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Il fascino del Golgota

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Il Golgota è il sentimento che, consapevolmente o no, ciascuno vive ogni giorno in prima o in terza persona. È il calvario che affronta quando decide di passare una serata in discoteca, è il malessere che prova quando è prigioniero di se stesso. È l’imbarazzo che può sorgere da una conversazione con uno sconosciuto o, semplicemente, il disagio che si percepisce quando si passa da una scuola all’altra. È la pena cui la società contemporanea è piegata, per le sue contraddizioni e degenerazioni.
Le molteplici esperienze della quotidianità trovano forma in racconti di diversa natura e genere, che restituiscono tuttavia un quadro limpido e schietto della società contemporanea. Una realtà nuda, senza veli e per nulla edulcorata, raccontata con umorismo e un pizzico di amarezza.

Perché ho scritto questo libro?

Stare con le persone lascia sempre in me un’energia da sfogare. Il modo col quale preferisco farlo è la scrittura. In questo libro racconto esperienze comuni, che definiamo “normali”, ma che nella loro rielaborazione possono lasciare un segno: nostalgia, riconoscenza, amarezza, felicità, amore. Perché anche nelle piccole cose si ritrova maggior consapevolezza di sé.

UNA SCELTA DIFFICILE
Interpretai le locandine come un esplicito segnale che
mi esortava a compiere una minima attività
fisica che andasse oltre l’irrisorio sali e scendi delle
scale di casa. La scritta “prezzi imbattibili” riusciva
a esprimere tutta la sua trainante esaltazione, tanto
da convincermi a fiondarmi all’interno del negozio.
Sembrava una corte con un grosso spiazzale all’esterno e
l’androne di una piccola palazzina a tre piani che
fungeva da ingresso. Collocata in una via stretta scarsamente
visibile per i passanti, capivo la necessità
dei toni delle inserzioni appena viste. Arrivai così nel
punto vendita biciclette che cercavo. Feci capolino
all’interno chiedendomi più volte se avessi sbagliato
luogo. Al mio fianco anche Anna e la mia bambina di
appena tre mesi di età.Continua a leggere
Continua a leggere

