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Di tutto il mondo, per sempre

Di tutto il mondo, per sempre
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Consegna prevista Agosto 2021
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1986. Il professore di musica Frank decide di animare la vita del suo paese immerso nella noia come nella nebbia della pianura padana e organizza di mettere in scena un musical. Sceglie Hair, perché gli sarebbe piaciuto tanto essere un hippy e perché pace, amore e libertà sono temi cari al suo idolo, John Lennon.
Attorno alle prove dello spettacolo si incrociano, si scontrano e prendono strade inaspettate le vite di amici e di sconosciuti che si ritrovano uniti nel piccolo teatro a cantare e ballare.
I giorni e le stagioni si avvicendano in bilico fra gli anni ottanta e la loro concretezza, colorata di musica pop, pubblicità e acconciature cotonate, e gli anni sessanta evocati dal musical e dal giradischi di J., con i loro sogni e ideali grandiosi.
A unire le storie lo sguardo limpido e profondo di Diana, che evade dalla realtà della sua famiglia osservando e custodendo con entusiasmo le piccole meraviglie della vita, su di tutte l’amicizia con J.

Perché ho scritto questo libro?

Quando aspettavo mio figlio e l’emozione non mi lasciava dormire, ho iniziato a immaginare un gruppo di amici in un’epoca, gli anni ottanta, in cui l’amicizia, l’attesa e anche una semplice fotografia avevano tempi e un sapore diversi da oggi. Ho creato per ciascuno una colonna sonora, come le cassette miste che si registravano allora, e li ho fatti cantare insieme. Poi nei miei pensieri è arrivata Diana, che mi ha regalato il suo stupore, il coraggio e la sua voce per raccontare questa storia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Sabato 8 novembre 1986

Una porta che sbatte può essere spinta da una corrente d’aria.

Due sono un litigio.

Se si osserva l’acquario famigliare attraverso le finestre affacciate su via degli Olmi dal numero 11/a, si vedono due ragazzini rincorrersi, una donna con i guanti gialli per lavare i piatti gesticolare davanti al quotidiano che un uomo robusto usa come scudo, una bambina in pigiama stringere al petto dei quaderni.

Se i vetri non fossero abbastanza spessi da rinchiudere voci e rumori, si sentirebbe la verità di quella famiglia.

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Sedie rovesciate, recriminazioni con rilanci sempre più alti, piatti rotti nel lavello, torri di lego che crollano, tacchi che si affrettano, bernoccoli per essere inciampati in situazioni troppo complicate, il respiro affannato di chi cerca un nascondiglio.

“La bambina non è mia figlia, mettitelo in testa!”

Se un medico avesse uno stetoscopio così potente da amplificare il contenuto del cuore accelerato dietro i quaderni, si potrebbe sentire: non piangere Diana, se piangi non impari.

Lunedì 10 novembre 1986

L’acquario famigliare ripete la sua scena come ogni sera. Ogni sera l’acqua è più torbida, l’ossigeno inizia a scarseggiare e rende lenti i movimenti, abbassa il volume della voce, stempera il dramma.

Anche le porte che sbattono, se sbattono ogni sera, non fanno più trasalire. Ci si abitua a tutto, anche alle parti peggiori della vita. Se ci si abitua, fa meno male. Abituarsi è la salvezza.

Una bambina in pigiama corre con i piedini nudi sulle mattonelle del terrazzo, passa attraverso la ringhiera che separa il suo da quello dei vicini e va a sedersi nella loro serra per le piante.

Confonde il suo respiro con quello dei gerani in letargo per calmarsi e, quando il sonno le rende pesanti gli occhi, riattraversa il terrazzo e si infila in una casa dove nessuno la stava cercando.

Giovedì 13 novembre 1986

Una ripresa dell’appartamento gemello siamese al numero 11/b, con le finestre spalancate su via degli Olmi, cambierebbe di poco rispetto a una con le finestre chiuse.

