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DOLOREM IPSUM

DOLOREM IPSUM
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Consegna prevista Novembre 2021
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Non è mai solo. I pensieri non lo lasciano mai, nemmeno quando l’ultima persona che credeva potesse farlo gli spara. Agonizzante, cerca di ricordare ogni dettaglio, per analizzare ogni prospettiva dell’accaduto e trovarne una logica. Alterna il racconto della propria storia a quella di Alexander, ispettore capo della squadra di Polizia che indaga sugli omicidi seriali dei quali nessun movente è ipotizzabile. Chi narra è uno scrittore: TW è il suo pseudonimo ed è attratto da Lily, una donna sposata che lo contraccambia.
Giudizi e pregiudizi, dolore e amore. I punti di vista dei personaggi sui confini tra ciò che è giusto e ciò che non lo è vengono messi a dura prova dagli eventi, che fanno sì che le vite di TW e l’ispettore si sfiorino, mentre i delitti continuano e la relazione con Lily raggiunge quel limite oltre il quale i legami si saldano o si spezzano.
Da dove tutto è iniziato la storia volge al termine, svelando molto più di quello che ci si potrebbe aspettare.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere mi garba, è una necessità che, come la lettura, la musica, il disegno, il bricolage e domani chissà cos’altro, può diventare un modo con cui etichettare uno dei periodi della mia vita, se volessi catalogare questi ultimi secondo espressioni di necessità salvifiche. L’etica a cui cerco di avvicinarmi è fatta di dettagli emozionali che spiegano il perché Dolorem Ipsum sia un pretesto per sondare quello spazio grigio e mobile che è il confine tra il bene e il male, intesi come giusto o sbagliato. Avevo bisogno di scriverlo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Precari equilibristi, io e tutti voi. Ecco ciò che siamo.
Qualificare è possibile perché esiste la diversità e le differenze ci rendono giudici, conviene ammetterlo. L’idea che ci facciamo senza chiedere è la scorciatoia silenziosa per non percorrere la strada che passa dall’ascolto, è il pregiudizio che non ci piace ammettere di avere, ma è anche vero che esprimere un parere non è un reato.

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Il giudizio è un’operazione mentale cognitiva, indispensabile per muoverci e interagire con l’ambiente. Il pregiudizio, molto simile come meccanismo, è la fase prematura del processo, perché si basa su una conoscenza incompleta e superficiale. Il nostro comportamento non è altro che il risultato delle infinite decisioni che prendiamo seguendo giudizi e, più di frequente, quei pregiudizi che ci piace tanto mascherare col nome di istinto. Chi sostiene di non pregiudicare mente, prima di tutto a se stesso. Basterebbe solo tener presente, molto ben presente, il più elementare dei limiti umani: l’errore.
Quindi leggete e alla fine giudicate, ma ricordate che il filo su cui camminate, confine tra l’esatto e l’errato, è molto sottile: vi potreste sbagliare.

1.

Periferia, la notte di venerdì 22 dicembre.

Scrivere.

“Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere e non c’è zaffiro al mondo che ne possa uguagliare la luce.”

È ciò che dichiarava Emily Dickinson scrivendo all’amico Joseph Bardwell Lyman. Da par mio, aggiungo che si può dare un valore alle parole solo attraverso una profonda consapevolezza del loro significato. È una questione di scelte ponderate da effettuare tra le pagine di un dizionario e l’intimo del sentire, una selezione scrupolosa delle sfumature esatte per poter descrivere il mondo proprio come appare ai nostri occhi.
Io però non conto un cazzo, mica sono la Dickinson. Mi chiamo TW, mi piace scrivere, e sono nei guai.
Naturalmente TW non è il mio vero nome, ma è utilizzando queste due consonanti che la gente parla di me. È divertente questa faccenda, le persone mi citano nei loro discorsi come se sapessero di chi stanno parlando, ma nessuno sa chi sono.
Mi chiamo TW ed è bene che sappiate che sono uno che perde tempo in inutili elucubrazioni in un momento come questo. Perché possiate farvi un’idea, adesso ho bisogno di pensare che sentirò l’aria profumare di fresco, non appena sarò fuori di qui. C’è una puzza insopportabile. Solo per via dell’odore giudico senza pietà. Mi sto chiedendo come facciano: chi abita qui non avrà colpe, se potesse sceglierebbe senz’altro di meglio, ma sarò così indelicato da sostenere che vivere fra questo lerciume è come avere la residenza in una latrina. Mi fanno pena, ma a esser sinceri anche un po’ schifo.

