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Consegna prevista Settembre 2020
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La vita di Antonio Bruni scorre tra le pareti di casa, che hanno il compito di difendere il mondo dai suoi cattivi sentimenti. Un accordo raggiunto dopo la perdita di Joe, il suo amato cane. Gli fanno compagnia un dolore sordo e la voce assediante di suo padre, fino a quando la forza gentile della vita si insinua nella sua solitudine e lo conduce verso regioni inattese. 

Antonio non può resistere, non vuole resistere, non più, e compie un atto di fede, che lo riporta al fluire della vita. 

Intanto, un altro arco temporale si avvicina all’esistenza di Antonio. Quello più temuto. Quello della sua famiglia. Lo insegue fino a stanarlo e lo ghermisce in una morsa, da cui può liberarsi. 

Oppure no. Ora la sua vita è finalmente nelle sue mani e solo lui può decidere verso quale direzione andare. 

Perché ho scritto questo libro?

La storia di Antonio Bruni è nata lo scorso anno, mentre scrivevo racconti femminili ambientati nel passato remoto. Ero stata catturata dall’immagine di una donna che, dopo tanto tempo, usciva da casa, ma la storia non procedeva e così è stato fino a quando si è affacciata l’immagine di un uomo e l’ho accolta. Antonio ha raccontato la sua esistenza, condita soprattutto di paure, fragilità e rabbia, ma anche di un amore sconfinato per Joe, il suo cane. E si è aggiunta Rosa Mattei.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Alla data del 17 febbraio 2017 erano trecentosessantatre giorni che non usciva da casa. Non era stata una decisione presa a tavolino, semplicemente non era più uscito. Da tempo aveva preso l’abitudine di vivere online; spesa, bollette, condominio, tutto veniva pagato così. Svolgeva il suo lavoro da casa e lo inviava con la posta elettronica da quando l’azienda si era trasferita in un’area più piccola per ridurre le spese generali. Come altri, aveva colto al volo quella opportunità; significava meno spese, pasti fatti a casa, mai più problemi di vestiario, camicie e pantaloni da portare in tintoria, barba da fare tutte le mattine, colleghi tollerati sempre meno. Insomma, finalmente un po’ di pace. 

Il 17 febbraio dell’anno precedente, Joe morì sul divano, vicino a lui. Morì di vecchiaia, dopo un’esistenza passata insieme tra casa e passeggiate, in città, in montagna, qualche volta anche al mare. Morì sereno, lo coprì con una coperta e chiamò il veterinario. Lo portò in un posto fuori città per la cremazione e, quando dovette lasciarlo, si maledì per non aver mai pensato di andare a vivere in campagna. Se l’avesse fatto, avrebbe avuto un giardino, un terreno dove poterlo seppellire; invece no, doveva farlo cremare. Unica consolazione, portare a casa le sue ceneri. Sistemò la bella cassettina di legno sul comodino e per quel giorno non lavorò.

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Joe era l’unico motivo per cui, durante la settimana, usciva da casa regolarmente, quattro volte al giorno. Nei tre giorni seguenti la sua morte, dopo i pasti andava a prendere il guinzaglio per la passeggiata, controllava di avere il necessario per preparargli la pappa, lo cercava per casa, lo chiamava. Dov’era finito l’unico essere vivente che lo avesse mai veramente amato, con cui parlava sapendo di essere capito? Con Joe era sempre stato facile parlare di tutto, di quello che succedeva al lavoro, dei suoi genitori, di suo fratello, dei vicini di casa, del prezzo sempre più alto della verdura. Persino quando l’azienda aveva attraversato un periodo di crisi, sventolando la cassa integrazione come possibilità da non escludersi, Joe aveva ascoltato e capito. Cosa gli rimaneva? Chi? Pensava con orrore alle persone che incontrava durante le passeggiate con Joe, che sicuramente avrebbe incontrato ancora e gli avrebbero chiesto di lui. Non poteva tollerare l’idea di dare spiegazioni, di sentire le solite frasi trite e ritrite, che aveva detto anche lui chissà quante volte, ‘Eh quando è così meglio andarsene’… ‘È proprio un peccato che vivano così poco’… ‘Ne prenderà un altro?’ No, non poteva tollerarlo. Non poteva tollerare di vedere altre coppie camminare per le stesse strade che lo avevano visto con lui ed erano tante.

