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E mi ricorderò

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Consegna prevista Maggio 2020

La storia di un approdo alla vita con la coscienza pronta a raccontarsi fin dal grembo della madre.
Un viaggio unico e irripetibile, intrapreso con l’attenzione e l’amore che merita.
Una famiglia attraversata da tanto amore e da mille contraddizioni, che cresce sullo sfondo di un mondo semplice e sorprendente, dipinto con ironia, realismo e commozione.
Una Sicilia densa di profumi inebrianti e colori accesi che si dissolvono in mille sfumature, negli occhi e nell’anima.
Incontri preziosi con personaggi carichi di umanità che consegnano messaggi da raccogliere e conservare nel cuore.
Storie tanto autentiche da sembrare surreali, in cui entrare in punta di piedi e rimanere immersi.
Fra riso e pianto, bellezza e stupore, la scoperta di un tempo perduto che non vuole essere dimenticato, e che torna attraverso gli occhi di una bambina che lo guarda con un’anima sorprendentemente matura.
E solo alla fine si scoprirà perché.

Perché ho scritto questo libro?

“Tu devi scrivere”: l’esortazione ricorrente che meno hai ascoltato.
Intenta a crescere i talenti degli altri, a volte scegli di sacrificare i tuoi.
Ma poi arriva un dolore e devi decidere se crollare o reagire.
Così cominci a fare ciò che avresti dovuto.
E riparti da te, dal punto preciso in cui tutto è iniziato, consegnando alle pagine di un libro una favola in cui non importa che sia lieto o triste il finale.
Ciò che conta è non aver perso niente dello straordinario viaggio che hai fatto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

E MI RICORDERÒ

Gettata in mare dentro un sacco con una pietra al collo

della pietra ne ho fatto una collana

dei polmoni branchie

e del sacco un vestito.

In fondo non è così che è cominciata?

Chiusa dentro un sacco, legata ad un cordone, sommersa dalle acque?

Un giorno saprò

che tutta quella paura che ho provato

non serviva.

Proprio come allora,

quand’ero solo un puntino al centro esatto di mia madre.

Crebbi costretta in quel ventre

abituandomi alla mancanza di spazio, di luce, di colori,

come se fosse la normalità.

Quando i tempi furono maturi

tutto cominciò ad agitarsi di più attorno a me,

e disperatamente cercai una via d’uscita:

faticosa, estenuante, terribilmente stretta.

Ma passai.

E poi fu pianto,

ancora paura,

luci, suoni, colori.

Ci volle del tempo perchè potessi sentirmi di nuovo al sicuro,

in quell’avventura che mi era sembrata la fine

mentre era solo il mio inizio.

In tutto quel tempo in cui ero stata lì dentro,

qualcuno

che ancora non vedevo ma “sentivo”

mi cullava, mi nutriva, mi aspettava.

E nessun altro al mondo

mi avrebbe mai amata di più.

Sarà così di nuovo

tutte le sacrosante volte in cui mi getteranno in mare

e io

invece d’annegare

mi ricorderò che quella volta ce l’ho fatta.

Mi ricorderò che qualcuno

che ancora non vedevo ma “sentivo”

mi cullava, mi nutriva, mi aspettava.

E nessun altro al mondo

mi avrebbe mai amata di più.

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 UNO

Sono le 17,00 del 25 aprile del 1965, è domenica e io sto per nascere.

Posso scegliere qualunque altro giorno per venire al mondo, ma mi va di strafare.

Mi piace quest’idea di nascere con calma in un giorno che è doppiamente di festa, nell’ora che per gli inglesi è quella del massimo relax.

Voglio entrare nella vita all’ora del thè.

Ma questa scelta la pagherò: per tutti sarò “quella che è pigra perchè è nata di domenica, di festa nazionale e all’ora del thè”.

Il mio primo desiderio mi costa subito un’etichetta, un marchio di fabbrica che con le parole non si cancella.

E’ inutile spiegare che non sono pigra, non mi crede nessuno.

In realtà io sono a due velocità.

Lenta e indolente nei confronti di tutto ciò che non mi accende, veloce come una saetta quando c’è qualcosa che mi attrae, che è complicato affrontare, che rappresenta un sfida col mondo e con me stessa.

Ma sono già le 17,05, non ne posso più di queste contrazioni che mi spremono come un limone: prima che di me non rimanga più succo trovo l’ultimo slancio, prendo la rincorsa ed esco a testa bassa come un ariete contro un portone.

Eccomi qua.

Piango.

Non è così che si fa?

