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Diciassette alle due

Diciassette alle due
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Consegna prevista Agosto 2021
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È la notte di Natale e nell’ala ovest del carcere della città di Messyna, c’è solo un detenuto: Jake Sullivan, accusato e reo confesso dell’assassinio della sua compagna, Jude Drake, avvenuto a Villa Carter, la loro abitazione dall’oscuro passato. In quella vecchia ala deserta, rischiarata solo da neon tremolanti ed esausti, Jake Sullivan, quella sera, riceve la visita di due uomini. Il medico del carcere, il Dottor Harris ed il cappellano, Padre John. Di guardia all’ala ovest c’è l’agente Howard Morris. Quando i due uomini terminano la visita al detenuto, Howard Morris continua il suo turno di guardia. Poco dopo fuori esplode un’improvvisa tempesta e l’ala ovest piomba nel buio. L’agente Morris armato solo di coraggio e di una torcia che non si accende si addentra lungo quel corridoio buio, che tutto ad un tratto sembra popolarsi di inquietanti figure ed ombre sfuggenti, mentre il detenuto sta morendo inspiegabilmente nella sua cella.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché me lo ha chiesto lui stesso.
Era solo un racconto di dieci pagine, con una voglia prepotente di essere qualcosa di più importante. Ed a guardare bene, tra le righe di quel racconto, fra le parole, i punti e le virgole c’era tutta una storia che voleva essere raccontata. Così giorno dopo giorno è stato un susseguirsi di appunti volanti, scritti anche sui tovagliolini dei bar e note sullo smartphone.
Ed io non ho fatto altro che mettere tutto ciò in un certo ordine

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. Prologo

Maine, U.S.A. 06/11/2017, 23.00 p.m.

Lungo una strada di una città qualunque

«Cambia musica ogni tanto, Hallorann! Che tu sia dannato!».

L’agente Curry non usava mai parole dolci quando doveva beccarsi con il suo partner, l’agente Hallorann. In quel momento lo stava punzecchiando per la musica che ascoltava in auto: un medley, senza soluzione di continuità, di rock anni ‘50. Le parole dell’agente Curry si erano sovrapposte alla voce di Buddy Holly che si stava stracciando le vesti per la dolce, dolce, dolce Peggy Sue. Sia il cantante occhialuto che l’agente Curry si stavano lagnando per qualcosa.

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Hallorann finse di non sentire e continuò a guidare lentamente lungo la strada deserta di quella piccola cittadina del Maine, fischiettando impercettibilmente fra i denti il motivetto della canzone.

«Ehi, ma dico a te! Dick! Mi hai sentito?»

Finalmente Hallorann si girò verso il suo compagno di auto sfoderando quel sorriso che negli anni del liceo gli aveva fatto conquistare non solo il cuore di molte ragazze, ma anche un posto privilegiato nel loro letto. Sorrideva solo con metà della bocca. La metà sinistra, che piegava in una smorfia irresistibile e magnetica, accompagnando il suo sorriso con uno sguardo che non aveva nulla da invidiare al James Dean del Gigante. Aveva, inoltre, una piccola cicatrice di circa quattro centimetri che gli rigava lo zigomo sinistro e che si piegava quando sorrideva.

«Si, ti ho sentito».

«E quindi che pensi di fare?»

«Canticchiare sino a fine turno!»

L’agente Curry, scoppiò a ridere, scuotendo il capo rassegnato.

«Non so se hai il culo grande quanto la tua faccia tosta, o la faccia grande quanto il tuo culo! In ogni caso non è una bocca quella che hai sotto il naso, ma un buco! Un buco coi denti! Capito?»

«Anche io ti amo, Tim».

Entrambi scoppiarono a ridere. Erano ormai due anni che facevano “squadra” ed in qualche modo il tempo dovevano pure ingannarlo. Nei turni di notte in quella città, il tempo sembrava non passare mai e quella notte non faceva ecce-zione. Erano passate da poco le ventitré e trenta e l’agente Curry aveva già sbadigliato quattro volte. Tutto era un mortorio, come sempre. Avresti potuto orina-re davanti la casa del sindaco, con le braghe calate sino alle caviglie, cantando l’inno nazionale a squarciagola e nessuno se ne sarebbe accorto.

Con l’ultima eco delle risate che andava spegnendosi dentro l’abitacolo, l’agente Hallorann svoltò lungo una via, costeggiando svogliatamente il marcia-piede. I due agenti, in silenzio, girarono il capo verso un negozio ormai chiuso.