Un uomo sui trentacinque anni, dietro al bancone,
stava discutendo al telefono riguardo alla tipologia di
freno da montare su una bici in fase di realizzazione sulla
piattaforma da lavoro. Appesi a delle corde,
sospesi per aria, decine di copertoni aleggiavano per
tutto il locale emettendo un intenso odore di gomma. Alla
mia destra, in esposizione, cinque biciclette
di tipologia mista completavano il quadro della mia
visione. La mia aspettativa di acquistare una nuova
bicicletta in giornata fu disillusa quasi all’istante.
Insomma, tutto qui? Il ragazzo riagganciò la telefonata.
Mi fece un cenno del capo come ad accogliere un malintenzionato
pronto a compiere un furto in una proprietà privata. Tentai di
rendere il mio tono di voce
amichevole cercando di ottenere empatia da parte di
chi speravo potesse aiutarmi nel mio acquisto.
«Ciao» lo salutai. La mia attenzione venne richiamata dalla
presa serrata della sua mano sinistra
intorno a una chiave inglese. Nella sua mano destra,
fortunatamente, solo il cordless. Una pausa di qualche
secondo e continuai la mia presentazione in risposta al
suo inquietante silenzio.
«Ho visto in giro la pubblicità del negozio. Nel
senso… Sono nel posto giusto? Come funziona qui?»
Non vedevo nient’altro che un’officina di biciclette.
«L’esposizione si trova al piano superiore.»
«Perfetto. Ci sono per caso ascensori che portino
al secondo piano? Perché fuori ho la ragazza con la
bambina piccola e il passeggino…»
«No.»
La sua eloquenza disarmante mi portò a compiere
un leggero sorriso seguito da un caloroso ringraziamento.
Avvisai Anna della situazione e decisi comunque di salire
da solo per rendermi conto della merce.
Stavolta ad accogliermi c’era un locale molto spazioso
con una distesa di biciclette disposte geometricamente e
distinte per categoria. Nessun addetto alla vendita
presente. Mi trovavo da solo in mezzo a centinaia di
biciclette e con tanta confusione in testa. Avevo bisogno
di qualcuno che mi aiutasse a sbrogliare i dubbi sul
prodotto più adatto alle mie esigenze. Il primo passo
per iniziare questo processo di selezione fu quello di
rendermi conto delle diverse tipologie di modelli.
Il primo gruppo comprendeva le bici da corsa. Design
accattivante, a vederle sembravano leggerissime. Le
ruote sottili non mi ispiravano molta fiducia sulla loro
resistenza alle buche di città, inoltre la seduta mi avrebbe
portato a essere costantemente proteso in avanti,
quasi a eseguire un placcaggio rugbistico. La scartai.
Visionai le classiche mountain bike: manubrio dritto, stile
sportivo, ruote tassellate, sospensioni anteriori e posteriori.
Le guardai con attenzione. Quel tipo di
bici mi avrebbe permesso di affrontare percorsi diversi
tra loro, praticare escursioni fuori città, esercitare una
pedalata sportiva. Proprio quello che cercavo. La mia
indecisione perenne uscì allo scoperto anche in quella
occasione. Non mi convinceva. Mancava qualcosa. E se
non mancava niente avrei trovato il modo di farci mancare non so che.
Non era accessoriata, mancavano i
portapacchi, i parafanghi, le ruote le trovavo troppo pesanti.
In città sarebbe stata troppo gravosa da portare
e poco pratica nel caso in cui avessi voluto trasportare
anche piccole cose. Quello che cercavo era proprio una
via di mezzo tra i due modelli che avevo appena visto:
qualcosa che mi avrebbe permesso di andare all’avventura e
nello stesso tempo andare a ritirare il take away
cinese, senza esser costretto a tenermelo in mano con
il rischio di trovarmi, a fine corsa, con gli spaghettini di
riso in mezzo al maiale piccante. O, nella peggiore delle
ipotesi, con la faccia spalmata su un marciapiedi a causa
della mia inettitudine a guidare una bici senza mani.
Proseguii e poco più avanti trovai quello che più si
avvicinava alle mie esigenze: la bici da cicloturismo.
Sportiva, accessoriata come volevo io, bella linea, un
manubrio leggermente ondulante. Mi piaceva. L’elenco proseguiva
con bici pieghevoli, city bike, bici elettriche, bici da bambino,
fat bike. Ogni modello si differenziava per la scelta dei materiali,
per la quantità di
accessori presenti, la tipologia di freni, e altro. Dovevo
prendere una decisione ma volevo farmi aiutare da
qualcuno. Tentato di chiamare il premuroso e affabile
addetto alla vendita del piano inferiore, mi girai e me
lo trovai alle spalle: «Dimmi tutto».
«Sì, ecco, sono interessato a prendere una bici…»
A volte, alcune circostanze ci portano a essere,