C’è già da pensare…

Vuoi vedere che l’anima lo sa che sarà una lotta senza fine, che saranno più i colpi bassi che le carezze?

Ma non mi scoraggerò prima del tempo.

Fra l’altro qua si danno tutti un gran da fare e non mi danno neanche il tempo di vedere in faccia la mamma chè già mi tagliano un tubicino dalla pancia.

Questa cosa non mi sta per niente bene: è il primo torto subìto, la prima violenza.

Come si permettono di staccarmi un pezzo senza neanche chiedere?

Quel pezzo mi mancherà per sempre, e l’ombelico diventerà il primo amico da consolare.

Svilupperò con lui un rapporto molto particolare, e tutte le volte che avrò bisogno di calmarmi o addormentarmi il mio dito medio lo cercherà, tappando quella prima e inaccettabile ferita della vita.

Ma non solo.

A casa mi aspetta un nonnino carinissimo con cui non ho legami di sangue e che ha affiliato il mio papà, che ama profondamente anche perchè non ha avuto altri figli.

Questa è una storia bellissima, e non solo perchè mi darà la possibilità di avere tre nonni maschi piuttosto che due come tutti (oltre che due cognomi invece che uno), ma anche perché lui starà in casa con me fino a che compirò 6 anni, a differenza degli altri due che sono lontani.

Poi un giorno se ne andrà in silenzio e io resterò sulla soglia della porta della sua stanza senza avere il coraggio di entrare, a guardare le spalle di papà vestite dal pigiama celeste chine sul suo letto.

Papà lo chiamerà più volte con la voce sempre più rotta e carica di dolore.

Nonno Lio non gli risponderà, né quella mattina né mai più.

Sarà la prima volta che vedrò mio padre piangere, con la schiena scossa da singhiozzi violenti, come quando piango io perché qualcosa mi dispera.

Proprio come piange un bambino che ha perso qualcosa di molto caro che non potrà riavere più.

Il nonno ogni tanto mi fa sedere sulle sue gambe, che quando non ospitano me sono coperte da un plaid con grandi quadri arancio, verdi e blu, perché lui è molto anziano e alle gambe sente sempre freddo.

Quando si alza cammina appoggiandosi a un bastone, ma se devo dire la verità me lo ricordo sempre seduto.

Da giovane ha fatto il ferroviere, ma di treni non mi parla mai.

Però fa una cosa tenerissima con me.

Mi prende sulle gambe e io gli chiedo di farmi un disegno: adoro i disegni e ancora non li so fare, sono troppo piccola.

Gli dico di disegnarmi un signore.

Prende un foglio bianco e una penna e non si perde d’animo, anche se non ha la benchè minima idea di come si fa.

Traccia un cerchio che rappresenta la testa in cui fa due puntini per gli occhi, una linea orizzontale per la bocca, una verticale per il naso e tante piccole linee che lo circondano per tre quarti della circonferenza.

Non sono così i capelli, lo vedo bene quando guardo le persone, però quella testa che disegna mi piace un sacco perché mi ricorda il sole.

Poi fa un cerchio più grande che è la pancia, e dall’alto fa partire due linee per le braccia che terminano con tre lineette piccole ciascuna, che secondo lui sono le dita.

A me già qualcosa non quadra: non so contare ma lo vedo che le dita nella mano sono più di tre.

Però non glielo dico, quando sarò più grandicella e a tre anni imparerò a scrivere copiando i titoli delle pagine di “Sorrisi e Canzoni”, al momento di tracciare la lettera “E” farò tante linee orizzontali quante ce ne entreranno, non tre come fanno tutti, e i conti torneranno.

Lui completa il disegno tirando l’ultima piccola riga alla fine della gamba, perché i piedi li fa esattamente uguali alle mani.

E fra noi si crea un’aria sospesa mentre scorre qualche secondo carico di aspettativa.

Fa finta di aver finito, ma lo sappiamo tutti e due che manca proprio l’essenziale.

Io stacco lo sguardo dal foglio e giro la testa verso la sua.

Lo guardo dritto nel volto pallido e scavato e so che lui non sta aspettando altro.

«…E il chico?» gli sussurro sgranando un poco gli occhi.

Lui già sorrideva da prima, io lo so, ma adesso il suo sorriso si allarga ancora di più.

Alza la mano un po’ tremante verso il foglio e punta dritto al centro della pancia dell’omino, tracciando un piccolissimo cerchietto sul quale ripassa più volte perché io lo veda bene.

Eccolo il mio ombelico!