«Non mi è mai piaciuto questo posto». La voce dell’agente Curry ruppe il momentaneo silenzio che era calato e sembrò un dito che indicava la porta di quel negozio. Era chiuso da tempo, molto tempo, la saracinesca era sbarrata ed arrugginita e poco rimaneva dell’insegna, un tempo luminosa e colorata.

Ne … … ful T… i n … s

Scosse la testa verso il collega.

«Nemmeno a me. Quando ha chiuso, ho tirato un sospiro di sollievo».

«Un giorno ci ero pure entrato». L’agente Curry aveva parlato più a sé stesso che al collega, ripescando dalla memoria il frammento di un ricordo che non credeva di avere ancora conservato.

«Non me lo avevi mai detto». Non c’era accusa nella voce di Hallorann, solo una vaga sorpresa e i fatti che erano accaduti anni addietro lo giustificavano. Erano pochissimi quelli che potevano raccontare di essere entrati in quel nego-zio e di aver potuto continuare a condurre una vita normale.

«Già. Non so perché ma stasera mi è tornato alla mente».

L’agente Curry chiuse gli occhi. Poi riprese a parlare.

«Era una mattina e passando per questo stesso marciapiede, l’occhio mi cadde su un modellino di automobile in tutto e per tutto uguale ad un giocattolo che possedevo da piccolo e che era l’unico ricordo che conservavo di mia madre. Era una macchinina blu e rossa con un piccolo alettone dietro. Si poteva trascinare indietro e poi lasciarla andare via».

Hallorann aveva accostato la macchina al marciapiede, mentre Curry conti-nuava a ricordare. Non lo interruppe.

«Improvvisamente desiderai averla. Non so spiegarmelo nemmeno adesso. Era come se avessi, al tempo, la consapevolezza che, possedendola, avrei recuperato tutte quelle carezze che mia madre non mi poté dare».

La madre di Tim, era morta di un cancro devastante quando Curry aveva solo 7 anni. Ricordava poco di lei, molto poco. Ma uno dei ricordi più cari era lei che dava al piccolo Tim la macchinina con cui giocare. E quella macchinina lo aiutò un po’ a sentirla ancora vicina. Poi, un giorno, il padre di Tim, o ciò che di lui riusciva ad annaspare in quel mare di alcol e sigarette in cui era sprofondato, decise che Tim doveva crescere e che non era più tempo di giocare. Gli strappò via la macchinina dalle mani e Tim non la rivide più. Quel giorno il piccolo Tim avvertì un dolore simile a quello che aveva provato alla morte di sua madre. Quando anni dopo suo padre morì, invece, avvertì un dolore stupido ed incolore. Come un leggero pizzicotto sulla coscia. Si era vaccinato alla vita. Poi, quel giorno, vide quella macchina nella vetrina di quel negozio e fu come se sua madre gli stesse dando la possibilità di stargli ancora vicino. La macchinina era la stes-sa della sua infanzia. Era proprio la sua, ne era certo ne riconosceva tutti i graffi e le ammaccature. Chissà come era finita in quel negozio, ma poco importava. L’avrebbe avuta.

«Entrai e chiesi il prezzo allo strano tipo dietro al bancone. Ricordo che mi venne un brivido nell’incrociare quello sguardo. Era come se mi stesse guardan-do dentro, capendo oltre ogni dubbio che era quel modellino che volevo. Già proprio così. Lui lo sapeva. E mi disse il prezzo, che adesso non ricordo più. Ma nel momento in cui me lo disse, sentii nella testa la voce di mia madre, così come la ricordavo, che mi diceva di andare via. Di scappare da quel negozio. Non l’avevo mai più ricordata la voce di mia madre. Eppure quel giorno dentro questo negozio, ormai chiuso, sapevo che era lei che mi stava parlando. Ed aveva paura. Voleva che andassi via. Fu come svegliarsi da un sonno agitato. Incrociai lo sguardo di quel venditore, sembrava furioso. Abbassai lo sguardo sul bancone e in quel momento mi accorsi che quello che guardavo non era il modellino della mia macchinina, ma una comunissima macchina di latta, che nulla aveva in comune con quella che un tempo era stata mia. Scappai via. E non passai più da questo marciapiede, almeno sino a che questo negozio fu aperto. E non so per-ché, ma ho come la sensazione che questa cosa mi salvò la vita».

