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Entro Natale

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Di là dal passaggio è un gruppo di palazzoni di periferia, un piccolo mondo isolato dal resto del quartiere e di tutta La Città. In quel luogo abita Federica, una bambina per la quale la scuola è un posto difficile, ostile, reso così complicato dalle sue difficoltà di lettura e scrittura che la fanno sentire diversa da tutti gli altri, ma le donano anche pensieri carichi di ironia e tenerezza.

Federica cresce e continua a studiare, nonostante tutto, sostenuta dalla sua migliore amica, dalla sua famiglia e da un prestigiatore immaginario.

E poi c’è Carlo, un amico d’infanzia che vive in una zona del quartiere decisamente migliore, che è sempre stato bravissimo a scuola, molto popolare, perfetto. Carlo e Federica, due mondi diversi e lontani, si trovano tutti i giorni seduti vicini nello spazio affollato del tram…

Valeria

Il cortile del condominio sa di polvere e ghiaia, di gas di scarico, di gatti. Si sente qua e là qualche miagolio sparso arrivare da sotto la pianta di ortensie, o forse da sotto la siepe rossastra. Un cane risponde in lontananza. Il glicine sbiadito ci guarda dal muro dei garage.

Io e Vale siamo sedute sui gradini del suo portone, guardiamo la finestra di Paolo della palazzina C.

Siamo sudate.

Alla fine ci alziamo e ci rimettiamo a provare a fare la ruota.

Valeria non sapeva fare la ruota.

Ci sono cose praticamente impossibili da dimenticare, si infilano nella tua storia. Sono come dei pezzi di pelle, dei pezzi di ossa, ti stanno dentro, addosso, attorno. Sono soprattutto le cose con cui hai iniziato a darti una spiegazione di te stessa.

Un pezzo di me, vero come un tatuaggio, vero come un mal di testa, è il fatto che Valeria non sapesse fare la ruota.

Aveva iniziato a provarci insieme a me in giardino in quell’estate tra la terza e la quarta elementare, io che ero già brava mi sentivo la sua allenatrice. Avevamo insistito ogni pomeriggio per venti giorni ma lei non c’era riuscita, non c’era stato verso. Poi era partita per il mare e quando era tornata era entusiasta. Gli occhi nocciola le luccicavano mentre mi raccontava che aveva provato e provato a farla un sacco di volte in spiaggia, mentre era in Puglia dai nonni, e finalmente c’era riuscita. L’aveva fatta anche in quel momento, sul viottolo del giardino, mentre la signora Brumini stava portando dentro i sacchetti della spesa, era atterrata stortissima.

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«Ok,» dissi «adesso ti mostro quello che hai fatto, così vedi come fai e puoi correggerti.»

«Faceva così schifo?»

«No, era meglio di prima. Riproviamoci.»

Ci provò per tutto il tempo rimanente dell’estate. Prima della scuola c’era quasi riuscita. Quasi.

La verità è che Valeria la ruota non l’ha mai fatta veramente, è sempre caduta un po’ storta, con le gambe piegate, buttando il peso troppo da un lato o troppo dall’altro.

Io avevo impiegato due giorni per imparare a farla, quasi un anno prima.

Avevo otto anni, eravamo a casa mia, era settembre o forse ottobre della terza elementare, non ricordo. Era appena iniziata la scuola e stavamo guardando insieme i campionati di ginnastica artistica. Non so nemmeno perché c’era venuto in mente di guardarli.

In realtà credo stessimo guardando un video di Cristina Aguilera in TV e provando un balletto, quando era partita la pubblicità. Allora ci eravamo messe a cambiare canale alla rinfusa, e nel cambiare canale avevamo visto quelle ragazze bellissime, con i body scintillanti, che facevano cose strabilianti, così avevamo iniziato a giocare alle ginnaste. Dopo cinque minuti eravamo già in giardino a provare a fare la ruota. Dopo due ore c’ero riuscita quasi perfettamente.

A un certo punto era passato Paolo e mi aveva gridato: «Ehi, vai bene, ma devi tenere il culo meno in fuori!».

Volevo morire per la vergogna.

Paolo all’epoca aveva tredici anni e aveva già il cellulare, a me, che di anni ne avevo otto, sembrava praticamente un divo.

Credo che uno dei motivi per cui Valeria avesse così tanta vergogna a provare a fare la ruota fosse proprio Paolo.

Ma Paolo è un discorso a parte, un discorso da fare con calma.