Sorrido soddisfatta e lui mi stringe un po’ più forte a sé.

E restiamo così qualche minuto in cui non lo vedo in viso ma lo sento che ride piano, perché il suo abbraccio ha delle piccole scossette che sono contagiose perché fanno ridere anche me.

Ecco, abbiamo appena finito il nostro sgangherato capolavoro.

Di linee che tremano, di cerchi e d’amore.

CINQUANTA

Al pomeriggio intorno alle cinque ripassa Don Paolo, ma stavolta con i gelati.

Io non posso mancare a quest’appuntamento, ché fosse per me vivrei solo di quelli e a volte riesco a mangiarne anche tre o quattro di seguito: oltre ai suoi coni cioccolato e panna sopra e sotto, vado a comprarne anche alla putìa del signor Panama che ha quelli confezionati.

In realtà questa è una “putìa du vinu”, e quando si entra l’odore dell’alcol è fortissimo.

Ci sono uomini che qui ci passano le giornate giocando a carte e bevendo, discorrendo e bevendo, mangiando fave “a macco” e bevendo, litigando e bevendo.

Fra l’altro più bevono più c’è il rischio che litighino, e non so come facciano i proprietari a sopportare quelle mine inesplose che a me danno un’ansia che non ce n’è un’idea.

Quando litigano biascicano, barcollano, si fanno paonazzi.

Se non fosse che mi fanno paura ci sarebbe da divertirsi, perché sembra che ballino: si fronteggiano, poi indietreggiano ondeggiando, si fermano per trovare l’equilibrio e poi ripartono di nuovo sempre battendo un po’ a destra e un po’ a sinistra, fino a che il proprietario non perde la pazienza e li butta fuori.

E con un’andatura a serpentina, ancora borbottando, se ne tornano a casa, dove arriveranno chissà quanto tempo dopo che sono partiti dalla putìa, chè ogni passo gli costa una fatica immane e dove abitano a volte neanche se lo ricordano.​

Sull’uscio troveranno le mogli con le braccia “a quartara”, livide in viso, stanche, col grembiule perennemente attaccato ai fianchi e il viso sbattuto di chi in tutta una vita non s’è riposato mai.

Anche a causa di quel marito che non c’è mai stato, perché troppo occupato a bere per trovare il tempo di andare a lavorare o per dare una mano a crescere figli che sono sempre troppi, ché più lui è ubriaco, più tutte le volte che torna c’è il rischio che le metta incinta.

A volte quel litigio interrotto alla putìa prosegue dentro casa e da fuori si sentono le urla, rumore di stoviglie rotte e di porte sbattute, di botte date senza controllo.

E poi pianti.

Ma a piangere non è mai l’uomo.

A piangere su quella vita dura e sempre uguale resta quella donna, coi suoi bambini che ancora tremano di paura attaccati stretti stretti al suo grembiule.

Perché quell’uomo, anche se volesse, il tempo per piangere non l’avrebbe.

E’ già andato a buttarsi sul letto senza neanche togliersi le scarpe e i vestiti.

E russa, con la pancia gonfia di vino e di fave a macco.

CINQUANTASEI

A papà hanno regalato un crasto vivo da allevare e ingrassare per poi mangiarlo insieme a tutti gli amici.

Lo legano in fondo al giardino e gli mettono un nome: Clorindo.

Man mano che i giorni passano l’armaluzzo cresce velocemente e tutti cominciano ad affezionarglisi un po’, temendo il giorno in cui dovranno sacrificarlo.

Ma è lo stesso Clorindo a togliere tutti dall’impiccio.

Quasi se lo senta che sta per scoccare la sua ora, una mattina presto succede l’imprevedibile.

Siamo ancora tutti a letto e a un tratto le grida della signora Agnese rompono il silenzio:

«Dutturi Cucè! Dutturi Cucè! Clorindo scappau!!!»

Papà schizza via dal letto in pantaloncini bianchi a quadri marroni e canottiera, coi capelli ancora tutti all’aria.

Neanche il tempo di capire e i suoi occhi appannati focalizzano una scena inquietante: la signora Agnese è china a gambe aperte nel mezzo della stradina che costeggia il nostro terreno e con le braccia allargate quanto può tenta di fermare Clorindo, che risale come una furia dal fondo della strada.

A testa bassa da buon ariete sta sfrecciando verso la via d’uscita alla sua prigionia, incurante dell’ostacolo umano che si ritrova di fronte.

