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Entro Natale

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Consegna prevista Settembre 2020
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Di là dal passaggio è un gruppo di palazzoni di periferia, un piccolo mondo isolato dal resto del quartiere e di tutta La Città. In quel luogo abita Federica, una bambina per la quale la scuola è un posto difficile, ostile, reso così complicato dalle sue difficoltà di lettura e scrittura che la fanno sentire diversa da tutti gli altri, ma le donano anche pensieri carichi di ironia e tenerezza.
Federica continuerà a studiare nonostante tutto, sostenuta nei momenti di maggiore difficoltà dalla sua migliore amica, dalla famiglia e da un prestigiatore immaginario.
Durante il primo anno di università incontra tutti i giorni, sul tram del mattino, Carlo, un vecchio amico d’infanzia che ha sempre vissuto in una zona del quartiere decisamente migliore e che è sempre stato bravissimo a scuola e molto popolare.
Carlo e Federica sono due mondi diversi e lontanissimi che si ritrovano seduti uno accanto all’altra nello spazio affollato del tram.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per stanchezza. Ero stanca di vedere sottovalutata una generazione di ragazzi, di giovani uomini e giovani donne. Ho provato a fotografarli dalla prospettiva in cui li vedo io: profondi, combattivi, appassionati, privi di pregiudizi. Li vedo robusti, nonostante le loro paure, nonostante le loro insicurezze. La cosa più strana è che pur avendoli inventati io, questi personaggi, talvolta mi sembra di incontrarli davvero sui tram.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Valeria.

Il cortile del condominio sa di polvere e ghiaia, di gas di scarico, di gatti. Si sente qua e là qualche miagolio sparso arrivare da sotto la pianta di ortensie o forse da sotto la siepe rossastra. Un cane risponde in lontananza. Il glicine sbiadito ci guarda dal muro dei garage.

Io e Vale siamo sedute sui gradini del suo portone, guardiamo la finestra di Paolo della palazzina C.

Siamo sudate.

Poi ci alziamo e ci rimettiamo a provare a fare la ruota.

Valeria non sapeva fare la ruota. 

Ci sono cose praticamente impossibili da dimenticare, si infilano nella tua storia. Sono come dei pezzi di pelle, dei pezzi di ossa, ti stanno dentro, addosso, attorno; sono soprattutto le cose con cui hai iniziato a darti una spiegazione di te stessa.

Un pezzo di me, vero come un tatuaggio, vero come un mal di testa, è il fatto che Valeria non sapesse fare la ruota.
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Aveva iniziato a provarci insieme a me in giardino nell’estate tra la terza e la quarta elementare, io che ero già brava mi sentivo la sua allenatrice. Abbiamo insistito ogni pomeriggio per venti giorni ma lei non c’è riuscita, non c’è stato verso. Poi è partita per il mare e quando è tornata era entusiasta. Gli occhi nocciola le luccicavano mentre mi raccontava che aveva provato e provato a farla un sacco di volte in spiaggia, mentre era in Puglia dai nonni, e finalmente c’era riuscita. Allora l’ha fatta sul viottolo del giardino, mentre la signora Brumini stava portando dentro i sacchi della spesa, è atterrata stortissima.

– Ok – ho detto – adesso ti mostro quello che hai fatto, così vedi come fai e puoi correggerti.

– Faceva così schifo?

– No, era meglio di prima. Riproviamoci.

Ci provò per tutto il tempo rimanente dell’estate. Prima della scuola c’era quasi riuscita. Quasi. 

La verità è che Valeria la ruota non l’ha mai fatta veramente, è sempre caduta un po’ storta, con le gambe piegate, buttando il peso troppo da un lato o troppo dall’altro.

Io ho impiegato due giorni per imparare a farla, quasi un anno prima ormai.

Avevamo otto anni, eravamo a casa mia, era settembre o forse ottobre della terza elementare, non mi ricordo. Era appena iniziata la scuola e stavamo guardando i campionati di ginnastica artistica. Non so nemmeno perché c’era venuto in mente di guardarli.

