoprire che, in alcuni Paesi di quello che una volta si

chiamava “terzo mondo”, ci sono persone che vivono in situazioni di
guerra perenne o con meno di due dollari al giorno, non mi ha
mai fatto sentire a posto con la mia coscienza.
Chiamatelo senso di colpa o utopia giovanile, ma sta di fatto
che, nella primavera del 1999, quando ho sentito per la

prima volta Teresa Sarti, ex presidente di Emergency, parlare
davanti a degli studenti bocconiani del dramma delle mine
antiuomo e delle conseguenze di questi ordigni su civili inermi

in Iraq e Afghanistan (e, tutt’ora, in molti altri Paesi), ho
come avvertito una scossa lungo la schiena. Un richiamo, un
campanello d’allarme che suona ogni volta che sento parlare
delle vittime di guerre, malattie, povertà, e che, per fortuna,
da allora, non ha mai smesso di funzionare.

03 ottobre 2019

Evento

Caffetteria PIME, via Monte Rosa 81, Milano
Chi è un cooperante? Che cosa fa? Bisogna davvero essere folli e avere la scorza di un supereroe per lavorare negli ospedali di Afghanistan, Sierra Leone, Ruanda ed Etiopia?
Sandro Greblo - che si definisce un “fortunato” ragazzo milanese della generazione degli anni Ottanta - racconta nel libro «Dal posto finestrino» il suo vissuto tra Italia, Asia e Africa in mezzo a chi ha avuto la sfortuna di nascere nella parte “sbagliata” del mondo. Attraverso la sua esperienza sul campo pone, a sé e ai lettori, domande che non vogliono trovare risposte semplici, ma far riflettere su argomenti di grande attualità, filtrati dal punto di vista di chi li ha vissuti in prima persona.
Il libro ripercorre le tappe di un percorso caratterizzato dal desiderio di un mondo più equo, senza guerre, dove la sanità possa essere un diritto imprescindibile di tutti, narrando una storia che non pretende di trovare verità definitive, ma suscitare emozioni e riflessioni per il mondo di domani.
Interviene Don Dante Carraro, Presidente CUAMM, modera Anna Pozzi
21 gennaio 2019

Evento

Associazione Sporting Club, via Fratelli Cervi 2, Milano 2, Segrate (Milano)
Lunedì 21 gennaio alle ore 17,30 Sandro Greblo presenta il suo primo libro

DAL POSTO FINESTRINO

Sandro è uno dei “ragazzi di Milano 2”, li abbiamo visti nascere, crescere e diventare “adulti”; ma solo quando ci aprono le porte del loro mondo impariamo a vederli oltre i ricordi e i frettolosi incontri con scambio di altrettanto frettolosi saluti.

Il libro di Greblo spalanca una finestra sui sogni di un ragazzo ricco di ideali e di “pensieri”; un ragazzo fortunato che decide di vivere in maniera scomoda, scegliendo quegli altri che hanno avuto e hanno sempre di meno e sempre troppo poco; un giovane uomo che oggi si pone delle domande sulle scelte del passato, sulle ricerche del presente e sulle deluse aspettative sul futuro di quei Paesi a cui ha dedicato parte della sua vita.

E racconta la vita avventurosa e faticosa di “una persona qualunque che si è trovata a vivere e lavorare in alcuni contesti in un determinato periodo storico, e a raccontare delle storie di vita quotidiana sperando di innescare, nel migliore dei casi, un po’ di curiosità per ciò che avviene (o è avvenuto), oltre le nostre quattro mura di casa.”
30 maggio 2018

Evento

Centro Culturale Verdi, Via XXV Aprile, Segrate, Milano Mercoledì 30 maggio a partire dalle 18.00, si parlerà di Africa e di migrazioni con testimonianze segratesi...vi aspetto numerosi! Sandro

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Sandro Greblo
SANDRO GREBLO nasce a Milano nel 1977. Dopo la laurea in Economia e Legislazione d’Impresa presso l’Università Luigi Bocconi di Milano, ha conseguito il master in Sanità Pubblica presso l’Istituto di Sanità Internazionale di Heidelberg. Ha lavorato dal 2002 al 2017 come cooperante per Emergency, la Fondazione Don Gnocchi, il Comitato della Croce Rossa Internazionale e Medici con l’Africa Cuamm. "La musica di sottofondo" è il suo secondo romanzo.
Sandro Greblo on FacebookSandro Greblo on Linkedin
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