Quando il pane finì e si pose il problema di andare alla panetteria poco lontano da casa, ci pensò un po’. Decise di restare senza e quando ordinò la spesa al supermercato, incluse anche quello. Non era proprio la stessa cosa, il sapore, la consistenza erano ben diversi, ma si abituò presto. Non sei proprio buono a far niente! La voce di suo padre. Finché Joe era vivo, ogni volta che la sentiva si metteva a giocare con lui e quella spariva nell’ombra da cui era tornata per tormentarlo. Dopo la morte di Joe aveva provato a sentire Chopin con le cuffie e per un po’ aveva funzionato, solo per un po’. La voce aveva trovato il modo di inserirsi anche attraverso quella barriera. A quel punto si era arreso all’inevitabile, l’avrebbe sentita ancora fino a quando la vita non lo avesse richiamato a sé. E va bene, parla, tanto da dove sei non potrai più farmi male.

Dalle finestre guardava il traffico che non l’avrebbe più avvelenato, la gente che non l’avrebbe più importunato con domande sciocche, saluti inutili e si sentiva bene. L’unica compagnia era la sua grandissima nostalgia per Joe, che provava a dribblare parlando davanti alla cassettina. Durante la giornata la portava con sé, in cucina, nello studio, nel salotto e quando andava a dormire la sistemava sul comodino, vicino a lui. Non era stato affatto difficile fare a meno dell’umanità, piano piano aveva anche smesso di guardare dalle finestre, gli era bastato pensare che non esistesse più. 

Mercoledì, 1° marzo 1944

Sotto il fragore delle bombe, Rosa sta per partorire. Con lei solo suo figlio, Piero, otto anni, il primo, l’unico rimasto in vita, ha perso gli altri due. Suo marito non c’è, sarebbe già dovuto rientrare. Forse lo rivedrà dopo il bombardamento, l’ennesimo ormai. Non ha fatto in tempo a chiamare Caterina, l’ostetrica; a differenza di come era stato per Piero, le contrazioni forti sono arrivate all’improvviso, insieme all’allarme, e ora deve sbrigarsela da sola. Rosa lo fa nascere inginocchiata a terra, in cucina, sopra a un asciugamano e quasi spera che batta la testa e muoia. Se ne andrebbe così come è venuto, non dovrebbe vedere nulla, la guerra, la fame, la violenza di questi giorni tetri. Il bambino non batte la testa, sua madre lo accoglie. Piero assiste alla nascita di suo fratello impietrito dalla paura. Paura delle bombe, ma soprattutto la paura che sua madre possa morire, lasciandolo da solo con quel bambino appena nato. Rosa non è una madre affettuosa e Piero scambia il suo sguardo terrorizzato per odio. Odio per lui e per suo padre. ‘Maledizione a lui, maledizione, guarda cosa mi tocca da fare, da sola!’ Questo urla Rosa e Piero è convinto che, se non l’avranno ammazzato le bombe, lo farà lei al suo ritorno. 

Suo padre non ha fatto in tempo a scendere nel rifugio. Una vicina di casa lo trova immerso nella polvere, con la testa spaccata a metà. Si fa coraggio e bussa alla porta di Rosa. Piero corre ad aprire, non è suo padre, ma fa quasi lo stesso. ‘Maria, meno male, mamma ha partorito e papà non c’è, l’hai visto in strada o al rifugio?’ Maria avrebbe preferito parlare subito con Rosa, la presenza di Piero sulla porta le toglie il poco coraggio che ha, cerca le parole. Il suo silenzio dice tutto, Rosa capisce cosa è venuta a dire e capisce anche che ora è sola davvero, sola con due bambini. Urla, non sa nemmeno lei cosa, urla per far uscire tutto il veleno che ha accumulato negli anni, da ancora prima che si sposasse. Maria corre da lei, ha paura che possa fare una pazzia. La trova inginocchiata a terra, il bambino ancora nudo vicino a lei. Rosa non la vede nemmeno, guarda dritta davanti a sé, lo sguardo perso nel nulla.

