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Fatta per vivere nell'ombra

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Manuela, trentaquattro anni e una diagnosi di sclerosi multipla alle spalle, sta per prendere servizio come insegnante di ruolo. L’acuirsi dei sintomi della malattia proprio in quel momento le impedisce di firmare e le rende impossibile una vita normale. Abituata a lottare contro le difficili prove che la vita le ha riservato, Manuela non è sorpresa né impreparata.
Il dolore più grande e inaspettato le viene però inferto dal compagno, Mattia, che pur dichiarandole il suo amore, non riesce a gestire la salute precaria della donna. È Sara, l’amica fidata, a costituire il porto sicuro dove approdare nei momenti di sconforto, la fonte da cui Manuela ricava la forza necessaria per sottrarsi a poco a poco dall’ombra che l’avvolge e iniziare a godersi la vita.

Capitolo 1

Una persona che mi amava l’avevo. Eri tu, cara Manuela. Con te potevo parlare senza timori, fare cose strane e pazze, essere scemo e serio. Ma in questi ultimi anni mi sono chiesto se tu esista davvero o se esisti solo nella mia fantasia e se sia corretto coinvolgerti nei miei molteplici dubbi. Ti ho cercata, trovata, persa e ancora ti sto cercando, nonostante i tuoi continui mutamenti. Non sono più certo di trovarti.

Non riuscire a capirti mi distrugge, mi consuma, mi ubriaca. Non posso venire verso di te barcollando. I nostri caratteri – insieme – portano introversione. Le nostre ferite – sommate – creano lacerazioni che fanno molto male a entrambi.

Non riesco ad attenuare il nostro dolore. Produce continue crisi. Mi attendo sempre che arrivi una nuova burrasca, ci farebbe bene se ci scaraventasse su quella bellissima isola che abbiamo sognato negli anni trascorsi insieme; ma anche lì troveremmo una pietra da lanciarci l’uno contro l’altro.

Anche tu ti sarai accorta che – in questo periodo – tra me e te c’è una barriera. Non sai cos’è? Io penso che l’ombra dei tuoi genitori – del loro rapporto – ti tenga separata da tutto ciò che avviene sotto il sole. Tu hai imparato soltanto a essere amica delle ombre.

Forse è troppo tardi per imparare l’amore sotto il sole… Provaci Manu.

Baci,

Mattia

Capitolo 2

Il navigatore satellitare mi aveva guidato fino all’ingresso del parcheggio della nuova scuola. Da lì in poi me la sarei cavata da sola. Rimasi nell’auto cinque minuti, fuori dal finestrino vidi che nel parcheggio c’erano solo altre due auto, l’anno scolastico non era ancora iniziato. Decisa, afferrai la borsa e scesi dall’auto. Sarebbe andato tutto bene, come negli anni precedenti.

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Ad attendermi all’ingresso un bidello, venne verso di me con aria gentile e quando seppe cosa cercavo mi indicò il corridoio per raggiungere la segreteria. Era deserto. Non feci fatica a sentire il rumore dei miei passi. Mi presentai in segreteria dicendo che ero venuta per prendere il mio nuovo mandato. Mi ero laureata in Scienze Naturali – indirizzo Scienze della Terra – alla Statale, avevo insegnato per qualche anno in alcune scuole superiori – IPC e Scientifico – poi passai alle medie; la materia era sempre la stessa: scienze matematiche. Dopo la malattia il mio insegnamento si ridusse a seguire alunni con problematiche di apprendimento di vario genere, gravemente dislessici o immaturità cognitiva. Quest’anno mi avevano assegnato una scuola vicino a casa.

Fui accolta dalla segretaria con un sorriso – probabilmente era appena tornata dalle vacanze – e tutto prometteva bene, superai l’agitazione che ogni anno mi prendeva per la stessa circostanza. La segretaria mi mise davanti agli occhi un documento – presa di servizio – mi chiese di leggerlo e firmarlo. Non lo lessi – era il solito documento degli altri anni – quello che invece mi mancava da fare era la firma. Stavo per apporla quando d’improvviso mi bloccai. Mettere il mio nome su quel documento era l’operazione più semplice di questo mondo – la prima azione che i bambini imparano a fare alle prime armi con la scrittura – ma non lo era per me. Gli attimi trascorsi davanti al documento divennero presto un’eternità. L’azione più facile si trasformò in un rompicapo. Quel documento era diventato uno stramaledetto foglio. Dapprima temporeggiai. Mi calmai. Ero turbata. Guardai la segretaria, sembrava una persona disponibile, mi avrebbe capito. Non pensai ad altro. Presi quel foglio e mi allontanai dalla segreteria senza dirle nulla. Non sarebbe stato facile comprendere quello che mi stava succedendo – del resto neppure io l’avevo previsto – chi poteva immaginarsi che non sarei stata in grado di svolgere il compito più elementare?