Sono arrivato in cima. Il nono e ultimo piano è sporco, come gli altri del resto. Dove dovrebbe esserci l’ascensore c’è ancora una volta un buco rettangolare nella parete che ad ogni piano è stato sigillato con delle assi inchiodate alla meno peggio, in barba al buon senso e a qualche decina di leggi sulla sicurezza. Ho il respiro affannato per la corsa. Mi tengo allenato, vi sfido però a salire nove piani di scale respirando odore di muffa e sudore. Ho il voltastomaco e la tensione non coadiuva l’apparato digerente, che a conti fatti è il secondo cervello. Il mio intestino è un tantino suscettibile all’emotività. In poche parole: non passo un buon momento.
La lampadina a incandescenza è avvitata nel portalampada, penzola dal soffitto appesa ai fili elettrici che la alimentano. La luce che emana è appena sufficiente a rischiarare il profilo delle porte laccate che sigillano gli appartamenti. Devono aver acquistato la più merdosa in commercio. Non posso comunque lamentarmi, più della metà degli altri piani era al buio, questo qui dev’essere l’attico, dove abitano quelli benestanti.
Puah! Spilorci!
Dopo la facile ironia piego le labbra in un sorriso tra il divertito e il remissivo, arrendevole ai miei difetti. Il nervosismo è come un amo appuntito, pesca dentro di me dove abbocca dell’inutile sarcasmo.
Tra una distrazione e l’altra faccio un fischio alla concentrazione per riportarla su quel che vedo. In fondo al corridoio la finestra è spalancata, sotto di essa un termoconvettore è acceso, la ventola spinge al massimo ronzando forte. Butta fuori aria calda e umida che non fa che peggiorare la situazione. Se riscaldi qualcosa che puzza, beh… non credo di dover dare spiegazioni. In compenso la città è caritatevole e regala un po’ della sua luce a questi pezzenti, e a me.
Volto la testa di scatto, mi è sembrato di scorgere un’ombra in movimento, forse è l’apprensione che si diverte a torturarmi. Per ritrovare l’autocontrollo guardo fuori dalla finestra e penso, penso un’altra volta. In realtà non smetto mai di pensare, è evidente quanto detestabile, arriverete presto a non sopportare. Molte volte non ho la minima idea di come dare ordine a immagini e voci che mi scorrono nel cervello. Non sono sempre così, sarebbe un casino se lo fossi. Sono lucido e attento quando serve: mi è capitato di essere freddo, cinico, distaccato e talvolta feroce, ma mai come mi sento ora. Oggi è diverso, non ho nessuna speranza di agire in maniera consona, ci sono dentro un po’ troppo in questa faccenda. Mi difendo perdendomi fra le luci delle auto che transitano decine di metri più in basso e finisco per pensare alla gente, alle anime e alle loro storie. Passerei del tempo a osservare dall’alto la zona. Vedo i fiocchi di neve scendere lievi, ondeggiano come soffici piume bianche di un cuscino esploso. Mi diletterei volentieri nel mio gioco preferito, ma questa non è l’occasione adatta. Proprio non lo è.
Mi giro, le porte sono quattro. Muovo un passo dietro l’altro con cautela, cercando di non far rumore. Le suole delle scarpe affondano sul tappetto rossiccio, sudicio come tutto il resto. Dentro uno degli appartamenti qualcuno sta seguendo il notiziario in televisione, dagli altri tre non proviene alcun suono. Forse sono morti e in avanzato stato di decomposizione, visto l’olezzo. Le etichette dei campanelli sono ingiallite e illeggibili, ma non ho bisogno di scritte per trovare quello che sto cercando: una sola porta è socchiusa, come previsto. Si intravede una lama di luce tenue che colora lo spiraglio. La apro lentamente, le cerniere mai oliate si fanno sentire senza che io possa impedirlo. Producono un cigolio che frusta il silenzio e mi fa venire la pelle d’oca.

If you got a problem, I don’t care what it is
If you need a hand, I can assure you this
I can help!