Una ragazza esile con i capelli lunghi scrive con una matita su fogli bianchi, seduta a una scrivania. La stessa ragazza legge raggomitolata su una poltrona. O sdraiata a pancia in giù su un letto. Una signora elegantissima in blu si siede accanto a lei, le parla e le tiene la mano. La signora elegantissima in blu si ferma sulla porta, poi esce dalla stanza. La ragazza esile con i capelli lunghi si abbraccia le gambe piegate. Poi afferra una chitarra e ne accarezza le corde, seduta in terra.

Lo stesso film con il sonoro. Silenzio. Silenzio. Silenzio. Silenzio. “Sono passati sette mesi, ora stai bene, devi uscire di qui. Ti prego. Puoi chiederci tutto quello che vuoi, ma ti scongiuro, non rimanere rinchiusa. Mi fa morire pensare che ti stai perdendo la vita…”. I singhiozzi sommessi di una donna addolorata. La porta che si apre. L’attesa di una parola, di uno sguardo. Un sospiro. La porta che si chiude. Silenzio. Una melodia strappata agli anni Sessanta, un canto sottovoce.

Se un medico avesse uno stetoscopio così potente da amplificare il contenuto del cuore nascosto dietro la chitarra, si potrebbe sentire: toc.

Domenica 16 novembre 1986

In chiesa, Diana è sempre l’ultima della fila di bambini stipati nel primo banco, seduta sull’orlo della panca. Ha dovuto imparare a concentrarsi: basta un attimo di distrazione per saltare come un tappo e far volare a terra tutti i bambini pressati contro di lei.

Meglio così dell’ultima volta che è arrivata in anticipo e si è trovata stretta tra il bambino con le mani sudate che puzza sempre di salsa di pomodoro, Massimo, e la bambina con i capelli lunghi e il raffreddore, Annamaria.

Francesca l’ha accompagnata in ritardo e trascinata per mano mentre ancora galleggiava nel sonno, con le lacrime congelate sulle guance, gli occhi annebbiati e la sciarpa ruvida di traverso, ed era sparita.

Nel tepore della chiesa, in bilico sull’abisso di mosaico del pavimento, pensa tutto il tempo al modo migliore per non cadere, mentre la voce del sacerdote arriva come una piccola onda ad accarezzarle i piedi.

Ma ciò che preferisce della messa sono le chitarre, e quei ragazzi suonano e cantano allegri. Che meraviglia, che bella musica fanno tutti insieme. Di sicuro Gesù si diverte molto a sentire quelle canzoni, anche se ha male alle mani e ai piedi, appeso sopra alla croce. Che festa fanno le chitarre! Strumenti magici che fanno diventare coraggiosi i ragazzi e fortissime le ragazze, pronti a conquistare il mondo, eroi dei bambini.

Anche nella casa vecchia c’era una chitarra, ma non la suonava mai nessuno. Forse era del suo papino. Francesca non aveva voluto portarla via quando erano andate a stare nella casa di Diego, Dario e del loro papà.

Alla fine della messa, Diana resta sempre seduta ad ascoltare la canzone finale fino all’ultima nota, mentre gli altri bambini sono già corsi fuori a rincorrere un pallone nel sole.

Spesso il sacerdote la trova ancora ferma nella chiesa vuota, con lo sguardo fisso alle vetrate, le mani sulle ginocchia e le gambe penzoloni, immobile, trasognata.

“Non esci a giocare?” Un tocco sulle spalle curve e la libera, come in un gioco.

Piena di vergogna scatta in piedi, poi esce lenta, facendo ben attenzione a non cadere dal nastro azzurro che la separa dal drago di San Giorgio, e si nasconde ancora un minuto a guardare i giochi dei bambini, nascosta dietro al portale per non essere ferita dalla luce del mattino.

Mercoledì 19 novembre 1986

“TIC TIC TIC”

Sta iniziando a grandinare. J. stesa sul letto con la chitarra addosso accarezza le corde, riempie la sua stanza di una melodia dolcissima, canta sottovoce. Una chitarra sa tenere più caldo di qualunque coperta. Unisce più di un abbraccio, consola più di tutte le parole. Insegna più delle pagine scritte fitte dei libri che appesantiscono quella libreria, ormai sul punto di crollare.