Hallorann si limitò ad annuire. Scosse delicatamente la testa e scivolò via lasciandosi alle spalle la bottega chiusa ed il ricordo di quelle cose preziose che anni prima aveva contenuto.

Per un po’ entrambi rimasero in silenzio.

Intanto, nel loro giro di pattuglia si erano immessi lungo una strada stata-le.

Era da poco passata l’una di notte, il medley di Hallorann stava diffondendo le note di Roll Over Beethoven di Chuck Berry ed all’agente Curry era venuta voglia di ciambelle e caffè.

«Ehi che ne diresti di due ciambelle e due bei caffè?»

Hallorann annuì.

«Abbiamo appena superato quella stazione di servizio, faccio inversio-ne…»

«Ehi Dick, ma dico! Ti sembro il tipo di ciambelle preconfezionate io?»

Hallorann scosse la testa, quasi rassegnato.

«Va bene. Proseguo che c’è Mama’s più avanti».

«Caffè troppo lungo Dick!»

«Ma dico Tim! Siamo americani o no? Noi beviamo il caffè lungo!»

«Lungo si, ma quello di Mama’s è acqua sporca dai, lo sai anche tu».

«Al Rainbow Star? Dovrebbe essere a circa dieci miglia da qui e comunque dentro la nostra area di pattuglia».

«Niente da fare, ciambelle troppo piccole e sempre fredde».

«Non vorrai mica arrivare sino a …»

«Esattamente. Dai dobbiamo solo allungare di qualche miglio… ».

«Ma che cazz…»

L’agente Halloran non finì la sua frase, aveva scorto una sagoma umana in fondo alla strada che stavano attraversando e la sua attenzione ne era stata catturata. Era una figura umana. Eretta, ma immobile. Sembrava indossare una ve-ste bianca, malconcia. La rigidità della postura di quella figura, però, richiamava all’agente Hallorann l’idea che fosse un qualcosa di profondamente sbagliato. Un po’ come quando da bambino gli venne l’idea di mettere la panna montata sugli Hamburgher, a posto della mostarda.

«Cos’è?» Tim Curry, aveva già dimenticato le ciambelle. I suoi occhi scruta-vano il buio fuori dal parabrezza per cercare di definire meglio quella indistinta sagoma biancastra che era ferma sul ciglio della strada.

«Andiamo a vedere e addio notte tranquilla».

Hallorann avvicinò la macchina al punto in cui era quella figura. Azionò i lampeggianti, ma quella figura rimase immobile.

«Io scendo», disse all’agente Curry.

«Io ti copro».

«Ok, mister coraggio».

«Fottiti, Dick».

L’agente Hallorann sorrise, piegando ancor di più la parte sinistra delle labbra e la cicatrice sullo zigomo si piegò assumendo la strana forma di un secondo sorriso.

Prese la torcia e l’accese. La figura era ancora ferma sul ciglio della strada e non sembrava si fosse accorta dell’auto che era appena giunta.

L’agente Halloran si apprestò a scendere dall’auto e l’occhio gli cadde sull’orologio digitale incastonato nello spartano cruscotto.

Segnava l’una e quarantatré minuti.

Mancavano solo diciassette minuti alle due.

  1. La Notte di Natale, primo atto

Messyna, Maine, U.S.A. 24/12/2017, 8.45 p.m.

Ala Ovest del carcere locale.

Jake Sullivan era stato confinato nella zona più isolata del carcere della città di Messyna, la piccola cittadina dello stato del Maine, fondata un paio di secoli prima da un nobile proveniente dalla quasi omonima città siciliana. Raccontano gli annali storici della città che il nobile siciliano intravide nelle acque azzurre della parte nord-occidentale dell’oceano atlantico una qualche somiglianza con le altrettanto azzurre acque dello Stretto. La città non era molto grande, arrivava a stento a circa diciassettemila abitanti, e nel complesso era una città molto tranquilla.

Almeno sino agli inizi di novembre dell’anno 2017.