o perlomeno a dimostrarci, più ottusi di quello che
in realtà siamo. Evidentemente le mie connessioni
sinaptiche mi stavano giocando brutti scherzi visto
che avevo appena dichiarato in un negozio che vendeva biciclette,
in una sala con centinaia di biciclette,
mentre toccavo con mano una bicicletta, di essere vagamente
interessato all’acquisto di una di esse.
Braccia sui fianchi, il venditore alzò le sopracciglia in
segno di finto stupore. Giocava con il chewing
gum facendogli fare capolino dalla bocca per poi risucchiarlo
e riprendere a masticare. Rassegnato nell’avere a che fare
con un idiota completo, allargò le braccia
indicando sui quattro punti cardinali le distese infinite
di ruote e manubri che si perdevano tra loro.
«Sei nel posto giusto.»
«Sì, ho notato…» gli risposi, non cedendo al tira e
molla di acute osservazioni sul quale si basava la nostra
comunicazione. Eravamo solo noi due avvolti in
un clima di ostilità che toglieva lucidità alla mia mente.
Stavo ormai perdendo fiducia e non era quello di
cui avevo bisogno per concludere l’acquisto.
Una volta costruito e appurato il nostro reciproco
rispetto, presi coraggio e avanzai le prime richieste di
delucidazione sui miei dubbi.
«Seriamente, avrei bisogno di alcuni consigli.
Vorrei una bici che mi permetta un uso vario: sterrato,
città, misto. Qualcosa che spinga bene, insomma.
Dove mi oriento?»
«Be’, dipende da che uso ne vuoi fare.»
Credevo di essere stato abbastanza chiaro nell’ultima
esposizione riguardo ciò che intendevo farne. Evidentemente
subiva ancora qualche strascico della mia
presunta incapacità di produrre frasi e pensieri relativamente logici.
«Se mi aspetti un minuto vado giù a vedere se la
mia compagna ha bisogno di aiuto. Arrivo subito.»
Scesi le scale e uscii dal locale.
«Allora? Hai visto qualcosa?» mi chiese lei mentre sistemava
il bavaglino al collo della bambina.
«Qualcosa c’è. Sto cercando di farmi aiutare dal tizio
che ci lavora ma non riusciamo proprio a capirci. Vuoi
salire? Ti aiuto a portare lei su…»
Qualche minuto dopo ci riprovai, stavolta confidando nel
supporto emotivo e relazionale che legava
me e Anna. Mentre lei e l’addetto si salutavano cortesemente
io approfittai di quei brevi attimi per riorga-
nizzare i miei pensieri affinché la mia richiesta potesse sembrare
il più possibile chiara e lineare. Stavo per
elencare i punti essenziali sui quali avrei voluto porre
la mia richiesta, ma lui riuscì a bruciarmi sul tempo:
«Ti faccio una domanda da un milione di dollari».
Ero già pronto a sentirmi chiedere se la suddetta bicicletta
dovesse avere le rotelle o meno ma dopo
una breve pausa, con un lieve sorriso, mi chiese: «Ci
devi portare anche lei dietro?» indicando mia figlia.
«Be’, sinceramente non ci avevo pensato. Non so.
Per ora è presto…» tagliai corto, invitandolo a proseguire
su altri punti. Ero entrato per l’acquisto di una
bicicletta che soddisfacesse per il momento solo i
miei bisogni.
«Te lo dico perché poi molti mi dicono “eh, me lo
potevi dire!”. Molti neogenitori non sanno come fronteggiare
la cosa, prendono una bici qualsiasi con la
convinzione di poter agganciare il seggiolino e metterci il
bambino. Punto primo: fino ai quindici chili
puoi posizionarla anteriormente, poi devi per forza
portarla dietro. Ci vuole però la bici giusta, perché,
ti ripeto, non voglio nessun altro che venga da me a
lamentarsi di non riuscire a portarsi dietro il bambino. Io,
per correttezza, visto che sono papà, ci tengo a
dirvelo. Quindi valuta la cosa.» Non voleva che nessun altro
tornasse in negozio a reclamare una bici
idonea al trasporto di fanciulli, e tanto meno avrebbe
ritenuto opportuno rivedere la mia faccia in futuro. In
pratica, era come se avessi avuto bisogno di una camicia per
un matrimonio ad agosto ma il commesso
avesse voluto rifilarmi a tutti i costi un maglione di
lana a collo alto per il rischio considerevole di freddo
e pioggia.
«Puoi cominciare a portarla quando riesce a tenere la testa
ben dritta, altrimenti rischi di procurarle
dei danni cerebrali importanti. Se tua moglie possiede già
una bici con la quale portare in giro anche la
piccola, allora andiamo su altro. Se l’intenzione sarà
poi quella di portare anche lei dietro, allora conviene
fare un acquisto che riesca ad abbinare entrambe le
cose. Capisci? Le city bike sono perfette per questo!»
La sua dissertazione non faceva altro che rispondere
a domande alle quali mai avevo pensato e riposto attenzione.
