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EMPATH- Miche e la ricerca delle nove perle

EMPATH- Miche e la ricerca delle nove perle
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Consegna prevista Luglio 2021
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Essere un adolescente, si sa, non è sempre facile. In particolare, quando ciò che ti piace non segue i gusti dei tuoi coetanei, quando sei impegnato a gestire emozioni incontrollabili e quando puoi contare, fra i tuoi amici più cari, solo il tuo gatto e il tuo skate…nonché una madre in coma. Miche è un ragazzo quattordicenne che scoprirà di essere magico grazie a un potere inatteso. Affronterà un viaggio iniziatico che cambierà la sua vita, drasticamente. Accompagnato dai suoi amici e sotto la guida dei Reggenti del Potere, scoprirà che il mondo in cui vive è avvolto dalla magia. Battaglie, incantesimi, intrighi, scandiranno il tempo della sua ricerca, che dovrà compiersi prima che il Signore Oscuro se ne impadronisca per primo. Catapultati in un urban fantasy in una Torino magica dei giorni nostri, vi troverete in una caccia al tesoro fra le diverse realtà, alla ricerca di nove perle, affrontando prove che aiuteranno Miche a conoscere il proprio potenziale umano e magico.

Perché ho scritto questo libro?

La storia di Miche era nella mia testa da tempo. Dopo una prima versione scritta dieci anni fa, sentivo che non sarebbe stata la versione definitiva, mancava qualcosa. Rientrato nella mia città natale, Torino, dopo un periodo all’estero, ho sentito l’urgenza, l’esigenza di riscrivere e ripensare la storia di Miche. Sono partito da un sogno di una sera all’inizio del lockdown e da lì non ho più smesso di scrivere. Un fiume in piena di emozioni e magia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1.

L’allarme risuonò in tutte le stanze della casa.

Il suono della sirena assordante la fece svegliare di colpo. Il cuore le scattò in gola e le tempie iniziarono a pulsare. “Mi ha trovata” disse ad alta voce.

Per alcuni secondi il suo corpo dimenticò come muoversi e la mente si svuotò di ogni pensiero. Nessuno dei suoi collegamenti celebrali sembrò in grado di funzionare e di formulare alcuna soluzione che avrebbe potuto salvare lei e suo figlio in quel momento.

Suo figlio.

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Scattò all’improvviso e corse nella camera del piccolo che aveva iniziato a chiamarla spaventato.

“Mamma, mamma” in modo primordiale, istintivo, il tono intriso di paura con cui quelle parole furono pronunciate fecero scattare in lei un senso di protezione.

“Eccomi, la mamma è qui, non ti preoccupare piccolo” lo abbracciò forte “non ti preoccupare è solo l’allarme della casa. Ti ricordi cosa dobbiamo fare quando sentiamo questo suono?”

“Vuoi giocare adesso, mamma?” chiese confuso.

“Perché c’è un momento giusto per giocare?” sapeva di dover agire in fretta, non avrebbero avuto ancora molto tempo “prendi il tuo zainetto e andiamo, forza”.

Il bambino scese dal letto, recuperò il suo zaino, infilò le ciabattine e aspettò in piedi come un soldatino il prossimo comando da eseguire.

“Bravo, velocissimo” e gli diede un bacio. Lo prese per mano e si precipitò giù dalle scale. Il suo cuore stava correndo veloce assieme a loro due.

“Mamma aspetta, ho dimenticato il mio gattino” e le lasciò la mano andando verso il tavolo per recuperare il vasetto a forma di gatto che utilizzava come tazza per il latte, che aveva fatto con la mamma. Era il suo oggetto preferito e lei sapeva che non avrebbe potuto farne a meno.

“Ok, tesoro, ma ora dobbiamo proprio andare” gli disse aiutandolo a infilare l’oggetto nello zaino.

Uscirono dalla porta sul retro e corsero verso la fine del giardino dove una struttura in legno che conteneva i bidoni della spazzatura segnava il confine con la casa dei vicini.

“Mamma, ma non puoi venire con me questa volta?”

“No, amore, non posso. Lo sai quali sono le regole del gioco. Tu ti nascondi qui, in silenzio, fin quando papà non riesce a trovarti, d’accordo?” e le lacrime le scesero sulle guance.

“Perché piangi mamma? Puoi venire con me se vuoi, se mi stringo, ci stiamo tutti e due” le sorrise con quello sguardo così dolce che sapeva farle sciogliere il cuore e al quale non riusciva mai a dire di no.

“No, non posso” la voce le si incrinò “lo sai che è un viaggio solo per uno” cercò di sorridere e nascondere la sofferenza che stava invadendo tutto il suo corpo e trattenere le lacrime “non ti preoccupare, ci vedremo presto”.

“Va bene, ma fai presto, presto, prima della favola della buonanotte, papà non sa fare le voci come le fai tu!”