Il fatto accaduto nella notte tra il 31 ottobre ed il 1° novembre, era stato così efferato e crudele che l’intera comunità della città ne era rimasta vivamente colpita. Del resto quello compiuto da Jake Sullivan poteva essere benissimo etichettato come il crimine più atroce e cruento che quella città avesse mai conosciuto sin dalla sua fondazione. La vittima di Jake Sullivan, Jude Drake, era una donna molto nota e benvoluta nella piccola città. Costantemente impegnata nel sociale e nel volontariato, aveva suscitato in molti ottime impressioni e la sua improvvisa, quanto cruenta morte, aveva infiammato di odio quegli stessi animi che per lei provavano tanto affetto. E la stessa esecuzione dell’assassinio di Jude Drake ed i retroscena ai limiti del paranormale, che erano emersi come sfondo dell’intera storia, avevano enfatizzato gli aspetti più tetri dell’intera vicenda, creando attorno ad essa un alone quasi superstizioso. Fu, quindi, un pensiero condiviso e supportato anche dalla ferma volontà degli altri detenuti di non con-dividere alcuno spazio vitale con quel figlio di un demone, quello di riaprire l’ala ormai abbandonata del piccolo carcere cittadino. Quell’ala, un tempo chiamata “il braccio della morte”, da quando in quello Stato la pena capitale era stata abo-lita, era ormai abbandonata e veniva semplicemente indicata come l’ala ovest, senza alcun riferimento alle esecuzioni capitali, quasi ad epurarla dal triste utilizzo precedente.

Nella tarda serata dell’otto novembre 2017, a soli 7 giorni dall’assassinio di Jude Drake, Jake Sullivan aveva varcato quel confine virtuale tra il mondo attuale e gli anni ottanta, ed aveva preso posto in una delle vecchie celle del vecchio braccio della morte. L’ala ovest si presentava in una veste dimessa e fascinosa al tempo stesso. Era immersa in un’atmosfera a cavallo tra gli anni ottanta ed i primi anni novanta. Conservava, ancora, le poche celle vecchio stile, costituite da piccole rientranze lungo il corridoio delimitate solo da pesanti inferriate e la camera delle esecuzioni con ancora presente, ma ormai ovviamente disattivata, la vecchia sedia elettrica sulla quale si erano seduti non più di una decina di condannati. Complice il tempo trascorso e l’assoluta mancanza di ogni manutenzione, ad uno sguardo meno romantico l’ambiente dell’ala ovest si presentava per quello che era, dismesso e cadente. I pavimenti erano di un marmo scuro di bassa qualità che, ormai, aveva perso la sua originaria lucidità e si mostrava opaco e sporco. Le finestre erano buie per via dei vetri irrimediabilmente incrostati da anni di pioggia e polvere trasportata dal vento e, anche nelle mattine più assolate, la luce del sole faceva fatica a penetrare l’eterna penombra che aleg-giava all’interno di quell’ala. I neon, perennemente accesi, sembravano tremola-re di continuo in un’agonia senza fine, ad un passo dallo spegnersi del tutto. Il loro sfarfallio conferiva a quel luogo una marcata sfumatura di irredimibile precarietà, che tendeva a degenerare verso una tonalità fosca e malsana. Nel complesso l’ala ovest suscitava brutte impressioni: come se quel luogo sfuggisse alla luce e alle cose buone del mondo, o che la luce e le cose buone del mondo sfuggissero da quel luogo. E nessuna delle due ipotesi era preferibile all’altra.

A nessuno, però, interessavano le condizioni dell’ala ovest. Del resto quel luogo dimenticato era stato riaperto solo per dare una casa provvisoria a Jake Sullivan, il mostro di Messyna, giusto per riportare una delle definizioni meno impressionanti attribuite a quell’assassinio. Tutti erano convinti che, subito dopo le feste di Natale, la macchina giudiziaria si sarebbe messa di nuovo in moto e con ogni probabilità Jake Sullivan, sarebbe stato trasferito presso un carcere di massima sicurezza, l’ala ovest sarebbe stata richiusa, con buona pace degli altri detenuti, dei cittadini di Messyna e delle guardie che giorno e sera, si scambia-vano i turni di presidio in quell’ala del carcere.

Ma il destino, quella notte di Natale, aveva già in cantiere altri progetti che iniziarono a prodursi proprio lì, nel punto in cui l’ambiente luminoso e moderno del carcere lasciava il passo a quello buio e cadente dell’ala ovest, il posto di guardia. […]

2020-11-24

Aggiornamento

È uscito il BookTrailer di "Diciassette alle due". https://youtu.be/Vw_rb7ssys4

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho divorato la bozza in un giorno e mezzo.
    15 capitoli in un crescendo di suspense e tensione.
    Ottimo esordio per un autore che ha le carte in regola per piacere al grande pubblico.
    Leggetelo!