Agnese capisce che non si fermerà, e come un torero di fronte alle corna del toro nell’arena, con una botta del fianco si sposta lasciando ​passare Clorindo, che corre come se si rendesse conto che per lui non ci sarà un domani.

E’ un crasto determinato, non c’è dubbio, ma non sa che papà lo è molto più di lui.

Urlando alla signora Agnese di andare a chiamare i rinforzi, gli corre dietro più veloce che può.

Clorindo è ormai sulla strada principale che già comincia a popolarsi di gente che guarda esterrefatta, pensando di smorfiare la scena e andare subito a giocare i numeri al lotto.

Papà corre veloce ma Clorindo più di lui, e non c’è verso di raggiungerlo.

Così decide di salire su un autobus che provvidenzialmente passa per strada in quegli attimi di autentica follia, almeno per cercare di capire la direzione che prenderà e tornare successivamente a cercarlo.

Non si dà per vinto facilmente mio padre, non è nel suo carattere.

Dopo aver individuato bene o male la direzione delle ricerche che intende organizzare, torna a casa.

Qui trova già il signor Franceschino, Don Mario e Bastiano pronti a ricevere ordini sul da farsi.

Si organizzano in men che non si dica, reclutando anche lo zio Ciccio.

E’ chiaro che Clorindo andrà verso le montagne, quindi elaborano un piano di ricerca organizzato con le macchine e i fucili al seguito.

Io sono convinta che siano tutti matti: ma come possono solo pensare che lo ritroveranno, in mezzo alle montagne?

Però voglio seguire attivamente le operazioni, quindi salgo su un’auto insieme a Giovanni (il figlio maggiore della signora Agnese) e alla fidanzata.

Il primo giorno di ricerche termina infruttuosamente, e gli sconsolati cacciatori di crasti si danno appuntamento per il giorno dopo, convinti di poter andare con un certo margine di sicurezza sulle sue tracce, giacchè Clorindo dovrebbe essersi spinto a cercare altre mandrie che pensano di poter localizzare.

L’indomani sono tutti di nuovo pronti a partire, armati fino ai denti e determinati a non deludere l’aspettativa caparbia di papà di ritrovarlo.

Ma anche la giornata successiva si conclude senza prigioniero.

Non demorde papà, anche perché ha chiesto ai pastori incontrati fra le montagne e qualcuno gli ha assicurato di averlo visto: non può dunque ​essere andato molto lontano rispetto al luogo in cui si sono concentrate le ricerche dei primi due giorni.

Il terzo giorno, mentre con fare da avventurieri scostano rovi e fronde d’alberi cercando di non fare rumore, a un certo punto lo individuano.

Ora serve un bel po’ di sangue freddo e qualcuno che sappia sparare bene, ma il primo sparo non solo lo manca, ma pure lo spaventa, per cui colpirlo adesso sarà molto più difficile.

Franceschino è il più pronto di tutti, prende la mira e gli scarica addosso tutti i colpi che ha, ma Clorindo, benchè ferito, corre ancora come un dannato e sembra sia pronto a fargliela sotto il naso un’altra volta.

Bastiano rimane l’unico ad avere ancora un colpo in canna, ma (non si sa perché) non spara.

Franceschino capisce che l’emozione gli sta giocando un brutto scherzo, e che anche se è un esperto cacciatore il grilletto non lo premerà.

Con uno slancio del braccio gli prende il fucile dalle mani, ha un solo colpo e dev’essere quello giusto prima che Clorindo esca dalla sua traiettoria.

L’imbraccia, prende la mira, spara, riesce a colpirlo un’altra volta.

E’ il colpo decisivo, Clorindo stramazza a terra.

Ha voluto morire non senza prendersi qualche giorno di libertà in barba a quella corda a cui per mesi è rimasto legato.

L’ha fatto con onore, lottando fino all’ultimo istante con tutte le forze che l’istinto e la natura gli hanno concesso.

Loro esultano, ce l’hanno fatta.

Ma io no.

Per me hanno appena ucciso un eroe.

Faranno una grande festa pochi giorni dopo, in cui si racconteranno ridendo ogni piccolo particolare della folle caccia a Clorindo.

Conieranno frasi che resteranno nella storia di queste estati, berranno, mangeranno la sua carne, ubriacheranno Bastiano che diventerà comico come non mai.

Me ne starò in disparte tutto il tempo, sorridendo a tratti per il loro divertimento ma con un peso proprio sopra il cuore.

Io Clorindo non lo mangio, questo è certo.