“Fai il bravo amore mio. Mi raccomando. Addio” e lo abbracciò intensamente per poi chiudere il coperchio del bidone. Era andato, ora doveva pensare a lei e a mettersi in salvo.

Camminava, ormai, da una decina di minuti e i piedi iniziavano a farle male a causa dei numerosi tagli e graffi che si stava procurando appoggiando i piedi nudi sull’erba bagnata dalla rugiada dell’alba e sugli appuntiti sassi della montagna. Aveva abbandonato la casa di corsa e non aveva fatto in tempo nemmeno a indossare un paio di sandali. Il dolore fisico era qualcosa che poteva sopportare, doveva allontanarsi il più possibile e trovare riparo prima che lui trovasse lei.

Il sentiero montano che portava al loro rifugio, dove lei e suo figlio si erano ritirati per sfuggire alla minaccia del nemico giusto qualche mese prima, era stato compromesso.

A nulla erano servite le difese poste all’ingresso e tutti i tentativi di depistare i loro nemici. La copertura era saltata, a quanto pare qualcuno li aveva traditi.

Per fortuna aveva mandato suo figlio dal padre. Separarsi da lui era stato come lacerare una parte della sua anima, ma sapeva che era stata una decisione inevitabile ed era certa che sarebbe stato al sicuro lì con lui.

Ripensò a quando lei e suo figlio avevano passato una stupenda giornata assieme e avevano realizzato il vaso  a forma di  gatto, il loro animale preferito. L’aveva intenerita notare la sua creatività e libertà nell’usare quel vasetto come se fosse la tazza della colazione.

Lacrime scesero sulle guance al pensiero di poterlo non rivedere più, e per quanto le mancasse, però, la sicurezza di un figlio doveva essere la priorità per una madre, veniva prima di tutto.

Si stava facendo giorno, e doveva togliersi dal sentiero per non essere visibile, decise di abbandonarlo e infilarsi nel fitto del bosco e sfruttare la parte di natura incontaminata.

Sentì i rovi graffiarle le gambe e i rami bassi degli alberi ferirle le braccia e il collo. Il sangue le colava sul corpo e il dolore era intenso, ma non poteva fermarsi, non ora.

I pensieri nella sua testa scorrevano veloci, avrebbe potuto trovare una via di fuga e salvarsi, pensando solo a se stessa, ma in quel momento sapeva che doveva proteggere gli altri membri del suo gruppo, che erano anche loro dei figli per lei.

Doveva agire secondo il piano, anche se la terrorizzava portarlo a termine. L’Incappucciato non l’avrebbe avuta vinta.

Sentì un’esplosione in lontananza, segnale che il nemico era arrivato al rifugio e le trappole che aveva preparato per lui avevano funzionato, o per lo meno erano scattate.

Uscì dal fitto del bosco e si infilò in un sentiero meno alla luce del sole, raccolse i lunghi e folti capelli rossi in uno chignon, tamponò le ferite sul collo e si lanciò in una corsa contro il tempo.

Il cuore le batteva forte nel petto e il respiro andava di pari passo, doveva agire al di sotto del radar dell’Incappucciato, una sola mossa sbagliata e lui l’avrebbe intercettata.

Il suo obiettivo era arrivare sulla cima del monte dove aveva preparato la trappola perfetta per catturarlo. Il punto non era poi così lontano.

Si voltò di scatto, le sembrò di vedere un’ombra, ma nessuno la stava seguendo, pensò potesse essere solo l’ansia del momento. Riprese a correre quando si bloccò all’improvviso. L’incappucciato era lì davanti a lei.

Si chiese come avesse fatto a trovarla, riusciva ad anticipare le sue mosse.

“Non puoi sfuggirmi” le parole risuonarono sibilanti in tutto il bosco.

Provò a difendersi e a fuggire, ma fu troppo lenta.

Il coltello lanciato dall’Incappucciato fu più veloce dei suoi riflessi e, senza pietà, raggiunse l’obiettivo. Il cuore della donna.

La colpì in pieno petto e la donna si accasciò.

“Maledetto, un giorno sarai punito per questo. L’ho visto” e sorrise compiaciuta.

“Anche io ho visto questo momento, e finiva esattamente come sta accadendo: con la tua morte” rispose con superiorità.

Un filo di disprezzo lo percorse lungo tutto il corpo, la forza e l’arroganza che mostravano anche sul punto di morte, lo lasciava sempre stupito e infastidito.

La donna cadde su un fianco e lui la sentì emettere gli ultimi rantoli prima di lasciare il suo corpo.

Fece per avvicinarsi alla donna, quando apparve dalla terra un fiero cavallo nero che, impennandosi, lo scacciò via e scappò svanendo nel bosco.