Il giorno seguente Valeria mi aveva ripresa con la macchina fotografica di mio fratello, la macchina fotografica intoccabile che ogni tanto gli prendevamo di nascosto, ed effettivamente tenevo il culo in fuori. Avevo riprovato a farla dritta, per raddrizzarmi del tutto ci impiegai qualche ora. Dopo due giorni sapevo fare la ruota.

Per i mesi successivi Valeria aveva provato a migliorare. Niente.

Ogni tanto si avvicinava a una buona ruota, a volte si capiva che aveva paura e allora le usciva una specie di salto di lato, un salto sghembo, fatto tenendo le mani poggiate al suolo. Ci provava solo quando era sicura che non ci fosse nessuno nei paraggi, soprattutto Paolo.

A Natale Vale si era scocciata di continuare ad allenarsi. Mentre quando arrivò di nuovo la primavera io facevo già ruote, spaccate, e mi esercitavo nel salto mortale. Mia mamma continuava a ripetere di iscrivermi a ginnastica ritmica o artistica, ma io volevo continuare rugby e arrampicata.

Per me lo sport è facile.

Per Valeria è sempre stato un incubo. Durante le medie spesso si nascondeva negli spogliatoi per tutta l’ora di ginnastica e riusciva a non farsi scoprire.

Non ho mai capito come facesse a non sapere come saltare la cavallina, come darsi la spinta con le gambe, come rispondere con il bagher. Guardare Valeria così impacciata era un’esperienza surreale, lo è anche adesso.

Tu la guardi aspettando che lei faccia una cosa, una cosa come la fanno tutti gli altri, tipo saltare, darsi una spinta con gli addominali, ruotare il busto, spostare il peso su una gamba, e invece le esce tutt’altro. Un movimento maldestro, scomposto, la brutta copia sbiadita e storta di quello che gli altri stanno facendo in quel momento.

Mamma ha sempre pensato che fosse perché è un po’ più rotonda di me, ma la nostra amica Sofia lo era sempre stata più di lei e riusciva a fare benissimo la ruota, aveva impiegato all’epoca un po’ più di me a imparare, ma c’era riuscita in fretta.

A un certo punto avevo capito che era la testa di Valeria che non riusciva a comandare al suo corpo i movimenti giusti per poggiare le mani a terra e darsi la spinta per la ruota.

Lo avevo capito mentre la guardavo provarci e riprovarci, e le ho sempre voluto un sacco di bene per quello, per quel continuo riprovarci e non riuscirci.

A furia di allenarsi, il cervello di Valeria aveva quasi capito quali erano i comandi giusti, ma per lei era stato molto faticoso. L’avevo ammirata moltissimo per la costanza che ci aveva messo. È stato bello essere amica sua, ammirarne la serenità nonostante quella grande fatica, è stato bello crescere insieme sapendo che questa sua totale mancanza di coordinazione non toglieva nulla alla sua vita, non spegneva neppure per un attimo la sua voglia di provarci, e non la rendeva meno luminosa e meno soddisfatta.

Quando io ero in prima media Valeria era in terza e capitava di incrociarsi nella palestra della scuola, soprattutto durante le giornate dello sport, e allora la guardavo. Non per deriderla né per compatirla, la guardavo per guardarla.

La cosa bella di Valeria era vederla galleggiare sulle risate dei compagni, passare indifferente tra gomitate e battutine, senza rabbia, ma con un menefreghismo così ostentato che tutti in breve tempo si stancavano di sfotterla e finivano per provare tenerezza.

I giorni in cui non le riusciva di nascondersi negli spogliatoi la vedevi sbattere contro la cavallina, scivolare dal quadro svedese, lottare con un cerchio, e poi la vedevi sorridere di un sorriso luminoso, tornare indietro con la fronte alta e un’enorme dignità, e riprovarci e riprovarci ancora. Io sarei morta di rabbia, di umiliazione, avrei preso a calci gli attrezzi della palestra, lei si alzava e continuava. Camminava lentamente verso la cavallina, verso le parallele, passava davanti ai ragazzi sistemandosi la maglietta sul seno sodo e sbirciandoli mentre la guardavano. Riusciva perfino a trasformare quella sua imbranataggine in seduzione.

Come facesse è un mistero.

Solo con Paolo non l’aveva mai fatto. È più facile essere maliziosa con quelli che non ti hanno vista in calzoncini corti sulle scale del condominio da piccola. Con Paolo era diversa.

Valeria è ancora così. Valeria si alza e continua.