In realtà mi pare stessimo guardando un video di Cristina Aguilera alla TV e provando un balletto, poi è partita la pubblicità e allora ci siamo messe a cambiare canale alla rinfusa, e mentre cambiavamo canale abbiamo visto queste ragazze bellissime, con dei body scintillanti, che facevano della cose strabilianti, allora ci siamo messe a giocare alle ginnaste. Dopo cinque minuti eravamo già in giardino a provare a fare la ruota. Due ore dopo c’ero riuscita quasi perfettamente. 

A un certo punto è passato Paolo e mi ha gridato: 

– Ehi, vai bene ma devi tenere il culo meno in fuori!

Volevo morire per la vergogna. 

Paolo all’epoca aveva tredici anni e aveva già il cellulare, a me che di anni ne avevo otto sembrava praticamente quasi un divo.

Credo che uno dei motivi per cui Valeria avesse così tanta vergogna a provare a fare la ruota fosse proprio Paolo.

Ma Paolo è un discorso a parte, un discorso da fare con calma.

Il giorno seguente Valeria mi ha ripreso con la macchina fotografica sacra di mio fratello, la macchina intoccabile che ogni tanto gli prendevamo di nascosto, e effettivamente tenevo il culo in fuori. Allora ho provato a farla dritta, per raddrizzarmi ci ho impiegato qualche ora. Sapevo fare la ruota dopo due giorni.

Per i mesi successivi Valeria ha provato a migliorarsi. Niente. Ogni tanto si avvicinava a una buona ruota, a volte si capiva che aveva paura e allora le usciva una specie di salto di lato, un salto sghembo, fatto tenendo le mani poggiate al suolo. Ci provava solo quando era sicura che non ci fosse nessuno nei paraggi, soprattutto Paolo. 

A Natale si era scocciata di continuare ad allenarsi e siamo arrivate di nuovo alla primavera, mentre io facevo già ruote, spaccate, una capovolta quasi a mezz’aria. Mia mamma continuava a dirmi di iscrivermi a ginnastica ritmica o artistica, ma io volevo continuare rugby e arrampicata.

Per me lo sport è facile.

Per Valeria è sempre stato un incubo. Durante le medie spesso si nascondeva negli spogliatoi per tutta l’ora di ginnastica e riusciva a non farsi scoprire. 

Non ho mai capito come facesse a non comprendere come saltare la cavallina, come darsi la spinta con le gambe, come rispondere con il bagher. Guardare Valeria così impacciata era un’esperienza surreale, lo è anche adesso. 

Cioè, tu la guardi aspettando che lei faccia una cosa, una cosa come la fanno gli altri, tipo saltare, darsi una spinta con gli addominali, ruotare il busto, spostare il peso su una gamba, e invece le esce tutt’altro. Un movimento maldestro, scomposto, la brutta copia sbiadita e storta di quello che tutti gli altri stanno facendo in quel momento. 

Mamma ha sempre pensato che fosse perché è un po’ più rotonda di me, ma la nostra amica Sofia lo è sempre stata più di lei e riusciva a fare benissimo la ruota, ha impiegato all’epoca un po’ più di me a imparare ma c’è riuscita in fretta.

A un certo punto ho capito che è la testa di Valeria che non riesce a comandare al suo corpo i movimenti giusti per poggiare le mani a terra e darsi la spinta per la ruota. Lo capivo mentre la guardavo provarci e riprovarci e le ho voluto sempre un sacco di bene per quello, per quel continuo riprovarci e non riuscirci. 

A furia di allenarsi, il cervello di Valeria ha quasi capito quali sono i comandi ma per lei è stato molto faticoso, l’ho ammirata moltissimo per la costanza che c’ha messo. Ma è stato bello essere amica sua, ammirarne la serenità nonostante questa grande fatica, è stato bello crescere insieme sapendo che questa sua totale mancanza di coordinamento non toglieva nulla alla sua vita, non spegneva neppure per un attimo la sua voglia di provarci e non la rendeva meno luminosa e meno soddisfatta.