Vide sul terreno una croce disegnata con il sangue di lei e una scritta “Sta arrivando”.

Era un messaggio di avvertimento per le altre sorelle streghe.

“L’ultimo gesto disperato di una facile preda” commentò sorridendo e si inginocchiò accanto al corpo, tirò fuori dalla tasca una fialetta di vetro nella quale poter racchiudere l’essenza magica della strega che uscì dal suo corpo.

“Una dopo l’altra, il potere sarà mio” e l’Incappucciato svanì lasciando il corpo della strega esanime e solitario.

2.

La vita.

Ripenso molte volte alla vita e a cosa voglia dire sentirla dentro di sé, percepirla scorrere nel proprio corpo, rendersi conto del pulsare dell’energia e accorgersi del calore che si emana.

Ai rumori che l’essere vivi produce e ai quali si è abituati, ma che sono lì per ricordarti che esisti e stai funzionando.

Basti pensare al suono del respiro quando si inspira ed espira, a volte impercettibile, ma è lì, presente. Ed è come un’impronta digitale, ognuno ha il suo, ognuno respira in modo personale. O penso al rumore che le articolazioni fanno quando ci si muove o si cammina, allo stridere dei denti, allo sbattere delle palpebre, alla saliva che scende nell’esofago o anche solo al battito del cuore.

Un ritmo sempre presente, che aumenta o rallenta il suo pulsare seguendo le emozioni, le azioni che si compiono, i pensieri, i sogni, le idee che si formulano o, a volte, le parole che non si pronunciano.

Sono tutti rumori che sono lì, presenti, sempre, molte volte come compagni non percettibili, ma inevitabilmente al nostro fianco, per mostrarci che siamo vivi e che, nonostante tutto, andiamo avanti.

Mi fa sorridere come tutto questo venga dato spesso per scontato, così tante volte che, ormai, non ci si fa quasi più caso.

Così, ce ne rendiamo conto, li percepiamo, solo in rari momenti quando ci si accorge di qualcosa solo se ne siamo privati, quando viene a mancare, nella sua assenza, quando se ne sente la mancanza.

E io, lo so bene.

Sento la sua mancanza ogni secondo della mia esistenza, sospesa, esattamente come sento di essere privata di ognuno di quei rumori che, abitualmente, ignoravo.

Passo molto del mio tempo, così, osservandolo.

Vengo qui, mi siedo su questa panchina, nella piazza del Jazz Club, uno dei locali che preferisco della città, per guardarlo.

In silenzio, come un compagno che c’è e non si percepisce, nella speranza di trasmettergli il mio amore, il mio sostegno e aiuto ad andare avanti.

Eccolo lì, è scioccante che abbia già quattordici anni, incredibile come il tempo sia passato in fretta, e ora mi rendo davvero conto come il concetto del tempo sia relativo. Nel mio caso, mi sembra davvero si sia bloccato, sospeso.

Va sul suo skateboard, con una t-shirt blu, almeno una taglia più grande della sua, un paio di pantaloncini di jeans e ai piedi, rigorosamente, le sue converse. Oggi indossa quelle rosse. Cuffie in testa, il modello ricorda quelle che usavo io alla sua età,  avvolte da una folta chioma di ricci rossi, sguardo assorto, postura sicura come quella di chi sa cosa sta facendo. D’altronde, andare sullo skate è sempre stato il suo passatempo preferito. La velocità, il concentrarsi per mantenere l’equilibrio, le numerose possibilità di far roteare quella tavola di legno utilizzando solamente i piedi, le acrobazie, il rischio di perdere il controllo e cadere, sono tutti elementi che so che ricerca.

Lo sento.

Lo aiutano a concentrarsi, a focalizzare e lasciare andare i pensieri, il resto, la vita attorno a lui. Quasi come se fosse trascinato in un altro mondo, ipnotizzato.

Devo ammettere che seguire con lo sguardo i movimenti che compie con lo skate nella piazza, quelle ellissi, i cerchi, le curve, i simboli dell’infinito, segnano dei loop nello spazio che hanno un non so ché di ipnotico.

Mi piace guardarlo andare sullo skate e seguire le sue traiettorie. Sicuro e deciso si muove su quella tavola di legno, a quattro ruote, come se volasse, non curante in apparenza di chi ci sia attorno a lui. In realtà, sceglie sempre questo orario perché la piazza, in settimana si svuota. Nel tardo pomeriggio la maggior parte degli altri skater rientra a casa, così l’area semivuota diventa un posto più sicuro per lui. È tanto sicuro sulla tavola quanto restio ad avvicinarsi agli altri ragazzi della sua età, avendo paura di doversi mettere a nudo e in gioco.  Sembra abbia un suo schema preciso, nonostante i pochi ragazzi presenti, fa di tutto per calcolare il percorso ed evitarli, evitare lo sguardo, il contatto visivo, fisico, umano, per restare solo, isolato nel suo mondo, al sicuro.