Annuivo nervosamente, voglioso di informarlo
che le mie esigenze erano altre e per i maglioni di lana
avrei aspettato l’inverno così come la bambina, per
andare a spasso in bicicletta, doveva aspettare ancora
qualche mese. Il problema è che non riuscivo nel mio
intento. Ero completamente in balìa del venditore,
quasi in soggezione. Ogni mia richiesta veniva accolta come
la cosa più assurda mai sentita, resa tale dalle
sue espressioni, dal suo silenzio, dalla sua continua
resistenza a ogni mio gesto e tono di apertura.
Anna lo guardò e annuì. Sentivo che stavo perdendo anche
l’ultimo baluardo di sostegno morale.
«Le city bike sono queste, giusto?» chiese lei.
«Esatto, mi hai capito al volo tu!» puntualizzò lui,
facendo clamorosamente riferimento alla mia presunta ottusità.
Tra di loro si era creato un grado di sintonia che
mi fece dubitare di me stesso come essere pensante.
Cosa dovevo capire? Mi grattai la testa vedendo
scendere pezzi di cuoio capelluto debilitato dalla dermatite.
Ero al culmine dell’insofferenza.
«Venite, ve le faccio vedere.»
Si avvicinò a uno dei modelli più voluminosi
della gamma. Era in acciaio ed era terribilmente pesante.
«Il prezzo così contenuto è dato dal materiale
del telaio. Questa è da uomo, ed è la più grande che
abbiamo. Per la tua altezza andrebbe bene una cinquantaquattro.
Quelle da donna sono tutte di misura
standard. Non cambia nulla se non per l’asta del telaio.
Se ne fate un uso misto, conviene prendere quella
da donna.»
Non avevo bisogno di metterci dentro mia figlia
così piccola, non avevamo bisogno di fare un uso misto del
mezzo e, soprattutto, non avevo bisogno di una
city bike da donna. Come facevo a dichiarare che io,
mia figlia, la amavo con tutto il cuore, ma che per il
momento quello che volevo acquistare non avrebbe
contribuito alla sua felicità ma solo ed esclusivamente
alla mia soddisfazione e al mio appagamento?
«Sì, io però vorrei aver la possibilità di percorrere
anche lunghi tragitti. Con queste non arriverei a farli…»
«Con queste ne fai di chilometri… Ne fai, ne fai.
Poi dipende sempre da quello che volete voi.»
Ecco, quello che volevo io sembrava non avere importanza.
La storia del seggiolino, che doveva rimanere una parentesi,
in realtà aveva preso il sopravvento.
Mi girai verso le bici da corsa, le mountain bike e tutto
ciò che poteva avvicinarsi a quello che cercavo con la
sensazione di non riuscire a soddisfare il mio deside-
rio. Tutto questo per una serie di meccanismi mentali
che mi avevano tolto completamente la lucidità e il
coraggio di dire la mia.
«Questa è ottima. Ha il cambio, il portapacchi e
qui il seggiolino ci sta benissimo…» Ci credevo. La
bambina cominciava a pesare tra le braccia di Anna,
così passò in poco tempo tra le mie. Con le braccia libere,
Anna passava in rassegna le city bike.
«Che ne dici di questa? Ha anche il portapacchi
anteriore… Però non sentirti in obbligo a prenderla
per fare un favore a me. Prendi quella che vuoi» disse
Anna con scontata retorica.
«È un’ottima soluzione. Ve la consiglio.» Si riferivano a
una Graziella modello donna, nera con strisce e
decorazioni fucsia, con portapacchi e cestino allegato.
«Il cestino si può rimuovere, eventualmente, così da
poter montare il seggiolino per la bambina…» continuava ad
alimentare la sua posizione di addetto alla vendita
dai buoni propositi ma dai risultati disastrosi. Vedevo il
viso di Anna entusiasta della cosa. Anche la bambina,
inconsapevole, si mise a sorridere. Anch’io inoltre desideravo
far parte dell’armonia appena creatasi tra tutti
loro. Il venditore sembrava molto più aperto e concorde
nel rispondere alle domande. Mai e poi mai avrei potuto
smontare l’entusiasmo di tutti in quella sala. Avrei
dovuto fingermi felice ed entusiasta anch’io della soluzione
appena trovata, dichiarare la mia convinzione e
scendere al piano inferiore per effettuare il pagamento.
«Va bene! La possiamo utilizzare entrambi. Anche
se per la piccola è un po’ presto, può sempre capitare
che debba usarla tu… Prendiamola!»
«Ma sei sicuro? Ti piace?»
«Mi piace tantissimo! Sono sicuro!»
«Ma mi dispiace che devi sacrificarti a prendere
una cosa che non fa per te.»
Il tizio continuava a fissarci. Braccia ancora ai
fianchi, palpebra pigra mentre aspettava da me la decisione sul da farsi.
«Anna, mi piace. Chiudiamo qui sta storia e prendiamo la bici.»
«Perfetto! La porto giù e intanto preparo le carte!
Vi aspetto al banco!»