Dove diavolo sei quando servi, Billy Swan!? Ma si può esser più scemi? Mi è venuta in mente questa canzoncina. C’è mancato poco che mi mettessi a fischiettarla.
Coraggio, entro scuotendo la testa contrariato da me stesso. Muovo i bulbi oculari in ogni direzione per una veloce e accurata scansione ambientale. Le finestre sono sigillate dalle tapparelle. Con la mano tasto la parete fino a trovare l’interruttore. Lo faccio scattare, ma la luce non si accende. Lascio la porta spalancata per sfruttare il chiarore malato del corridoio. L’ingresso si affaccia direttamente sulla cucina. Nella penombra riesco a scorgere profili di pentole e bicchieri ammucchiati nel lavello. Qualcosa di inconsueto mi fa credere che la cucina sia lì per caso, un optional utile alla sopravvivenza più che un pezzo fondamentale della casa. Per terra intravedo dei cavi che formano una serpentina in mezzo a fogli di carta stropicciati. Poi ci sono lattine vuote, mozziconi e briciole di cibo che illumino con una piccola torcia tirata fuori dalla tasca. È un disordine sporco, ma almeno non si sente più la puzza che c’è in corridoio. Trasportato da una corrente d’aria, addirittura un profumo dolce mi sorprende accarezzando le narici, lo riconosco all’istante. O almeno è l’impressione con cui l’olfatto mi sbeffeggia. Sembra proprio l’essenza di fiori di orchidea, ma non può essere…
Le sinapsi si mettono in moto, penso a lei e perdo ancora una volta il controllo. Non la penso solamente, si crea un’immagine nella testa che potrei accarezzare allungando una mano. La potrei afferrare, la vorrei baciare. La desidero follemente, Cristo! Il naso mi ha catapultato dal porcile al paradiso, con fatica mi costringo a scacciare via il miraggio olfattivo per evitare di fare cazzate.
«Sono qui», annuncio dopo essermi schiarito la voce.
“Evitare di fare cazzate…” Come non detto, mi sento infinitamente stupido un secondo dopo aver parlato. Seguono una serie di imprecazioni mentali con cui mi maledico.
Silenzio. A meno che non abbia cambiato idea deve essere qui, e ormai sa che sono arrivato.
«Sono solo, come promesso», le parole mi escono con un tono di voce calmo, sicure e convincenti come non credevo sarei stato capace di simulare.

Il chiarore bluastro proviene dalla stanza adiacente. Credo che sia lì, e che mi stia aspettando. O forse sono io che attendo impaziente di mettere fine a questa storia. Per farmi coraggio penso che, in fondo, è solo una delle tante avventure che pretendono il loro epilogo. Proprio come quelle che mi invento ogni tanto. O come le altre, in cui gli eventi mi hanno reso protagonista.
Porto una mano sul fianco, slaccio un bottone e accarezzo il calcio della pistola. Mi infonde sicurezza il gesto, è proprio questa la fregatura delle armi: con il movimento di un dito puoi togliere la vita a qualcuno, ti senti onnipotente, invece dovresti sentirti responsabile. Do una leggera spinta alla porta, si spalanca senza far rumore. Varco la soglia della camera, anche in questa il lampadario non funziona. Alla scrivania non c’è nessuno, il PC è acceso e lo screensaver mostra in sequenza foto di paesaggi in cui vorrei teletrasportarmi invece di essere qui. In realtà sarebbe meglio se mi trovassi in qualsiasi altro posto del pianeta, ma non riesco oppormi all’istinto. Quando permetto alla pancia di prendere il sopravvento sul cervello non c’è santo che tenga, trovare l’autocontrollo diventa impossibile.
Arma in pugno e torcia tenuta come un mirino, proprio come si vede nei polizieschi che guardate in TV, faccio un giro su me stesso. Ci sono un paio di quadri alle pareti, c’è un piccolo armadio dall’altra parte della stanza, poi la rete di un letto senza materasso e nient’altro. Mi avvicino al computer, spengo la torcia e la rimetto in tasca, poi abbasso la pistola. Sposto il mouse, lo screensaver scompare per mostrarmi la prova definitiva: la nostra chat è ancora lì, ma c’è un messaggio in più che segue il mio ultimo. Non ho avuto il tempo di leggerlo o, meglio, è stato scritto quando non l’avrei più potuto leggere.

– Non ti muovere da lì e tutto andrà bene –
– Arrivo! –
Ho scritto io.
– Sì, tutto andrà bene: morirai. –
La risposta che non avevo visto.

Più che la paura, è la consapevolezza di quanto io sia stato imprudente a raggiungermi.
Sento un rumore che mi fa trasalire. Con la coda dell’occhio scorgo un movimento veloce, un luccichio che cattura la mia attenzione e agguanta emozioni che avevo cercato di dimenticare all’ingresso. Mi volto verso la porta e ciò che vedo, chi vedo, mi paralizza. Niente ha più senso.
«Cosa…» provo a dire.
«Fermo!» urla, puntandomi addosso la pistola.
Faccio mezzo passo in preda alla confusione. Stringo ancora la pistola in mano, potrei reagire ma non ci riesco.
Smarrito, ecco come mi sento. Cosa ci fa lei qui? Perché? Le cose non possono essere come sembrano.
«Non…» faccio ancora in tempo a bofonchiare.