“TIC TIC TIC”

Il cielo è viola e verde, come preso a pugni. O almeno, lo era stamattina, l’ultima volta che J. ha guardato fuori.

“TIC TIC TIC”

Scivola verso il rumore e scosta la tenda.

Occhi sbarrati e manine contro il vetro. Oh. Mio. Dio.

Apre la portafinestra, una bambina in canottiera con le labbra blu come gli occhioni sgranati sgattaiola dentro come un animaletto.

“Tienimi qui per piacere.”

“Ti prego.”

Trema. Stringe in mano una maglietta. Trema senza riuscire a smettere.

“Sono la bambina della casa qui vicino.”

“Sono una femmina. Ho i capelli da maschio ma sono una femmina.” Si tocca la testa dondolando da un piede all’altro.

Incapace di aprire bocca, J. solleva la trapunta e copre la bambina, che continua a tremare.

“Ho fatto un guaio e Diego vuole picchiarmi.”

Mostra la maglietta che stringe ancora in mano. Una di quelle magliette con la stampa di un supereroe (nella fattispecie, l’Uomo Tigre) e il nome scritto sopra. Il nome DIEGO è cancellato con un pennarello rosso e sopra c’è scritto DIANA.

“Alla TV c’è UAN e Diego ha messo il volume alto perché sa che ho paura di UAN. Ha detto che viene UAN con lui a tirarmi i piedi quando dormo. E che ogni volta che apro la cartella di scuola c’è dentro UAN che mi fa spaventare. Mi fa paurissima UAN.”

“Tienimi qui, ti prego.”

“Come ti chiami?”

“Mi chiamo J.”

Ha trovato il fiato per rispondere.

“Che nome è GEI? Qual è il tuo nome VERO?”

“Chiamami così. Mi chiamano tutti J.”

“Io sono Diana, chiamami DI.”

La guarda sospettosa da sotto la trapunta.

“D’accordo, D..”

“Scordatelo. Diana è una dea e anche una principessa. DEVI CHIAMARMI DIANA.”

“Va bene Diana.”

“Hai paura tu di UAN?”

“Diana, io non so chi sia UAN.”

“Non guardi la TV?”

“No.”

“Tu sai che io sono la bambina che abita vicino a te?”

“No.”

“Sono arrivata a Pasqua. Quando Francesca ha sposato il papà di Diego e Dario. Non ti ho mai visto uscire.”

“Conosco la tua mamma, è la direttrice della scuola. Si mette sempre elegante. È bellissima e buonissima. E il tuo papà che è bello come l’attore del film con gli aerei e gentile anche con i piccoli. Devi essere molto contenta di loro. Sono sicura che gli piacerebbe andare al ristorante tutti assieme, se glielo chiedi.”

“Quando Diego e Dario vogliono picchiarmi io passo le sbarre del balcone e mi siedo lì nella casetta dell’inverno delle piante. Ti sento che suoni la chitarra.”

“Mi conviene rimanere piccola, eh?”

Riscaldata e a suo agio, sorride e butta indietro la trapunta con i piedi.

“Mi conviene, così passo dalle sbarre e non devo ascoltare quegli stupidi. Poi qui non c’è di sicuro UAN.”

“Sai suonare Giannagiannagianna?”

“No.”

“Vero, tu suoni le canzoni strane.”

“Posso tornare qui qualche volta?”

La bambina non aspetta la risposta, infila la maglietta, esce di corsa, sguscia attraverso la ringhiera e torna nella casa accanto.

Giovedì 20 novembre 1986

“DIANA È UNA BAMBINA / BRUTTA E CRETINA…”

Diego e Dario strattonano la sedia su cui Diana sta dritta e impettita, davanti allo specchio. Recita lentissima la filastrocca della neve che deve imparare per la scuola. Scopre i dentini sotto, ne manca uno. È così concentrata che nemmeno li vede, i due fratelli.

“Soffici fiocchi

di zucchero filato

alza gli occhi

l’inverno è arrivato”

Uno scossone e la spostano lontana dallo specchio. Scende, prende un’altra sedia e ricomincia.