E per la prima volta non vedo l’ora che una festa finisca.​

23 novembre 2019

Evento

Chiesa della Calispera - Messina
Nell'antichissima Chiesa di Santa Maria della Calispera in Contesse, edificata nel XIII secolo, la presentazione del romanzo "E mi ricorderò" di Daniela Cucè Cafeo.
Intervengono:
Padre Santino Cannistrà - Parroco si Santa Maria Immacolata
Maestro Rosario Mangano - Docente di musica
Dott.ssa Rachele Gerace - Giornalista
Felice Mangano - Scrittore
Domenico De Caro al flauto e Andrea De Caro al piano - Musicisti
09 novembre 2019

Aggiornamento

Intervista radiofonica in diretta dagli studi di Radio Amore, nella trasmissione "Tra il serio e il faceto" condotta da Nino Scimone e Pap.
Ospite di puntata Daniela Cucè Cafeo.
 
02 novembre 2019

Aggiornamento

Intervista radiofonica di Radio Amore in diretta dal Centro Commerciale Maregrosso di Messina, nella trasmissione "Oggi è Sabato" condotta da Carla Luvarà.
Ospiti di puntata Daniela Cucè Cafeo e Davide Liotta.
26 ottobre 2019

Aggiornamento

Articolo di Lilly La Fauci sull'incontro con l'autrice organizzato dal Rotary Club Messina Peloro, pubblicato su Gazzetta del Sud.
23 ottobre 2019

Evento

Rotary Club Messina Peloro
Evento di presentazione di E mi ricorderò organizzato dal Rotary Club Messina Peloro di Messina.
Modera il Prof. Pippo Rao, organizzazione dell'Ing. Edoardo Milio.
Reading della attrici Giovanna Battaglia e Ilenia D'Avenia.
13 ottobre 2019

Evento

Chiesa di S. Maria Alemanna - Messina Evento di presentazione di "E mi ricordero" organizzato da Art Revolution presieduto da Gabriella Sorti, moderato dal giornalista Marcello Mento, con interventi musicali di Giovanni Alibrandi e interpretazione di passi scelti del romanzo da parte delle attrici Giovanna Battaglia e Ilenia D'Avenia
04 ottobre 2019

Aggiornamento

Lettori e commenti
13 settembre 2019

Aggiornamento

Di seguito un articolo pubblicato da Palermo Today: E mi ricorderò, il primo romanzo di Daniela Cucè Cafeo. C'è un nuovo esordio letterario tutto siciliano che si affaccia con forza nel panorama editoriale nazionale. Si tratta di E mi ricorderò, il primo romanzo di Daniela Cucè Cafeo, che in un brevissimo lasso di tempo dall’inizio della campagna di lancio ha ricevuto un sorprendente riscontro da parte dei lettori, registrando un alto numero di prevendite. Il libro infatti non si trova ancora in libreria, ma può essere preordinato sul sito della casa editrice milanese bookabook, anch’essa velocissima nel conquistare un contratto con l’autrice comunicandole, in soli otto giorni dal ricevimento del manoscritto, la notizia del superamento della selezione di qualità operata dal proprio team di esperti. Scommettendo su questo progetto è iniziata così una felice collaborazione in sinergia fra la scrittrice, la casa editrice e un gran numero di sostenitori, secondo le regole ancora poco conosciute in Italia del crowdfunding.   Che è un percorso che procede per obiettivi, al raggiungimento dei quali il romanzo ottiene in parallelo un crescendo di successo, grazie a chi sceglie di sostenerlo preordinando, condividendo sui social e consigliando la lettura ad amici e conoscenti attraverso il passaparola. Ma cosa ha determinato la rapida affermazione di questo progetto, stante la difficoltà di far comprendere ai lettori il meccanismo pressochè sconosciuto del crowdfunding, nonché l’innegabile e crescente crisi del mercato editoriale italiano? Il motivo è da ricercarsi nella natura e nello stile del racconto, come si può desumere dall’anteprima di tre capitoli offerta dalla casa editrice sul proprio sito internet. Si tratta infatti di un romanzo di formazione: un racconto permeato di ricordi legati alla Sicilia vissuta nell'infanzia fra Palermo, Santo Stefano di Camastra e Messina, che riporta le storie di personaggi realmente esistiti e le tante tradizioni ormai quasi dimenticate dell’isola.   Una storia narrata in maniera semplice e diretta che si fa leggere tutta d’un fiato, di una realtà osservata con gli occhi dell’autrice bambina davanti ai quali si dipanano accadimenti e si succedono personaggi che vanno a costituire singoli quadri incorniciati in un’ottantina di capitoli. E alla quale non mancano la riflessione, la profondità, l’ironia e la commozione, il taglio d’osservazione sensibile e acuto. “Una storia in cui ogni siciliano si riconoscerà fra una lacrima e una risata” afferma l’autrice “Ma non soltanto. Una storia che potrà amare anche chi in questa terra non è nato o vissuto o chi l’ha solo sfiorata, scoprendone il reale valore nell’assoluta semplicità delle cose vere, umili e apparentemente insignificanti, ma che a guardarle bene sono le più belle e profonde. E, soprattutto, meritevoli di non essere dimenticate nel buio di questi tempi senza più anima”.  
06 settembre 2019