Quando io ero in prima media Valeria era in terza e capitava di incrociarci nella palestra della scuola, soprattutto durante le giornate dello sport e allora la guardavo. Non per deriderla né per compatirla, la guardavo per guardarla.

La cosa bella di Valeria era vederla galleggiare sulle risate dei compagni, passare indifferente tra gomitate e battutine, senza rabbia, ma con un menefreghismo così ostentato che tutti in breve tempo si stancavano di sfotterla e finivano per provare tenerezza. 

I giorni in cui non le riusciva di nascondersi negli spogliatoi, la vedevi sbattere contro la cavallina, scivolare dal quadro svedese, lottare con un cerchio, e poi la vedevi sorridere di un sorriso luminoso. Tornare indietro con la fronte alta e una enorme dignità e riprovarci e riprovarci. Io sarei morta di rabbia, di umiliazione, avrei preso a calci gli attrezzi della palestra, lei si alzava e continuava. Camminava lentamente verso la cavallina, verso le parallele, passava davanti ai ragazzi sistemandosi la maglietta sul seno sodo e sbirciandoli mentre la guardavano. Riusciva perfino a trasformare quella sua imbranataggine in seduzione. Come facesse è un mistero. Solo con Paolo non l’ha mai fatto. È più facile essere maliziosa con quelli che non ti hanno vista in brachette corte sulle scale del condominio da piccola, con Paolo era diversa. 

Valeria è ancora così. Valeria si alza e continua.

Mi manca da quando ha cambiato casa, mi manca un sacco. È stata il mio punto di riferimento nei momenti difficili. Quando non ce la facevo, c’era lei ed era come una colata di miele sul pane del mattino.

Se non ci fosse stato internet credo che sarei morta di tristezza a causa della mancanza di Valeria. Invece ci sentiamo tutti i giorni. Ci mandiamo ancora dei messaggi sciocchi come se fossimo ragazzine, lo facciamo quasi tutte le sere prima di andare a dormire. Ogni tanto anche lui sul cuscino a fianco, quasi addormentato, sente i bip bip dei messaggi di Valeria e sorride bisbigliandomi la solita domanda: “È Vale vero?”.

Lei sa tante cose di me, quasi tutte. Quasi.

Valeria ha una forza di volontà incredibile, superiore a tutte le persone che conosco.

Il fatto che Valeria sia sempre stata così scarsa in ginnastica e così in pace mi ha salvata. Salvata. Ha smussato la mia invidia per tutti quelli che mi sembravano migliori o più fortunati.

Valeria è una vera amica.

Valeria è simpatica.

Valeria legge benissimo.

Valeria non si è mai creata problemi per questa sua difficoltà o se se li creava non li dava a vedere. Bravissima, bravissima, sempre bravissima a scuola, bravissima come amica. C’è stata un’unica volta in cui abbiamo litigato furiosamente, selvaggiamente, molto tempo fa, è stato quando anche lei si è messa a spettegolare sulla cosa di Daniele e Carlo. Quella volta non sono riuscita a tollerarlo. Per il resto rimarrà sempre la sorella che non ho mai avuto, ma che la vita mi ha regalato collocandola solo due scale più in là dentro il mio condominio.

Entro Natale.

“Entro Natale leggono tutti. Non importa il metodo utilizzato”.

Questa frase i genitori se la ripetono fuori da scuola ogni giorno. Le mamme della prima A parlano con le mamme della prima B e della prima C e di tutto l’alfabeto della scuola e dicono cose come “Voi avete Caterina, vero? So che Caterina è bravissima ma è un po’ all’antica. Noi invece abbiamo il maestro Paolo, lui usa il metodo globale, è un metodo nuovo che…”

“Oh, comunque non importa il metodo utilizzato, sai come si dice? Entro Natale leggono tutti!”.