Mi ritrovai nel corridoio, fui felice di vederlo ancora deserto. Lo percorsi lentamente, cercando nella mente una minima soluzione. La trovai quando passai davanti all’aula degli insegnanti, trovandola vuota mi precipitai dentro. Frugai velocemente nella borsa, presi il portafogli e tirai fuori la carta d’identità. Sentivo che la testa mi funzionava, bella idea vedere come era la mia firma dalla carta d’identità! Mi considerai fortunata a essere in grado di riconoscermi su quella fototessera. Ero io. Ero certa di essere io, anche se ero confusa su chi fosse realmente il mio io. Soltanto i capelli erano un po’ più lunghi di come li avevo adesso. Mi sono sempre piaciuti i capelli lunghi. Da piccola arrivavano anche sotto le ginocchia, li tenevo così perché piacevano al mio nonno materno, mi davano quell’aria ribelle e femminile al tempo stesso che mi contraddistingueva. Riscontravo in essi la mia generosità, il mio profumo che si espandeva su tutto il corpo. Quando mio nonno morì li tagliai corti. Fu la prima risposta al mio dolore: sapevo che gli dispiaceva, ma lui non c’era più. Così al funerale i parenti si concentrarono più sui miei capelli che sulla morte del nonno; da parte mia, nessun altro avrebbe visto i miei capelli lunghi.

La fototessera era stata scattata prima dell’incidente automobilistico con il mio unico amore. Il viso era quello di una ragazza felice con il suo innamorato, non c’erano i segni della fragilità e neppure la cicatrice sulla fronte destra del viso che sento tutte le volte che sistemo i capelli e rivedo tutte le volte che mi scopro davanti allo specchio. Guardai a lungo quella piccola foto fino a dimenticarmi il motivo che mi aveva condotto fino a lì.

«Signorina, qualche problema?» chiese la segretaria premurosa.

«Mi scusi, non mi ero accorta che c’era anche lei.»

Stavo cercando le parole che mi avrebbero giustificato, quando la segretaria continuò la conversazione: «Non l’ho più trovata e sono venuta a cercarla».

La guardai imbarazzata. Il mio passato si presentava a volte più spavaldo, coraggioso del presente; aveva una forza maggiore.

«Ha firmato la presa di servizio?»

«Non ancora.»

«Qualche cosa che non va?» La segretaria aveva intuito il mio disagio.

«Mi scusi,» ero imbarazzata, poi inventai «mi indica dov’è il bagno?»

«Non sta bene?»

«Vorrei rinfrescarmi un po’.»

«Certo!» fece cadere il discorso «È in fondo al corridoio.»

La segretaria si fece da parte per lasciarmi passare. Lasciai l’aula un po’ stupita per aver trovato quella scusa così velocemente, mi si era talmente rallentato il cervello che credevo di non riuscire neppure a parlare. In corridoio aumentai il passo, cercando di raggiungere il bagno il prima possibile. Entrai e la prima azione che eseguii fu quella di aprire il rubinetto. Mi piaceva fare scorrere l’acqua – mi rilassava – e lasciai scivolare l’acqua fredda lungo le dita. Rinfrescai la faccia. Appena tolsi le mani dal viso vidi sullo specchio il documento che avrei dovuto firmare. Lo guardai per qualche secondo poi lo accartocciai, gettandolo sul pavimento.

Strinsi forte il lavandino – con tutte e due le mani – continuando a tenere fisso lo sguardo sullo specchio. Rivedevo la cicatrice, ne toccai con l’indice destro il riflesso sullo specchio. Volevo gridare. Pareva impossibile che il mio passato continuasse ad affiorare e non riuscissi a scrivere il mio nome. Avrei voluto infrangere quello specchio mandandolo in mille pezzi. Pensai all’uomo della mia vita. Scommetto che se avessi dovuto scrivere il suo nome forse ci sarei riuscita. Strano, no? Comunque sarebbe risultato inutile. Non sarei stata capace di scrivere nessun nome, neppure quello di Mattia. Di nessuna persona, anche se fosse un familiare. Il mio nome era diventato un groviglio di suoni che mi rimbalzavano nella mente.

Decisi all’improvviso di uscire dal bagno. Non sopportavo più l’idea di essere bloccata, ferma. Le dita quasi non si staccavano dal lavandino. Sembravano incollate, ma alla fine si arresero. Costrette a seguirmi, lasciarono la presa. Riferii velocemente alla segretaria che sarei tornata in un altro momento, forse il giorno seguente. Non mi inventai nessuna scusa. Me ne andai e basta, senza cercare di capire la sua reazione. Sfilai davanti al bidello accennandogli un gesto di riconoscenza. Ricordai di aver lasciato il documento sul pavimento del bagno e mi rattristai: ero stata ingrata con quell’uomo dall’aria gentile.