Lo skate è sempre stato il suo rifugio, un momento per sé, per pensare e viaggiare con la mente in altri mondi e, grazie anche alle sue inseparabili cuffie, riesce ad estraniarsi perfettamente.

Sin da piccolo ha sempre avuto una grande capacità di leggerti dentro, e di conoscere il modo di stupirti e sorprenderti.

Riconosco quella musica, riconosco ognuna di quelle note che lo avvolgono e lo trascinano altrove. “Dietro Casa” di Ludovico Einaudi. Come potrei non riconoscerla. Era una delle sue canzoni preferite, era una richiesta fissa, e la suonavo per lui, in continuazione, era il nostro legame. La musica era il nostro linguaggio.

Posso sentirla anche io la musica da qui che lo accompagna in tutto quel muoversi nella piazza.

Mi si riempie il cuore di gioia, di speranza. Da un lato.

Dall’altro mi si stringe nel petto, in una morsa e mi è difficile non provare nausea e aver voglia di piangere.

È cresciuto, non è più quel bambino che abbracciavo ogni volta che cadeva dopo un tentativo di stare in piedi sullo skate perché perdeva l’equilibrio. Ora va, sicuro di sé, senza paura.

Anche se lo conosco, so come è fatto, so che per la maggior parte del tempo indossa una maschera che, come una corazza,  lo protegge e gli permette di sentirsi sicuro, ma isolato.

In realtà, infatti, fa fatica a interagire con gli altri, si chiude molto in se stesso quasi a proteggere una parte profonda di sé, come se volesse impedire agli altri di entrarne in contatto. Come se provasse vergogna.

E mi sento in colpa per questo, so che è per colpa mia, per quello che ho fatto. Non posso trovare serenità e perdonarmi fin quando non potrò porre rimedio al mio errore.

Ricordo cosa mi diceva sempre mia madre: “La vita è si quello che ti accade, ma quello che conta davvero, è come si reagisce e come si va avanti”.

Ed è quello che ho cercato di trasmettergli o, almeno, lo avrei fatto se avessi avuto più tempo.

Penso si capiscano molte cose cercando di approcciare la vita con questa attitudine. Ti permette di soffermarti su diversi dettagli e vedere la situazione da un altro punto di vista.

Ed è stato così per me, ore mi accorgo dei piccoli dettagli.

Riesco a vedere anche questa situazione da un altro punto di vista, che prima non mi era del tutto chiaro.

Avrei voluto accorgermene prima, riuscire a cambiare l’esito delle mie scelte, tornare indietro.

Purtroppo è tardi per me, e potrebbe essere tardi anche per lui. se questa volta non completiamo il rituale.

So che non potrà esistere l’uno se sopravvivrà l’altro, e mi si spezza il cuore, ma è inevitabile e non c’è molto tempo da perdere.

Devo provarci, di nuovo, devo provare a fermarlo ed entrare in contatto con lui e fargli sentire la mia presenza. Fargli capire che anche se non può vedermi io ci sono per lui, che non è solo. Lo faccio per lui, per dargli forza. O forse, lo faccio più per me, per darmi coraggio.

Appena sarà vicino abbastanza.

Chissà come la prenderà, come riuscirà a gestire lo shock, non vorrei traumatizzarlo, ma non abbiamo molte altre scelte, a volte un piccolo sacrificio può avere un effetto benefico e devastante per molti altri.

Ecco, si sta avvicinando, ce la posso fare, concentrati, respira…tre…due…uno…

2020-10-16

Aggiornamento

Questo è il link alla mia intervista ad Interno3. Potrete conoscere un po' di più di me e del libro🤩 La trovate su Spotify, Spreaker e altre piattaforme :) https://open.spotify.com/episode/7h13imhDMPJZrqv7qX7JZI?si=EEsoeJGmRWOcXf-JkokdbA

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Alessandro Ventrice
Formato in pedagogia, educazione e recitazione, ho scritto copioni di musical, di spettacoli teatrali - per bimbi, adolescenti e adulti - e questo romanzo, una storia che mi accompagna da anni e che, in questi mesi di lockdown, ho deciso di tirare fuori dal cassetto. Ho approfittato di un momento di forzato arresto e di discontinuità nella mia vita per dedicarmi alla scrittura una volta rientrato a Torino, città che amo e in cui ho scelto di vivere dopo anni a Londra.
Sono nato a Torino nel 1984, e dopo la laurea in Educazione Professionale e la specialistica in Programmazione e Gestione dei Servizi Educativi e Formativi, grazie ad una borsa di ricerca, ho studiato gli adolescenti e la loro autostima. Appassionato di teatro e di canto, mi sono diplomato in Musical Theatre presso l’Associated Studios di Londra.
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