In prima elementare i bambini solitamente imparano a leggere entro Natale.

Tranne io.

Tutti pensano che io non abbia capito come si legge ma questo non è vero.

Io ho capito benissimo che al segno M corrisponde il suono mmmm, l’ho capito fin da subito, così come per tutte le altre lettere, la cosa non sarebbe neppure così difficile se io sapessi con certezza che quella che sto ascoltando in quel momento è davvero una M. Ecco qual è il punto. È un lavoro lunghissimo, anche quando conosci tutti i suoni e tutti i segni, è una cosa davvero complicata formare le parole.

Per me leggere è come dover decodificare una stele arcaica ogni volta. 

In prima tutti avevano imparato a leggere entro Natale, tranne me e Hassan.

Hassan era arrivato in Italia da quattro mesi e aveva genitori che non capivano assolutamente nulla di italiano, io invece ci vivevo dalla nascita e mia madre faceva l’educatrice in un nido comunale mentre papà lavorava in un ufficio postale.

Dopo il primo colloquio con le maestre la mamma era arrabbiata e preoccupata. Più preoccupata che arrabbiata.

“È piccola ancora” continuava a ripetere a papà, “i bambini hanno tutti tempi diversi”.

Me la ricordo chiaramente quella sensazione di confusione e tristezza, quando non capisci, quando il mondo ti rimbalza davanti in righe e non sai cosa devi farci con quelle righe. Gli altri si aspettano che tu qualcosa ci faccia, ma non ti è affatto chiaro cosa devi farci.

Comprendi a malapena i segni, fai fatica a far diventare veloce e automatico un processo che tutti gli altri sembrano invece cavalcare, per loro è una cosa automatica come ingoiare o respirare. Insomma per tutti leggere è una cosa che accade, che si forma, che si determina in loro, prima sono incerti e poi sempre più spediti. Io invece no. Non capivo, non ce la facevo, finivo col sentirmi nervosa, accaldata, con la testa fumante e piena di rancore. Volevo scappare da quei posti dove mi chiedevano di fare quella cosa, quella cosa difficilissima.

Di scrivere poi non ne parliamo. Le righe erano storte, stortissime, partivo dritta, poi mi arrampicavo salendo quasi fino al rigo superiore e arrivata verso il bordo destro della pagina riscendevo, ogni mio tentativo di scrittura finiva per somigliare ad una smorfia triste. Una smorfia triste con un sacco di lettere sbagliate, capovolte. I dettati soprattutto erano un disastro.

Alla fine della prima i miei genitori decisero di portarmi in un servizio specialistico. Cioè, adesso lo so che erano delle preoccupazioni giuste, ma prima era una sorta di tristezza mista a noia che mi teneva inchiodata per interi pomeriggi. Stavo lì immobile, con il libro sulla scrivania, senza sapere bene cosa farci.

Nel servizio pubblico le code erano lunghissime e la mamma era molto preoccupata. La sentivo parlare con papà e si capiva che era triste, e io mi sforzavo ma davvero era tutto così difficile per me. 

La lista d’attesa del servizio pubblico sembrava non scorrere mai, avevo sempre un sacco di gente davanti a me. Mamma continuava a chiamare tutte le settimane ma eravamo sempre a un punto morto. Non che io avessi così voglia di occuparmi di quella cosa, ero solo triste e confusa per non riuscire a leggere come gli altri.

Decisero di portarmi da una persona che si occupava privatamente di bambini come me.

Ricordo il viaggio in macchina, la cintura di sicurezza si era inceppata e papà aveva impiegato qualche minuto per sistemarla, i vetri della macchina erano sporchi. Io volevo ascoltare la musica ma mamma non ne aveva voglia. Non vuole mai ascoltare la musica quando è nervosa.