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Commenti del cuore
02 settembre 2019

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Un intervento del 02/09/2019 su Buttanissima parla di E mi ricorderò.

Daniela, che vince puntando sulle parole di Fabio Mida
Il primo romanzo di Daniela Cucè Cafeo ha già catturato l’attenzione di molti, futuri lettori. Futuri perché si tratta di una pubblicazione in crowdfunding, progetto che nasce in sinergia fra l’autore, che scrive, la casa editrice, che sceglie, e i lettori, che danno fiducia a entrambi preordinando il libro online, dopo aver letto un’anteprima di alcuni capitoli. “E mi ricorderò nasce dal bisogno istintivo di ripercorrere il viaggio della mia vita a partire dal ventre di mia madre”, racconta Daniela. “Un’amica mi chiese di portare a un laboratorio di lettura i versi che aprono il racconto, che io avevo scritto un anno prima. Da quei versi è partito il racconto della mia infanzia fra Palermo, Santo Stefano di Camastra e Messina, in cui prende vita una realtà a cui non è servito nient’altro che la verità per diventare romanzo”. Attraverso lo sguardo di Daniela bambina, nasce il racconto della storia della sua famiglia, narrato al presente e contenuto in una cornice temporale fra gli anni ’60 e ’70, alla quale fanno da sfondo personaggi ricchi di umanità, tradizioni dimenticate e storie tanto più autentiche quanto più sembrano surreali. La Cucè ha scritto spinta da più motivazioni, tutte molto forti. “Ma soprattutto – spiega – da una tenace volontà di riscatto, di risalita, di una nuova forza, di un progetto a cui dedicare energia, per la prima volta solo per me stessa e la mia terra. Mentre scrivevo non avevo un progetto, un impianto narrativo da seguire. Ogni volta che terminavo la stesura di un capitolo erano i ricordi a darmi l’indicazione per il racconto successivo, e questo pare sia “tecnicamente” sbagliato. Ma non è quello che penso. Credo che chi scrive debba essere libero di far fluire le emozioni, senza schemi preordinati che finiscono per essere le catene della creatività”. La scelta di pubblicare in crowdfunding è sicuramente rischiosa per un autore, dovendo contare su un alto numero di copie preordinate prima che il libro vada in stampa, e se la trama non è sostenuta da un racconto avvincente è illusorio pensare di arrivarci. “Ho finito di scrivere e ho puntato alle migliori case editrici, ma avevano tutte tempi lunghi. Solo bookabook ha risposto subito: avevo superato la selezione di qualità. Mi sono messa in gioco accettando la sfida di arrivare a 200 copie preordinate prima della stampa. Il libro – conclude Daniela – si può acquistare solo online sul sito della casa editrice e non tutti conoscono questo nuovo modo di fare editoria, ma grazie al sostegno di chi mi segue e ama il mio modo di raccontare ce l’ho fatta”. Leggi l'articolo
27 agosto 2019

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"Una Sicilia che quasi non c'è più..." ma che attraverso queste pagine può tornare.
L'articolo su E mi ricorderò di Siciliafan.it, il terzo sito web più letto in Sicilia.
02 agosto 2019

Aggiornamento

Lettori 🌹
02 agosto 2019

Aggiornamento

Lettori 🌹
29 luglio 2019

Aggiornamento

E mi ricorderò di Daniela Cucè Cafeo, il cammino di un libro “senza piedi” su TempoStretto

“Sono le 17,00 del 25 aprile del 1965, è domenica e io sto per nascere.Posso scegliere qualunque altro giorno per venire al mondo, ma mi va di strafare.Mi piace quest’idea di nascere con calma in un giorno che è doppiamente di festa, nell’ora che per gli inglesi è quella del massimo relax. Voglio entrare nella vita all’ora del thè. Ma questa scelta la pagherò: per tutti sarò “quella che è pigra perchè è nata di domenica, di festa nazionale e all’ora del thè”. Il mio primo desiderio mi costa subito un’etichetta, un marchio di fabbrica che con le parole non si cancella. E’ inutile spiegare che non sono pigra, non mi crede nessuno.In realtà io sono a due velocità”

Il libro
Inizia “all’ora del the” il viaggio di Daniela nella vita, in una Sicilia densa di profumi inebrianti, colori accesi, emozioni intense. Un viaggio che si snoderà tra Palermo, Santo Stefano di Camastra e Messina e riserverà lacrime e sorrisi, profondi abissi e vette incredibili, sullo sfondo di un mondo semplice e sorprendente, dipinto con ironia, realismo e commozione.