Stai tranquilla Rosa, adesso ci sono io. Piero, vai a cercare Caterina. Andiamo a casa mia, va bene Rosa?’ Rosa non fa resistenza, Maria taglia il cordone ombelicale.  ‘Piero, come si chiama tuo fratellino?’ ‘Non lo so, mamma non me l’ha detto…’ ‘Non avete mai parlato del nome da dare al tuo fratellino?! Ma sì, che stupida che sono, Sergio, è così che volevano chiamarlo!’ In realtà, Maria non lo sa, Rosa non ha mai parlato volentieri di quel bambino in arrivo. Sergio è il primo nome che le viene in mente. ‘Povero Piero, neanche a lui hanno detto qualcosa… che strana ‘sta gente…’

25 febbraio 2020

Evento

Centro Territoriale e di Terapie Riabilitative e Psicosociali "G.Bisacco" Via Bidone 26/A 10126 Torino Tel./Fax 011.650.85.62 e-mail: via.bidone@gmail.com Martedì 25 febbraio alle ore 17.00 All'interno delle iniziative previste per febbraio, il Centro Territoriale "G. Bisacco" di Via Bidone 26/A, Torino, ospiterà un aperitivo letterario con la presentazione del mio romanzo, Esco. Tra un salatino e l'altro, con la partecipazione di Laura Giorgini e Alessandra Fiore, Antonio Bruni si svelerà per incuriosire i lettori rispetto alla sua vita e alla sua avventura, in compagnia di Federica, Chiara, Rosa e persino di Torquato! Vi aspettiamo numerosi, non mancate! Rinella, Laura e Alessandra

Commenti

  1. Esco è il racconto emozionante di vite apparentemente distanti ma in realtà così profondamente intrecciate.
    La scrittura di Rinella è immediata e ti trascina in quei luoghi così ben narrati. La storia è avvincente e si finisce inevitabilmente per affezionarsi ai personaggi.
    Aspetto, appena sarà possibile, la presentazione di questo bellissimo romanzo. Consiglio a tutti e buona lettura!

  2. Rinella Nebbia

    (proprietario verificato)

    Grazie a tutti per i vostri commenti!
    Il rimando a Cent’anni di solitudine è fin troppo lusinghiero, ma mi fa pensare che del mondo magico di Garcia Marquez ci sia sempre bisogno, perché apre le porte dell’anima a qualcosa di più grande della nostra singola esistenza.
    Grazie ancora a tutti!

  3. (proprietario verificato)

    Letto tutto di un fiato.
    Al di sotto della quotidianità dei protagonisti, corre la tensione del film noir, sai che qualcosa succederà.
    La soluzione del caso, avverrà molti anni dopo e sarà una possibilità di riscatto per tutti.
    La scrittura diretta, senza descrizioni o divagamenti , va dritta al punto.
    I dialoghi offrono spaccati realistici in cui ognuno si può rivedere e ritrovare.
    Direi, sicuramente da leggere

  4. (proprietario verificato)

    La scrittura di Rinella Nebbia è piacevolmente scorrevole ma mai banale, i suoi personaggi ben sfaccettati, immersi in un flusso di eventi drammatici che qualche volta, però, sì risolvono in maniera inaspettata.
    In un periodo di lockdown questa lettura, uscita in tempi non sospetti, ha quasi il sapore di una premonizione. Augurandoci che la primavera possa portarci un po’ di libertà, nel frattempo questo libro ci può fare evadere un po’ ma senza frivolezze.