La psicologa era una tipa strana, aveva i capelli lunghi,  uno scialle e delle collane di lana cotta a pallini colorati. Non saprei dire quanti anni avesse, quando ero piccola i grandi erano, per me, tutti indistintamente grandi.

Sorrideva un sacco, a volte mi sembrava mi prendesse in giro, mi sembrava prendesse in giro anche mamma e papà. Era una tipa così, sembrava canzonare la vita.

– Ma perché ride sempre? – chiesi a papà una volta.

– Forse perché è un’ottimista.

– Che vuol dire ottimista?

– Una persona che pensa che le cose vadano bene.

– Ah. Mi piace.

09 febbraio 2020

Aggiornamento

Grazie Micaela!
03 febbraio 2020

Aggiornamento

Grazie a Eleonora
29 gennaio 2020

Aggiornamento

Grazie Ada!
22 gennaio 2020

Aggiornamento

19 gennaio 2020

Aggiornamento

Dal blog di Sonia Bertinat
16 gennaio 2020

Aggiornamento

All'inizio i giorni che scorrevano mi mettevano inquietudine, adesso vedo bene, accanto al numero dei giorni, il contatore delle percentuali che mi rassicura e sento l'affetto e l'apprezzamento di tanti. E' vero, mi importa vendere queste copie, ma soprattutto mi interessa riuscire a dare emozioni, perchè questo è ciò che desidero quando scrivo. Sempre grazie.
21 dicembre 2019

Aggiornamento

Cosa ne pensa Paola Carrara
22 dicembre 2019

Aggiornamento

Il parere di Cristian Stradiotto
28 dicembre 2019

Aggiornamento

Il parere di Anna Zinerco. Grazie
27 dicembre 2019

Aggiornamento

Carissimi, Vi ringrazio tutti per la partecipazione. È bello sentire la vicinanza e la fiducia di tutti voi. In due settimane abbiamo raggiunto il 52% dei numeri richiesti per il goal. Grazie a tutti.  Sara
20 dicembre 2019

Aggiornamento

Come dice Pennac, "il tempo per la lettura è tempo rubato". Grazie a tutti i ladri di tempo che mi stanno aiutando in questa impresa. Sara

Commenti

  1. Sara Alaimo

    Grazie a tutti per il sostegno. Vi auguro un sereno 2020, pieno di belle letture.
    Sara

  2. Sara Alaimo

    Grazie a tutti,
    In sole due settimane abbiamo raggiunto il 52% dei numeri richiesti per raggiungere il goal.
    GRAZIE

  3. Sara Alaimo

    Carissimi,
    vi ringrazio moltissimo per la fiducia che mi state dando e per gli apprezzamenti che state esprimendo. So bene che, come dice Pennac, il tempo per la lettura è sempre tempo rubato. Grazie a tutti i ladri di tempo.
    Sara

  4. (proprietario verificato)

    Spero di poterlo leggere presto!

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Sara Alaimo
Sara Alaimo ha 46 anni e vive in Brianza, è nata a Licata, in Sicilia, un luogo per il quale prova sempre un'intensa nostalgia. È arrivata in Lombardia nel 1999, dopo essersi laureata in Psicologia a Palermo, qui ha frequentato la scuola di specializzazione Psicologia del Ciclo di Vita presso l'Università di Milano Bicocca; da dodici anni lavora come psicologa e psicoterapeuta in provincia di Bergamo, presso un Dipartimento di Salute Mentale dove si occupa prevalentemente di giovani adulti. Ha un marito veneto, un figlio lombardo e un gatto rosso. Ha sempre amato la scrittura, dedicandosi soprattutto a brevi racconti o poesie che condivide con la sua cerchia di amici. Questa volta ha deciso di provare a scrivere un romanzo.
Ha una grande fiducia nel potere curativo della scrittura, una quota dei proventi del libro verranno destinati a un laboratorio di scrittura per i pazienti.
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