Un’isola che non c’è più
“E mi ricorderò” è il primo romanzo di Daniela Cucè Cafeo, con un doppio cognome per via dei tre nonni, tutti amatissimi e che insieme ad altri personaggi popolano le pagine di un affresco, quello di una Sicilia che a tratti non c’è più, se non nell’anima di chi non vuol cancellare le radici, ma vuol anzi lasciarle come testimoni di una staffetta a chi verrà. Fra riso e pianto, bellezza e stupore, la scoperta di un tempo perduto che non vuole essere dimenticato.

Sicilia anni ’60-’70
Daniela cresce nella Sicilia degli anni sessanta e settanta fra Palermo, Santo Stefano di Camastra e Messina, guidata e incuriosita da quella voce interiore che le fa osservare il mondo attraverso una lente critica a tratti coerente con l’età anagrafica, a tratti sorprendentemente matura. Nel racconto di una quotidianità e di un tessuto sociale ormai lontani anni luce dalla realtà odierna, immagazzina immagini, sensazioni ed emozioni che esulano dalla mera descrizione narrativa.

Ogni persona che incontra ha una storia profonda da raccontarle, e perfino gli oggetti hanno un’anima che sembra chiederle di essere ascoltata. La famiglia, le amiche, i vicini di casa, i luoghi e le tradizioni oggi scomparse, sono la fonte inesauribile delle sue profonde riflessioni sul senso del vivere.

Ogni anno di vita è un nuovo ciclo, un cerchio che si apre a Palermo e si chiude a Messina passando per Santo Stefano, in una spirale che ogni volta la confonde e la disorienta, ma che finisce per arricchirla profondamente.

La narrazione
La narrazione è in prima persona e si alternano flashback e flashforward, che sono interscambiabili a seconda della prospettiva da cui il lettore sceglie di porsi: quella di una bambina la cui anima sembra essere misteriosamente consapevole di ciò che in futuro le accadrà, o quella di una donna matura che, a causa di un grande dolore che vuole caparbiamente superare compie un percorso di recupero di ciò che è stato nel tentativo di comprendere meglio ciò che è, e prima di affrontare ciò che sarà.

E’ il finale a svelare la corretta chiave di lettura: attraverso un controcanto alla melodia che precede, le ultime pagine forniscono a sorpresa il punto di vista che giustifica e motiva il viaggio a ritroso nel tempo e nei ricordi.

E’ la storia di una famiglia negli anni ’60 e ’70 in Sicilia, tra amori, rancori e contraddizioni. Personaggi realmente esistiti e storie che sono tanto più autentiche quanto più sembrano surreali.

Io sono, esisto
“L’ho fatto per poter ancora dire: io sono, io esisto, io ho vissuto anche senza quel dolore che ho provato- spiega Daniela Cucè Cafeo-. Ho resistito e sono ancora qui e posso ricominciare esattamente da questo punto, anche se di acqua sotto i ponti della mia esistenza ne è passata molta, prestando ascolto a quel principio buddista del “honnin myo” (da ora in poi), per cui non conta ciò che è passato, ma ciò che posso fare a partire da qui e da ora”.

Il romanzo è come una galleria d’arte in cui ci si sofferma di dipinto in dipinto, apprezzando di ciascuno la bellezza del singolo racconto racchiuso in una propria cornice, ma mantenendo costante il filo conduttore dell’intera mostra.

Dedicato a Messina
“Ben più di metà del libro l’ho dedicata a Messina, e non l’avrei mai detto. Nata a Palermo e trasferita a Messina all’età di 19 anni, ho sempre conservato nel cuore un rammarico e un rimpianto della mia città natale. Invece con grande sorpresa, quando ho cominciato a raccontare e descrivere Messina, con cui ho un forte legame ma un rapporto anche molto controverso che non si rassegna a vederla ridotta così com’è, avrei anche potuto non smettere più”.

crowdfunding
Il libro non si trova in libreria ma Daniela Cucè Cafeo ha scelto la strada del crowdfunding attraverso bookabook. Il libro lo aveva mandato a diverse case editrici che però le avevano annunciato tempi lunghi per valutarlo.