Sapete, credo che ci siano attimi in cui il nostro punto di vista cambia all’improvviso. Sono quegli istanti in cui riusciamo, come si suol dire, ad aprire gli occhi. È come se l’inquadratura fissa, dietro alla quale eravamo posizionati, iniziasse a spostarsi facendo un bel giro di trecentosessanta gradi, mostrando ciò che era nascosto. O che non avevamo preso in considerazione.
Realizzo di essermi sbagliato poco fa: quello che vedo è proprio come sembra. Persino il profumo di orchidea che inspiro è coerente con la realtà.
Mi muovo di scatto, un po’ in avanti e un po’ verso sinistra, compiendo una specie di goffo inchino. Un movimento-non–movimento senza alcun senso. Il mio cervello ha suggerito alle chiappe di reagire per salvarmi la pelle, il culo deve aver capito quanto sia inutile. Non è come al cinema: quando hai un’arma puntata alla testa (e sai che verrai ucciso) non esiste un compendio di comportamenti che è consigliato tenere. Se si ha una qualsiasi divinità in cui credere, l’unica cosa saggia è iniziare a pregarla. Ma io non ne ho.
Finirà in maniera diversa e molto più in fretta di come avevo sperato con leggerezza. Bizzarro è percepire questi attimi al rallentatore. Deve essere ciò che accade quando sai che stai per morire. La curva del tempo si deforma, come se qualcuno volesse omaggiarti di un’estensione irreale di vita sotto forma di lenta percezione.
Prima arriva la luce, proprio come le leggi della fisica prevedono. Dall’interno della canna vedo incendiarsi la polvere da sparo. Poi irrompe il rumore sordo del silenziatore. I miei sensi si estendono come tessuto elastico, posso sentire il proiettile fendere l’aria. Subito dopo un altro suono, è attutito, simile a un tonfo. Il mio cuore batte ancora due forti pulsazioni. Poi basta, non lo sento più.
Adesso ho freddo, ma presumo di sudare perché un liquido caldo e denso mi cola dalla tempia e scivola lungo il profilo dell’occhio, sulla guancia, poi sulle labbra fino a bagnarmi la lingua. L’intuizione non era corretta: non è sudore, è sangue. Se ti sei leccato una ferita almeno una volta nella vita non ti puoi sbagliare, il gusto è inconfondibile.
La donna che ho davanti suppongo stia tremando, mi sembra sul punto di mettersi a piangere, ma non posso esserne certo. La vista inizia a fare brutti scherzi, le forme assumono un contorno sfocato che brilla ed è pulsante. È come fissare a lungo una stella nelle notti terse d’inverno. Sta abbassando la canna della pistola lentamente, adagio come la caduta del mio corpo che si affloscia sulle ginocchia cedute all’improvviso. La mia faccia si schianta contro le piastrelle, ma non sento alcun dolore, né rumore. Vorrei parlare ma non riesco. Ho la guancia che poggia a terra, la bocca spalancata a contatto col pavimento. Ho gli occhi ancora aperti, ma vedono attraverso un vetro appannato. La sagoma ormai irriconoscibile si avvicina e si china su di me.
Non credevo che sarebbe andata a finire così. Ero certo che l’avrei fatta franca. È tutto così irreale, angosciante. Prima di morire desidero sapere!
Devo partire dall’inizio, ho bisogno di rivivere da capo tutto ciò che mi ha condotto fin qui. Devo sezionare gli avvenimenti, proprio come mi sento io adesso: spaccato in due dallo sconcerto, dal dolore e dalla paura di morire. Devo ricordare ogni dettaglio, analizzare ogni prospettiva di questa storia con distacco se voglio sperare di trovare un senso, cercando in tutto quello che so di me, dell’indagine, di tutti, ma soprattutto di lei.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Mauro Sala
Sono nato nel 1976, cresciuto e radicato in un paese di campagna della provincia torinese. Sono sposato e papà di due bambini. Il terzo figlio è a pelo lungo e scodinzola. Sono consulente da più di vent’anni presso una grande realtà italiana televisiva.
Secondo me ci sono solo due categorie di scrittori. Ci sono quelli che campano di scrittura e c'erano una volta e ci saranno un giorno, invece, quelli che il mondo e la storia lo hanno sancito: sono artisti. Quindi no, ad oggi io non posso definirmi scrittore perché non appartengo a nessuna delle due categorie. Sono un informatico, a tratti narcisista, ipocondriaco, lievemente misantropo e auto-ironico: un nerd con crisi mistiche praticamente.
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