Ma che diavolo mi stava succedendo?

Fiondata nell’auto cercai un rifugio che mi facesse sentire meglio. Uscire dall’ignoto. Stavo per scoppiare a piangere, ma riuscii a fermarlo. Volevo agire. Feci scattare la chiusura delle portiere, cercai una penna in mezzo alle carte e cartoni di pizza che affollavano l’abitacolo. Trovatala, tentai di apporre la mia firma su un foglietto – provarci non sarebbe stata una cattiva idea – ma il risultato non cambiò. Fu l’ennesimo tentativo andato a vuoto. Avrebbe frustrato chiunque, ma non me. La cicatrice che segnava il mio viso mi ricordava che ero riuscita ad attraversare l’inferno e che il resto sarebbe stato niente in confronto a quello. Nulla mi avrebbe abbattuta. Mi feci coraggio. Sorrisi. Cercavo di mantenere il sorriso il più a lungo possibile, ma com’era possibile prolungarlo sapendo di aver perso la memoria e vedendomi costretta a rimanere ferma in un’auto? Sopraggiunse lo sconforto. Qualche minuto prima mi ero convinta che non mi sarei abbattuta e che avrei guardato in faccia la mia malattia. Che avrei lottato, combattuto per difendermi da lei. La conoscevo. Si chiamava sclerosi multipla, quello che volevo sapere di lei l’avevo scoperto. Mi è stata diagnosticata quindici anni fa, lo ricordo bene – era giugno del 2002 – non solo perché era appena entrata in circolazione la nuova moneta, ma anche perché accadde sei, sette, otto mesi dopo l’incidente con il ragazzo che credevo essere l’uomo della mia vita. Quattro anni dopo che mi incoronarono Miss Liceo. Esattamente ventitré anni dopo la mia nascita. Nove anni prima dei fatti che vi sto narrando. Nient’altro da sapere.

Proprio in quel momento avvertii che qualcosa stava cambiando il mio mondo. Una nuova sindrome con sintomi di acalculia, agrafia, lentezza nel pensiero. Sopraggiunse nuovamente lo sconforto. Bloccò le gambe e tutto il resto del corpo. Non sapevo come reagire. Vidi – dallo specchietto interno – il sorriso scomparire poco alla volta. Non ero più la donna del giorno prima – quella che sapeva reagire – e mi avvolse un’ombra nera.

Fui distratta da un’auto che usciva dal cortile. Si stava facendo tardi – dovevo rientrare – e provai a riprendere il controllo del mio corpo. Aprii il finestrino per fare entrare aria. Guardai fuori, era rimasta un’ultima auto forse della segretaria. Puntai il cielo. Era sereno finché si coprì di nuvole nere, tempestose, dentro di me. Quella nuova sindrome – capace perfino di confondere il cielo – cosa avrebbe potuto farmi? Non le avrei dato la libertà di distruggere ciò che avevo conquistato, né di trattarmi da estranea. Sentii le gambe più leggere. Era ora di tornare a casa.

Il motore era acceso, anche il navigatore era pronto a eseguire i miei comandi – era lì in attesa delle mie indicazioni – e provai a parlargli, cercai di convincerlo che ero sola. Non mi rispose, evidentemente non era d’accordo. Era stato abituato diversamente o non immaginava – neanche lui – quello che mi era capitato. Rimase in silenzio, avvertiva la mia immobilità. Lo spensi, non volevo umiliarlo e prolungargli ulteriormente la sofferenza per la perdita di un compagno. In quel momento dovevo cavarmela da me. Abbastanza provata decisi di partire e imboccai la prima strada che incontrai. Non mi domandai se fosse quella giusta. Presi una via – a caso – che mi allontanava dalla scuola. Mi importava allontanarmi dalla staticità, non sono fatta per stare ferma in un luogo ma per viaggiare lontano dall’immobilità, lontano da quella sorte di morte che si era presa gioco e parte di me. Mi burlai di lei. A destra. Dritto. Di nuovo a destra. Sempre dritto. Contavo i semafori. Due verdi, tre rossi. Quattro più tre. Sei, sette. Non mi importava più quanto facesse. Non mi importava più se i conti erano esatti. Ero lontana dalla scuola – questo era il risultato – lontana dai numeri, dai calcoli perfetti, dalle regole che li fanno girare e che li associano, dissociano e permutano.