“Ma evidentemente i piani del destino erano più veloci: dopo soli otto giorni dall’invio del manoscritto mi ha risposto bookabook comunicandomi che il romanzo aveva superato la selezione qualitativa e proponendomi un contratto. E’ nata da qui quest’avventura del crowdfunding”

Un libro senza piedi
Daniela lo definisce il difficile cammino di un libro senza piedi “Il crowdfunding è un progetto che nasce fra autore che scrive, casa editrice che sceglie e lettori che danno fiducia ad entrambi. Sono necessari l’uso dei social, la condivisione, i commenti sul sito di bookabook che ospita l’anteprima ed è fondamentale credere in chi ha messo su carta la propria anima. C’è un link sul quale cliccare per dare un’occhiata all’anteprima e poi decidere se preordinarlo o no. Perché la fortuna del libro la facciamo insieme. Un buon romanzo, per tentare di arrivare dove potrebbe meritare di stare, deve avere tanta testa e tanto cuore. Ma i piedi, mannaggia, non ce li ha”

Chi è Daniela Cucè Cafeo
Daniela Cucè Cafeo è nata a Palermo il 25 aprile 1965 e vive a Messina dal 1983. Laureata alla facoltà di Giurisprudenza è Operatore giudiziario e delle pubbliche amministrazioni e svolge la mansione di istruttore amministrativo presso la Città Metropolitana di Messina.

S’interessa d’arte, fotografia, letteratura, spettacolo e di ogni forma creativa dell’intelletto, ma la passione che più la anima è quella per la scrittura, attraverso la quale ferma istanti, memorie ed emozioni. Collabora con numerose testate giornalistiche per le quali scrive recensioni, reportage e libere riflessioni su temi sociali. Si occupa di iniziative a scopo umanitario, una su tutte il sostegno all’associazione “Luca per non perdersi nel tempo” di Pavia, nata in memoria di Luca Bassi per contribuire alla ricerca di Paviail.

“E mi ricorderò” è il suo primo romanzo, ispirato a storie e momenti realmente vissuti.

27 luglio 2019

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Commenti

  1. Daniela Cucè Cafeo

    (proprietario verificato)

    Non sarebbe stato un percorso così straordinario se non l’avessi condiviso con persone ricche di umanità e di profondità come te, che hanno reso la mia infanzia una storia incredibile da consegnare a chiunque voglia riassaporare un passato denso di emozioni.
    Grazie per esserci stata e per esserci ancora.

  2. (proprietario verificato)

    Non avevo nessun dubbio sulla fortissima emozione che tutto questo avrebbe provocato in me. Ne avevo quasi timore. Io ho l’enorme fortuna di poter dire che ho respirato quei luoghi, quei visi, quell’aria. Sono anche le mie radici. Tu, straordinaria e meravigliosa autrice, sei riuscita a rianimare tutto quanto per la seconda volta davanti ai miei occhi e al mio cuore. Conoscendo la tua profonda sensibilità non avevo dubbi. Ma nonostante questo sei riuscita a sorprendere anche me, ancora una volta e sono sicura che lo farai ancora. Il talento c’è sempre stato. Aspettava solo di venire finalmente fuori e di essere debitamente riconosciuto. Grazie per questa immensa gioia. E siamo soltanto all’anteprima. Buon viaggio ed io ti seguirò curiosa più che mai.

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Daniela Cucè Cafeo
Daniela Cucè Cafeo è nata a Palermo il 25 aprile 1965 e vive a Messina dal 1983.
Laureata alla facoltà di Giurisprudenza è Operatore giudiziario e delle pubbliche amministrazioni e svolge la mansione di istruttore amministrativo presso la Città Metropolitana di Messina.
S'interessa d’arte, fotografia, letteratura, spettacolo e di ogni forma creativa dell’intelletto, ma la passione che più la anima è quella per la scrittura, attraverso la quale ferma istanti, memorie ed emozioni.
Collabora con numerose testate giornalistiche per le quali scrive recensioni, reportage e libere riflessioni su temi sociali.
Si occupa di iniziative a scopo umanitario, una su tutte il sostegno all’associazione “Luca per non perdersi nel tempo” di Pavia, nata in memoria di Luca Bassi per contribuire alla ricerca di Paviail.
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