“Si è riempito il cielo

di candide stelline

sugli alberi un velo

sui vetri tendine”

Dario le copre gli occhi e le mette le dita nelle orecchie, Diego le sfila le calze mentre suo fratello la tiene stretta sotto le ascelle.

“… STA SOPRA A UNO SGABELLO / IN MEZZO AL TINELLO…”

Non piangere Diana, continua con la tua filastrocca.

“Corrono i bimbi sui bianchi prati

tutti coperti da un manto lieve…”

La prendono per le gambe e per le braccia, Diana scalcia e rovescia la sedia.

“… E PARLA ALLO SPECCHIO / COME IL NONNO CHE È VECCHIO.”

I ragazzini sghignazzano, Diana è tutta spettinata e mocciosa. Li fissa dal pavimento. Scopre i dentini sotto, dalla gengiva dove ne manca uno è uscito un po’ di sangue. Si rialza, sale di nuovo sulla sedia e termina.

“… per lanciarsi le palle, giocare scatenati

e costruire un grande pupazzo di neve.”

Venerdì 28 novembre 1986

Oltre il vetro Diana si sta esibendo nel suo migliore sorriso per lasciarsi aprire da J., seduta sul letto a suonare. La ragazza posa la chitarra, apre la portafinestra e lascia entrare la bimba, che non ha niente della Diana della settimana prima, non la paura, non le parole a cascata, non i brividi di freddo.

Vestita come un maschietto, con il solo vezzo di una mollettina sui lati dei capelli corti, apre cerimoniosa uno dei suoi quaderni sulla scrivania di J. e si dedica ai suoi compiti per l’indomani. In ginocchio sulla sedia, con la manina sulla guancia, lenta e precisa. Scandisce le lettere con le labbra, le disegna enormi e ogni tanto annuisce soddisfatta.

J. continua a suonare vegliando sulla bambina.

Finito con il secondo quaderno, dopo aver ricalcato numeri ben arrotondati, Diana si toglie le scarpe e si siede accanto a J., con le gambe incrociate a godersi la musica come fa una lucertola con il sole.

“Lo so che non bisogna andare a casa degli altri se non te lo chiedono, ma io lo volevo troppo e sono venuta qui anche se tu non me l’hai detto.” dice Diana esitante, con gli occhi brillanti “Si fanno benissimo i compiti nella tua stanza, con la musica.”

“Se ti piace stare qui, vieni quando vuoi; però chiedi ai i tuoi genitori se sono d’accordo.”

Diana contentissima fa per andarsene e si ferma sulla soglia della portafinestra per un’ultima domanda: “Posso annusare le penne profumate che hai sul tavolo?”

J. intenerita annuisce. Una vita fa studiava con il massimo dell’impegno per poter realizzare il suo sogno di lavorare con i bambini. La forza e la determinazione che la facevano alzare ogni mattina l’avevano abbandonata. Aveva lasciato andare il suo sogno.

Non aveva mai voluto fare altro. L’aveva deciso a sei anni, quando aiutava Giacomo, seduto nel banco accanto al suo, a tenere in mano la matita e la raccoglieva ogni volta che cadeva. Divideva il libro con lui, che le sospirava un grazie con la sua testa ciondolante e il sorriso umido e la faceva sentire così felice.

Più tardi, il professore di musica Francesco Angelini, noto in paese come Frank, sta facendo una pessima figura al tavolo del biliardo del bar Milord.

Al Milord se sei maschio parli di calcio, guardi la partita o, al massimo, sfidi qualcuno a biliardo. Se sei femmina al Milord ci vai a decidere con gli amici dove andare a passare il sabato sera o ad appassire la domenica dopo pranzo, e poi ci rimani ad ascoltare chiacchiere sul calcio, guardare una partita o svanire nel fumo dei giocatori di biliardo. Perché al Milord non si decide mai niente.  

Frank da qualche giorno ha un’idea da proporre ai colleghi e ai ragazzi del paese, e la scarsissima figura a biliardo gli dà la spinta per giocare sul suo terreno. “Ragazzi, e se per giugno quest’anno mettessimo in scena un musical?”