Lo vedevo mentre spariva per le scale con il mezzo a due ruote.
Mi immaginavo mentre comunicavo la notizia
dell’acquisto ai miei colleghi abituati la domenica mattina
a sfrecciare sulle piste ciclabili di mezza
Lombardia: «Ci sei questa domenica? Ti aspettiamo!».
«Certo che ci sono!» avrei risposto io. Poi la loro
incredulità nel vedermi arrivare con la Graziella
mentre loro assestavano i cambi dei loro shuttle con
l’abbigliamento tecnico di chi deve affrontare il Mortirolo. Sentivo già il fragore delle loro risate e le dita
puntate a indicare la risibile forma del mio manubrio.
Arrivammo al bancone. Il ragazzo stava lì con la
bici all’aria a fare gli ultimi aggiustamenti prima di
farci lasciare il locale. Revisionò freni, ruote e manubrio. Tutto a posto.
«Vuoi la borraccia? Te la regalo!» Me la regalava.
Un motivo in più per volergli bene. «Va bene, grazie.»
Strisciai la carta e mi diede il nuovo mezzo.
«Buona pedalata, ragazzi!»
Lo ringraziammo e uscimmo.
Aveva vinto lui. Quel giorno sarebbe riuscito a
vendermi qualsiasi cosa nonostante la sua poca inclinazione
a mostrarsi gentile e disponibile all’ascolto.
Cosa per la quale era pagato. Sarebbe riuscito a vendermi anche
il maglione di lana al posto della camicia
in filato di cotone.
«Sì, è molto bello ma le previsioni danno quaranta
gradi e percentuali di pioggia prossime allo zero. Va
benissimo una camicia!»
«Io non voglio prendermi la responsabilità perché
ne ho visti tanti che poi vengono a lamentarsi del meteo. Vi
consiglio il maglione di lana.»
«Ma è troppo piccolo! Porto la M e mi sta dando
una XS! Poi fucsia con i cuoricini… Non sarà troppo?»
«Sta scherzando? Le sta una favola…»
In quello stato mentale avrei preso senz’altro il
maglione, questo è certo.
Ci ritrovammo all’aria aperta. Un leggero venticello
faceva svolazzare i capelli di Anna e mi asciugava il sudore
del corpo. La aiutai a caricare la bambina in auto
mentre io ero pronto a tornare a casa con la nuova bici.
Mentre pedalavo in mezzo al traffico, prese progressivamente
spazio dentro di me una decisione irrevocabile: «Tornerò
domani a prendere la mia bicicletta».
Arrivai al mattino, salutai lo stesso ragazzo presente al
bancone il giorno prima.
«Ehi! Tutto bene con la bici?»
«Tutto bene! Vado su a vederne un’altra!»
«Arrivo subito!»
Sentivo il fiato sul collo. Dovevo scegliere prima
che la sua presenza e le sue argomentazioni mi convincessero
stavolta ad acquistare un triciclo con portapacchi posteriore
rettangolare, qualora avesse deciso che la mia priorità non
richiesta, dopo aver portato
a spasso la bambina, fosse stata quella di trasportare
sacchi di sabbia o di cemento.
Il giorno prima, dopo l’insano acquisto, mi ero dedicato
alla ricerca web delle caratteristiche essenziali
che avrebbe dovuto avere il mio mezzo: altezza, tipologia
di freno, materiali. Ci misi circa cinque minuti.
Presi io stesso la bicicletta, scesi le scale e la portai
giù per completare l’acquisto. Il ragazzo sorrise, io
ricambiai. Non ci scambiammo nessun’altra parola,
grazie a Dio. Mi rilasciò la garanzia e lo scontrino.
Oltre ad augurarmi una buona pedalata, mi augurò anche
buon divertimento e mi sentii molto più leggero
senza quel maglione pesante.

04 aprile 2018

Recensione

Potete leggere cliccando qui una recensione di Il fascino del Golgota, il mio libro in campagna di crowdfunding.
22 marzo 2018

Logos

Vi segnaliamo l'uscita de Il fascino del Golgota su: https://www.logosnews.it/node/40418

Commenti

  1. Fabio Suraci

    (proprietario verificato)

    Un libro piacevole da leggere che in molte parti strappa un sorriso mentre in altre da modo di riflettere. Una raccolta di racconti brevi che, in quanti tali, permettono di leggere con leggerezza momenti di vita. Una lettura che consiglio per lo stile fluido e per la spiccata ironia di alcuni passaggi. Complimenti all’autore per questi racconti.

  2. (proprietario verificato)

    Complimenti Ste, anteprima letto .. piacevolissimo e scorrevole! preordine fatto 🙂

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Stefano Iodice
STEFANO IODICE nasce a Milano nel 1988 da genitori napoletani. Laureato in Infermieristica, esercita la professione in un reparto di Terapia Intensiva. Papà di una bambina, nel tempo libero si dedica alla lettura e alla scrittura, prediligendo quella umoristica. Il fascino del Golgota è la sua prima raccolta di racconti.
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