Mi manca da quando ha cambiato casa, mi manca un sacco. È stata il mio punto di riferimento nei momenti difficili. Quando non ce la facevo, c’era lei ed era come una colata di miele sul pane del mattino.

Se non ci fosse stato Internet credo che sarei morta di tristezza a causa della sua mancanza. Invece ci sentiamo tutti i giorni. Ci mandiamo ancora dei messaggi sciocchi come se fossimo ragazzine, lo facciamo quasi tutte le sere prima di andare a dormire. Ogni tanto anche lui, quasi addormentato sul cuscino a fianco, sente i bip-bip dei messaggi di Valeria e sorride bisbigliandomi la solita domanda: «È Vale, vero?».

Lei sa tante cose di me, quasi tutte. Quasi.

Valeria ha una forza di volontà incredibile, superiore a tutte le persone che conosco.

Il fatto che Valeria sia sempre stata così scarsa in ginnastica e così in pace mi ha salvata. Davvero. Ha smussato la mia invidia per tutti quelli che mi sembravano migliori o più fortunati.

Valeria è una vera amica.

Valeria è simpatica.

Valeria legge benissimo.

Valeria non si è mai creata problemi per questa sua difficoltà, o se li aveva non li dava a vedere. Bravissima. Sempre bravissima a scuola, bravissima come amica.

C’è stata un’unica volta, molto tempo fa, in cui abbiamo litigato furiosamente, in modo davvero selvaggio. È stato quando anche lei si era messa a spettegolare su Daniele e Carlo, non ero riuscita a tollerarlo.

Per il resto rimarrà sempre la sorella che non ho mai avuto, ma che la vita mi ha regalato collocandola solo qualche portone più in là, dentro lo stesso complesso di palazzi.

Entro Natale

“Entro Natale leggono tutti. Non importa il metodo utilizzato.” Questa frase i genitori se la ripetevano fuori da scuola ogni giorno.

Le mamme della prima A parlavano con le mamme della prima B, e della prima C, e di tutto l’alfabeto della scuola, e dicevano cose come: «Voi avete Caterina, vero? So che Caterina è bravissima, ma è un po’ all’antica. Noi invece abbiamo il maestro Paolo, lui usa il metodo globale, è un metodo nuovo che…».

«Oh, comunque non importa il metodo utilizzato. Sai come si dice? Entro Natale leggono tutti!»

In prima elementare i bambini solitamente imparano a leggere entro Natale. Tranne me.

Tutti pensavano che io non avessi capito come si leggeva, ma questo non era vero.

Io avevo capito benissimo che al segno M corrispondeva il suono mmmm, l’avevo capito fin da subito, così come per tutte le altre lettere. La cosa non sarebbe stata neppure così difficile se io avessi saputo con certezza che quella che stavo ascoltando, o pensando, in quel momento era davvero una M. Ecco qual era il punto. Era un lavoro lunghissimo, anche quando conoscevo tutti i suoni e tutti i segni, era una cosa davvero complicata formare le parole.

Per me leggere era come dover decodificare una stele arcaica ogni volta.

In prima tutti avevano imparato a leggere entro Natale, tranne me e Hassan.

Hassan era arrivato in Italia da quattro mesi e aveva genitori che non capivano assolutamente nulla di italiano, io invece ci vivevo dalla nascita e mia madre faceva l’educatrice in un nido comunale, mentre papà lavorava in un ufficio postale.

Dopo il primo colloquio con le maestre la mamma era arrabbiata e preoccupata. Più preoccupata che arrabbiata.

«È piccola ancora,» continuava a ripetere a papà «i bambini hanno tutti tempi diversi.»

Me la ricordo chiaramente quella sensazione di confusione e tristezza, quando non capisci, quando il mondo ti rimbalza davanti in righe e non sai cosa devi farci con quelle righe. Gli altri si aspettano che tu qualcosa ci faccia, ma non ti è affatto chiaro cosa devi farci.

Comprendi a malapena i segni, fai fatica a far diventare veloce e automatico un processo che tutti gli altri sembrano invece cavalcare, per loro è una cosa automatica come ingoiare o respirare.

Insomma, per tutti leggere era una cosa che accadeva, che si formava, che si determinava in loro, prima erano incerti e poi sempre più spediti. Io invece no. Non capivo, non ce la facevo, finivo col sentirmi nervosa, accaldata, con la testa fumante e piena di rancore. Volevo scappare da quei posti dove mi chiedevano di fare quella cosa, quella cosa difficilissima.