Nel mese di giugno, infatti, tradizione del paese è allestire una rappresentazione teatrale, giusto per non far morire di noia i ragazzi per qualche mese. Lo spettacolo infatti coinvolge tutti, chi come attore, chi come costumista o musicista, chi come scenografo, è un bel pretesto per stare e creare qualcosa insieme.

“Un musical! I nostri ragazzi a forza di organizzare feste e andare per discoteche, suonano, cantano e ballano tutti. Sono sicuro che saranno entusiasti di partecipare.”

Il primo ad appoggiare la stecca al muro per ascoltare è Fabrizio, collega della scuola media e appassionato batterista dilettante.

“Sono d’accordo Frank, possiamo cominciare a parlarne all’oratorio e a organizzare le audizioni. Hai già pensato a quale musical proporre?”

“Pensavo HAIR. Parla di pace, amicizia, libertà e mi ricorda quando ero ragazzo e sognavo di essere un figlio dei fiori! Modifichiamo appena appena il copione, togliamo le parti trasgressive, i cavalli e poco altro ed è una bomba. Una bomba di musica e pace.”

E Fabrizio impaziente sposa subito l’idea: “Ottimo, molliamo il biliardo e andiamo a metter giù qualche idea.”

2020-11-30

Aggiornamento

Parole meravigliose sul libro su Facebook. Grazie Monica 🌟
2020-11-29

Aggiornamento

Un grazie enorme a chi sta seguendo e sostenendo la campagna di crowdfunding di "Di tutto il mondo, per sempre". A chi ha acquistato il libro, a chi ha commentato le mie pagine, a chi suggerisce il titolo agli amici lettori. Vi sono grata e se questa storia divertirà, emozionerà e commuoverà tante persone il merito è vostro, che la state condividendo. Il libro ora è vostro, perché trovate tanti significati fra le sue righe, perché avete trovato un personaggio che vi fa arrabbiare, quello da proteggere e quello che vi somiglia. Grazie per questo percorso entusiasmante e per il bene che volete a me e al mio lavoro. A presto, Elisa
2020-11-05

Aggiornamento

È iniziata la campagna di crowdfunding del mio romanzo "Di tutto il mondo, per sempre". Sono emozionata e spero che, terminata l'anteprima, ti resti la voglia di leggere tutta la storia... Ti lascio l'immagine di apertura della mia storia, che inizia proprio il 5 novembre e ti ringrazio. A presto, Elisa

Commenti

  1. Elisa Fontana

    Grazie di cuore Alice, Enri e Irene ❤️ sono felice che abbiate apprezzato la mia scrittura, i tempi che ho raccontato e i personaggi.

  2. (proprietario verificato)

    “Di tutto il mondo, per sempre” è un libro che ti prende fin da subito. Tanti personaggi di cui non perdi mai il filo; anzi, ti aiutano a ricordarti la storia passo passo.
    Con alcuni di loro ti arrabbi, con altri ti ritrovi., li ami e li proteggi fino alla fine.
    Ciò che è sicuro, è che non puoi non ritrovarti in uno di essi, anche solo per qualche piccolo dettaglio.
    La storia che racconta non è per niente scontata. Nulla va a finire come te lo aspetti, è sempre una sorpresa.
    È avvicinente, ti fa venire voglia di leggere sempre più, sapere come va a finire.
    Tutto è studiato nei minimi particolari, si vede che c’è una vera passione dietro a questo lavoro!