  2. Claudia Piampiani

    (proprietario verificato)

    Durante la diretta di Bookabook, ho deciso che l’avrei letto.. Dopo due romanzi che non ero riuscita a terminare, questo era quello che ci voleva, e lo dimostra il fatto che mi ha tenuto incollata dall’inizio alla fine. La bravura dell’autore sta anche nel concede al lettore di poter penetrare la psicologia di ogni singolo personaggio, provare empatia per ognuno di essi, assorbire e vivere sulla propria pelle le vicende che in prima persona raccontano. Aspetto con ansia un nuovo lavoro.

  3. Maria De Domenico

    (proprietario verificato)

    Ho letto parte delle bozze messe a disposizione, non è stato semplice distaccarsene. I personaggi prendono vita attraverso il racconto rivelando spessore e personalità ben delineate, sembra quasi di conoscerli bene dopo poche righe. La spontaneità della scrittura calamita il lettore in ambientazioni dalle sfumature dark, la storia si dipana fluida e ci si trova a fare parte della narrazione. Complimenti Fabio Criniti e dire che sei solo all’inizio!

  4. (proprietario verificato)

    dopo aver letto l’anteprima non ho potuto fare a meno di effettuare l’ordine. Gli echi kinghiani non sono una semplice imitazione ma si raccordano con uno stile personale che sin dall’ambientazione, nei dialoghi e nei primi dettagli della vicenda, invita ad andare avanti…Attendo con impazienza la consegna dell’intera opera

  5. (proprietario verificato)

    dopo aver letto l’anteprima non ho potuto fare a meno di effettuare l’ordine. Gli echi non sKinghinai non sono una semplice imitazione ma si raccordano con uno stile personale che sin dall’ambientazione, nei dialoghi e nei primi dettagli della vicenda, invita ad andare avanti…Attendo con impazienza la consegna dell’intera opera

  6. (proprietario verificato)

    Fa paura. Mette ansia. Ed è un thriller/horror. E questo deve fare. Bravo all’autore.

  7. (proprietario verificato)

    Se ami il genere thriller/horror questo romanzo fa al caso tuo. Inizia con un bellissimo prologo in cui vi è un riferimento ad un romanzo di Stephen King.

  8. (proprietario verificato)

    Ho letto l’anteprima e gran parte della bozza di questo romanzo. E che dire? Sono rimasta affascinata dall’ambientazione e dalle descrizioni che sembrano portarti dentro la scena. Ho apprezzato molto anche i dialoghi. Sono curiosa di andare sino all’ultima pagina.

  9. (proprietario verificato)

    Il romanzo sembra promettere bene. La storia è originale e per nulla banale. Ho letto qualche stralcio dalle bozze messe a disposizione dall’autore e devo dire che mi è piaciuto tanto. Consigliato.

  10. (proprietario verificato)

    Ragazzi ve lo consiglio! Trama accattivante, in nessun capitolo c’è tempo per la noia, un mix esplosivo di emozioni per un romanzo strepitoso che tiene incollati alle pagine per giorni interi e con la voglia di scoprire l’evolversi dei fatti!

  11. (proprietario verificato)

    Romanzo scritto magnificamente, ambientazioni suggestive, appassionante dall’inizio alla fine, ricco di suspense. Ne consiglio vivamente la lettura.

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Fabio Criniti
Sono nato alle ore 18:00 di sabato 21 settembre 1974 e mi hanno detto che sono cuspide Vergine/Bilancia, ascendente acquario. Dicono che ho iniziato a scrivere presto, copiando le lettere che vedevo stampate sui giornali e sugli oggetti. La prima cosa che ho scritto, avevo 7 anni, è stato un raccontino di una coppia che passeggiava lungo un fiume e veniva sorpresa da un vampiro. L’horror mi ha sempre preso, complice mia madre che mi ha messo sulla strada giusta, consigliandomi le letture di Poe e, ancora prima, i film anni ‘60 della Hammer. Ho sempre cercato di scrivere quello che mi passa per la testa, riempiendo quaderni e blocchi notes, porto con me un taccuino e una penna, perché le idee, non sai mai quando possano venir fuori. Vivo a Messina, dove svolgo la professione di avvocato, in una casetta a pochi metri dallo Stretto con mia moglie, Cristina e nostro figlio, Giorgio.
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