Di scrivere poi non ne parliamo. Le righe erano storte, stortissime, partivo dritta, poi mi arrampicavo salendo quasi fino al rigo superiore e arrivata verso il bordo destro della pagina riscendevo. Ogni mio tentativo di scrittura finiva per somigliare a una smorfia triste. Una smorfia triste con un sacco di lettere sbagliate, capovolte. Soprattutto i dettati erano un disastro.

Alla fine della prima i miei genitori decisero di portarmi da un servizio specialistico. Adesso lo so che erano delle preoccupazioni giuste, ma allora era una sorta di tristezza mista a noia che mi teneva inchiodata per interi pomeriggi. Stavo lì immobile, con il libro sulla scrivania, senza sapere bene cosa farci, fissavo la parete gialla della mia stanza e le venature dell’armadio, giocherellavo coi fogli, ma a leggere proprio non riuscivo.

Nel servizio pubblico le code erano lunghissime e la mamma era molto preoccupata. La sentivo parlare con papà e si capiva che era triste, io mi sforzavo, ma era tutto così difficile. La lista d’attesa sembrava non scorrere mai, avevo sempre un sacco di gente davanti. Mamma continuava a chiamare tutte le settimane, ma eravamo sempre a un punto morto. Non che io avessi così voglia di occuparmi di quella cosa, ero solo triste e confusa perché non riuscivo a leggere come gli altri.

Decisero di portarmi da una persona che si occupava privatamente di bambini come me.

Ricordo il viaggio in macchina, la cintura di sicurezza si era inceppata e papà aveva impiegato qualche minuto per sistemarla, i vetri della macchina erano sporchi. Io volevo ascoltare la musica, ma mamma non ne aveva voglia. Non voleva mai ascoltare la musica quando era nervosa.

La psicologa era una tipa strana, aveva i capelli lunghi, uno scialle e delle collane di lana cotta a pallini colorati. Non saprei dire quanti anni avesse, quando ero piccola i grandi erano, per me, tutti indistintamente grandi.

Sorrideva un sacco, a volte mi sembrava mi prendesse in giro, mi sembrava prendesse in giro anche mamma e papà. Era una tipa così, sembrava canzonare la vita.

«Ma perché ride sempre?» chiesi a papà una volta.

«Forse perché è un’ottimista.»

«Che vuol dire ottimista?»

«Una persona che pensa che le cose vadano bene.»

«Ah. Mi piace.»

Ignut

Ignut aveva un cappello a cilindro.

Si pronuncia “Ig-nut”, come in inglese. Non “Ignut” come “gnomo”, ma “g-n” come “magma”, anche se “magma” ha la M, insomma avete capito.

Ignut era arrivato anche lui alla fine della seconda elementare, insieme alle visite, ai test e ai controlli. Lo vedevo fuori dalla finestra della scuola e lo immaginavo fare delle cose in giardino. Lo vedevo seduto sotto il cesto della pallacanestro mentre giocavamo durante l’intervallo, o sui panettoni di ghisa fuori dal cancello.

Non è che lo vedessi davvero, sapevo che non esisteva, però a volte era confortante pensare di comunicare telepaticamente con lui, soprattutto quando in classe non capivo nulla di ciò che la maestra stava scrivendo alla lavagna. In quei momenti parlavo con lui.

Ero stata al circo qualche mese prima ed era stata un’esperienza veramente brutta. Non mi erano piaciuti gli animali costretti a saltare, i clown mi avevano fatto un sacco di paura. Il circo puzzava e dentro faceva caldo, poi per un attimo avevo perso la mano di papà mentre entravamo e questo mi aveva spaventata a morte. L’unica cosa che mi aveva fatto sorridere era stato il prestigiatore.

Anzi, il prestigiatore mi aveva proprio risollevato il morale. Era bravissimo, aveva un sacco di strumenti colorati. Faceva sparire i fazzoletti nel palmo della mano, indovinava le carte, un vero prestigiatore. Mi piacque così tanto che mi fece sopportare il circo, la puzza, i poveri elefanti costretti a sollevare una zampa a comando.

Fu così che ogni tanto iniziai a pensare che il mio personale eroe, il mio appiglio magico, avrebbe dovuto essere un prestigiatore. Uno straordinario prestigiatore.