  3. “Di tutto il mondo, per sempre”… un titolo intrigante al quale ognuno può dare il significato che desidera.. così è stato per me.. ho visto il mondo, quello degli anni 80, il tempo della mia giovinezza, proprio ben rappresentato, ho respirato la stessa magica atmosfera di allora, ho riassaporato il bello di vivere l’esperienza dell’amicizia e dello stare insieme in semplicità, i gusti, la cultura, i costumi, attraverso la vita dei vari personaggi, gente comune ma con diverse esperienze e stili di vita, con drammi e sofferenze, con entusiami e progetti…. poi c’è il mondo dell”infanzia quello di Diana, attraverso i suoi occhi di bimba i fatti assumono significati particolari e dolcissimi anche se testati dal dolore.. un mondo quello dell’innocenza, della scoperta, della voglia di imparare e di vivere che non deve essere mai abbandonato quando si diventa adulti.
    Brava Elisa

  4. Di tutto il mondo per sempre è un romanzo sorprendente, una corale di voci che raccontano amori, delusioni, gioie, dolori, fatiche e nuove scoperte con la naturalezza con cui si svolge la vita di paese.
    Tra tutte queste voci, spicca forte quella in apparenza più debole, Diana, che con innocenza e coraggio disarmanti offre uno sguardo limpido sul mondo e parla dritto al cuore di chi legge.
    Elisa Fontana dimostra, con questo suo romanzo, di avere quella passione e quel talento di chi riesce a far sembrare facile il difficile.
    Un romanzo da leggere e gustare.

  5. Elisa Fontana

    Grazie a te… Sono felice che questo tuffo nel passato ti abbia emozionato.

  6. (proprietario verificato)

    Un libro che ti fa compagnia dolcemente facendo riaffiorare emozioni vissute. La piccola Diana ti cattura dal primo istante.. Così piccola ma così determinata a cercare la propria felicità e quella di chi le sta accanto. Paure, innamoramenti, storie di grandi, adolescenti e piccini che ti coinvolgono nelle loro vite. E alla base di tutto, tanto amore! Grazie Elisa mi hai fatto fare un tuffo nel passato! Super!!!

  7. Elisa Fontana

    Ciao Laura, grazie per il tuo commento affettuoso e attento. Evviva le vite che si intrecciano, che mi danno tante storie per riempire post it e quaderni! ❤️

  8. (proprietario verificato)

    Da quando conosco Elisa l’ho sempre vista scrivere: su tovaglioli di carta in pausa pranzo, su post-it fluo, su quaderni a righe e quadretti, al computer. Scrivere non è solo una delle sue passioni, ma una parte di lei. “Tutto il mondo e per sempre” è il suo primo romanzo, un racconto corale di vite che si intrecciano affrontando il quotidiano, senza mai darsi vinte. Un libro che ti fa sperare, anche quando non è facile e scontato. Diana, la protagonista, ti entra nel cuore e non lo lascia più. E se questo non bastasse…un tocco di nostalgia anni ’80 e citazioni musicali per veri intenditori. Da non perdere!
    Laura

  9. Elisa Fontana

    Sono onorata dalle tue parole, Sara; pensare che la mia storia ti abbia dato tutto questo mi rende orgogliosa e molto felice. Grazie ❤️

  10. (proprietario verificato)

    L’ho letto tutto d’un fiato: la poesia delle immagini unita alla concretezza del racconto della quotidianità dei suoi personaggi, tutto attraversato da un’energia potente di amore per la vita e per le sue possibilità e dalla responsabilità dei singoli di mettere luce nella propria esistenza e in quella degli altri.
    Il mio antidoto a questi tempi incerti e un pò scuri è riempire la mia cassetta degli attrezzi con strumenti che mi ricordino sempre la capacità generativa di bellezza degli esseri umani. All’interno del libro c’è un personaggio puro e delicatissimo, Diana, ti rimane dentro come una parte di te antica, persa e poi ritrovata, e ti fa venire voglia di essere una persona migliore. Ti fa credere di avere tempo, futuro, possibilità. E ti rende coraggioso e fiducioso. Tutti beni di prima necessità in questo periodo.
    Sara

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Elisa Fontana
Sono Elisa, vivo e ballo con Andrea e il nostro acrobata Daniele, lavoro in un'azienda commerciale. Di notte dormo fra i tetti della mia città per essere più vicino al cielo e ai sogni, di giorno corro con grandi borse, coda di cavallo al vento e musica a volume alto. Tra sogni e realtà, prima che il mondo si svegli, scrivo, per tre ragioni: amo raccontare storie, vivere un po' di più e perché una parola può far fiorire una giornata, o almeno un sorriso.
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