  5. (proprietario verificato)

    “Esco” è un libro sulla libertà di essere sé stessi. Quella libertà – rischiosa e terrificante a volte, ma anche inebriante e meravigliosa – di emanciparsi dai condizionamenti: non solo quelli del mondo che proietta su di noi aspettative e cliché, ma anche dai condizionamenti privati, che discendono dalla famiglia, a cui ci ritroviamo più o meno consapevolmente assoggettati. E’ la storia di un uomo che, talmente schiacciato da questi condizionamenti si ritrae dalla vita e si nega ad essa, finché la vita stessa lo “stana” e gli offre un’occasione per scegliersi, riscoprirsi, perdonare e perdonarsi, e cominciare a vivere, oltre che a sopravvivere. Un uomo che sceglie di scoprire le parti neglette di sé, anche quelle più oscure, di lasciarsi coinvolgere nel flusso vitale e di affrontare tutti i drammi e le meraviglie connessi. E’ anche la storia dell’amicizia fra due donne che travalica il tempo e gli eventi più drammatici, di custodi benevoli e gentili, di riscatti personali inaspettati, di resilienze impensabili e della forza straordinaria e rivoluzionaria che scaturisce dall’essere autentici. Una lettura emozionante.

  6. (proprietario verificato)

    Finito il libro! Divorato in un giorno. Ricco complesso intrigante romantico introspettivo… Quanti nomi! Mi è venuta voglia di rileggere “cent’anni di solitudine “. Grazie per il finale ottimista, dopo tanto dolore!
    Una porta che da un mondo in scale di grigio si apre verso un mondo a colori. Proprio quello che ci vuole ora

  7. Rinella Nebbia

    (proprietario verificato)

    Grazie Nadia!
    Domani dovrei riuscire a sapere la nuova data…

  8. (proprietario verificato)

    Lungo racconto molto bello.
    La vicenda, che si dipana tra la solitudine di un uomo del presente e una storia di amicizia femminile in un piccolo mondo antico, vi farà affezionare ai personaggi.
    Peccato sia saltato l’evento di presentazione previsto per martedì scorso, spero l’autrice dia presto notizia di un’altra data, mi piacerebbe chiederle due cose sulla genesi del racconto.

  9. Rinella Nebbia

    (proprietario verificato)

    Grazie Riccardo!

  10. (proprietario verificato)

    In un contesto socioculturale che rimanda continuamente alla necessità di dare un senso a tutto, Esco va controcorrente perché, anche conoscendo la fonte del dolore, spetta soltanto a noi decidere cosa farne, se consegnarlo alla Storia o restarne prigionieri. Esco è la storia di un atto di fede.

  11. Rinella Nebbia

    Grazie Salvatore!

  12. (proprietario verificato)

    La scrittura di Rinella Nebbia è immediata, ti porta direttamente dentro la solitudine di Antonio, quel rinchiudersi nella sua gabbia e convincersi di starci bene, ma a volte per “Uscire” basta aprire la porta ed inciampare nella vita, le storie narrate s’intrecciano tra diverse fasi temporali, non sono storie allegre, ma ti avvolgono e t’invitano a leggere il libro tutto di un fiato.

  13. Rinella Nebbia

    Grazie Alessandra!

  14. “Esco” è avvincente perché I suoi personaggi non sono scontati, alcuni si rivelano subito, con altri si empatizza nel corso del romanzo. E’una bella saga familiare molto radicata nel territorio dove la storia si svolge. E’una storia garbata, dal carattere discreto e dai molti segreti.

  15. Rinella Nebbia

    Grazie Sara!

  16. Sara Alaimo

    (proprietario verificato)

    “Esco” è la storia di un dolore atavico che precipita sul protagonista attraversando le generazioni. Passato e presente si intrecciano fino alla fine, forse solo liberandosi dai segreti, si può finalmente pensare di vivere. Buona lettura.

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Rinella Nebbia
Anno 1973, "Il fantasma del monte che-barba", di Gianni Padoan, spicca nella vetrina della cartoleria. Il richiamo è così forte da indurmi a proporre un patto a mia mamma: "Se il prossimo compito di matematica va bene, mi compri quel libro?" Sulla carta, un patto suicida, ma la forza del desiderio può essere tale da incoraggiarci ad esplorare spazi ritenuti troppo ostili! Quel libro è ancora con me e rappresenta la parte migliore della mia natura desiderante, la stessa che, negli ultimi anni, ha lavorato dietro le quinte, per poi presentarmi immagini di personaggi con una storia da ascoltare e raccontare.
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