La mia vicina di casa mi aveva regalato un libro per bambini scritto in rumeno, non so perché me lo avesse regalato. Era un libro dei suoi bambini, di quando erano piccoli. Il protagonista di quel libro colorato si chiamava Ionut. Io non confondo mai le vocali con le consonanti e sono certa di non averlo fatto neppure in prima elementare, eppure quella volta accadde. L’unica cosa che posso dire a mia discolpa è che le O di quel libro erano stranissime: non erano completamente chiuse, ma erano dei cerchietti che restavano un po’ aperti, con un ricciolo all’interno e potevano somigliare vagamente a delle G. Così iniziai a chiamarlo “Il libro di Ig-nut”.

Quella di Ignut era la storia di un personaggio che non dovevo sforzarmi di leggere, perché era scritta in una lingua straniera. Ero libera di inventarmi qualsiasi cosa su quelle pagine.

Fu così che in seconda elementare iniziai a inventarmi Ignut, a scuola, a casa, in giardino, sul pulmino.

Quando arrivava Paolo ed ero in imbarazzo, immaginavo Ignut. Quando vedevo Carlo invocavo Ignut con tutta la mia forza.

2021-01-11

Aggiornamento

In vetrina!!! Che emozione! Cartolibreria Giardina, Licata.
2020-12-26

Aggiornamento

Il giornale online QUI LICATA ha raccontato la mia avventura editoriale. Grazie! http://www.quilicata.it/entro-natale-pubblicato-il-romanzo-della-licatese-sara-alaimo-lei-ce-lo-racconta-con-un-video/
09 febbraio 2020

Aggiornamento

Grazie Micaela!
03 febbraio 2020

Aggiornamento

Grazie a Eleonora
29 gennaio 2020

Aggiornamento

Grazie Ada!
22 gennaio 2020

Aggiornamento

19 gennaio 2020

Aggiornamento

Dal blog di Sonia Bertinat
16 gennaio 2020

Aggiornamento

All'inizio i giorni che scorrevano mi mettevano inquietudine, adesso vedo bene, accanto al numero dei giorni, il contatore delle percentuali che mi rassicura e sento l'affetto e l'apprezzamento di tanti. E' vero, mi importa vendere queste copie, ma soprattutto mi interessa riuscire a dare emozioni, perchè questo è ciò che desidero quando scrivo. Sempre grazie.
21 dicembre 2019

Aggiornamento

Cosa ne pensa Paola Carrara
22 dicembre 2019

Aggiornamento

Il parere di Cristian Stradiotto
28 dicembre 2019

Aggiornamento

Il parere di Anna Zinerco. Grazie
27 dicembre 2019

Aggiornamento

Carissimi, Vi ringrazio tutti per la partecipazione. È bello sentire la vicinanza e la fiducia di tutti voi. In due settimane abbiamo raggiunto il 52% dei numeri richiesti per il goal. Grazie a tutti.  Sara
20 dicembre 2019

Aggiornamento

Come dice Pennac, "il tempo per la lettura è tempo rubato". Grazie a tutti i ladri di tempo che mi stanno aiutando in questa impresa. Sara

Commenti

  1. infomailist

    (proprietario verificato)

    In “Entro Natale” l’evoluzione dei personaggi è accompagnata da una profonda analisi psicologica che consente al lettore di immedesimarsi in pieno.
    Un viaggio nelle periferie di pasoliniana memoria in cui vengono marcati i disagi di chi vive “di là”.
    Una lettura leggera e ben scritta dall’autrice. Consiglio vivamente “Entro Natale”.

  2. Sara Alaimo

    Grazie a tutti per il sostegno. Vi auguro un sereno 2020, pieno di belle letture.
    Sara

  3. Sara Alaimo

    Grazie a tutti,
    In sole due settimane abbiamo raggiunto il 52% dei numeri richiesti per raggiungere il goal.
    GRAZIE

  4. Sara Alaimo

    Carissimi,
    vi ringrazio moltissimo per la fiducia che mi state dando e per gli apprezzamenti che state esprimendo. So bene che, come dice Pennac, il tempo per la lettura è sempre tempo rubato. Grazie a tutti i ladri di tempo.
    Sara

  5. (proprietario verificato)

    Spero di poterlo leggere presto!

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Sara Alaimo
è nata a Licata, in Sicilia, dove ha vissuto fino ai venticinque anni, laureandosi in Psicologia all’università di Palermo, si è successivamente trasferita a Milano dove ha prima conseguito la specializzazione in Psicologia del Ciclo di Vita e successivamente quella in Psicoterapia Cognitiva. Lombarda di adozione, vive in Brianza e lavora da molti anni in un servizio pubblico in provincia di Bergamo, occupandosi prevalentemente di giovani adulti. Entro Natale è il suo romanzo d’esordio.
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