Esisteva solo quel momento – dentro a tanti altri che sembravano essere sprecati – e non contava da quanto vivessi. Sette, diciassette, ventisette fottuti anni. Ero costretta a sopravvivere ogni momento, ma c’era una possibilità di non venire trascinata via dalla corrente. Come? Già! Il come era dato da ogni singolo istante – fuggevole – che non sarebbe tornato mai. Quello che l’istante aveva da dirmi o da fare, l’aveva fatto e detto. E non c’era navigatore né santo che mi permettesse di inseguire quell’attimo. Afferrarlo. Graffiarlo. Soltanto il linguaggio poteva catturarlo.

Gli anni trascorsi all’università avevano affinato il solo linguaggio che avesse la chiave di accesso all’attimo che mi veniva offerto, donato. Il linguaggio dell’amore, del corpo, della scienza, della matematica. Seneca. La mia passione. Le mie passioni. Non fingevo con loro. Mi concedevo fino in fondo perché – così ho sempre creduto – un giorno sarebbero andate via. Succedeva a volte che mi abbandonassero per un certo periodo, rendendo impossibile la vita. Sopraffatta dall’immobilità mi fermai. Avevo premuto il piede sul freno e qualche clacson non mi impedì di tornare all’elenco. Amore, corpo, scienze, matematica. Mi fermai sul ciglio della strada. Di nuovo all’elenco. Amore: illusione, fraintendimento o ipocrisia. Gelosia: le volsi le spalle o almeno tentavo. Corpo: a volte lo sentivo e a volte no, restringendo il contatto diventavo più bassa, più stretta. Scienze: era tutta da scoprire, come un uomo al primo incontro. Matematica: l’unico linguaggio universale, ma che mi sembrava di non capire più. Non avrei mai rinunciato a loro.

Improvvisamente squillò il cellulare. Tolsi il piede dal freno e la mano dal volante, cercai il telefonino nella borsa e speravo che non smettesse di squillare. Desideravo sentire una voce e in quel momento rispondere era l’unica azione che potevo fare con il telefonino. E lo feci, ma sbagliai tasto. Così tornò il silenzio. Mi arrabbiai con me stessa. Scese una goccia di sudore e di nuovo sentii squillare il cellulare. Questa volta stetti attenta e feci in modo di non commettere altri errori. Sentii rispondere: «Dove sei?». Era Mattia. Mi era ritornato il sorriso, ero felice di sentirlo.

«In auto» furono le uniche parole che mi vennero.

«Be’, ma che ci fai nell’auto?»

Che ci faccio?, pensai tra me.

«Mi sono fermata per risponderti.»

«Amore, ti sei ricordata del mio consiglio?» In un secondo tornai triste.

Lui continuò: «Com’è andata stamattina? Hai preso servizio a scuola?». Non avevo la risposta da dargli. Non volevo preoccuparlo e neppure distoglierlo dal lavoro, così inventai una palla e me ne dispiacque, per come ero fatta. Cercai di concentrarmi per non metterlo in imbarazzo e risposi facendo attenzione alle parole: «Sono rimasta d’accordo con la segretaria di tornare domani mattina per consegnare dei moduli».

«Bene! Così hai fatto come ti ho detto.»

Rimasi in silenzio, non volevo che sapesse la verità.

«A stasera allora. Ho del lavoro da sbrigare, ma non farò tardi.»

«A dopo» tagliai corto.

«Un bacio.» Chiusi il cellulare.

Dopo un minuto ero di nuovo in viaggio. Da Verdello a Pognano la strada era breve e facile, almeno questa era l’impressione che avevo avuto all’andata. Non mi sembrava di essere fuori strada – controllavo se era giusta – e mi sembrava di riconoscerla, ma non ero sicura. Ero spaventata. Il rischio di quel momento era di non riuscire a guidare, invece i movimenti della guida erano meccanici. Rilassata, mi presi il lusso di concentrarmi sul concetto di strada. Di tutte quelle strade interrotte, alcune deviate, disconnesse, dritte per migliaia di chilometri come autostrade e di tante altre che mi sarebbe piaciuto asfaltare. Attraversai Pognano, un paesino di quattro anime alle porte di una grande città, dislocato per la maggior parte su una strada principale che lo taglia in due. Così, senza alcuno sforzo di ricordare – come per miracolo – mi ritrovai davanti al cancello di mia madre. Potevo finalmente rilassarmi. Mia madre era in giardino a sradicare con i suoi guanti verdi l’edera che ogni anno si arrampicava sul muretto di cinta. La osservai a lungo. Quando si accorse di me capì immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Avevo passato un brutto momento. Lei si tolse i guanti e mi venne incontro.

«Andiamo a Bergamo.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Marco Candiani
Marco Candiani, nato a Busto Arsizio nel 1963, ha frequentato studi di teologia e drammaturgia. Attualmente insegna religione presso il liceo artistico di Busto Arsizio ed è un autore di Terzocinema.
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